Il peso del dubbio al Teatro Stabile di Catania: verità, ambiguità e coscienza nel testo di Shanley

Un intenso e raffinato esercizio di teatro civile di cui le scene italiane hanno tanto bisogno. Così si può definire lo spettacolo Il dubbio di John Patrick Shanley, una toccante produzione del Teatro Stabile di Catania, in scena dal 6 al 15 marzo nella traduzione di Flavia Tolnay e con la regia di Andrea Chiodi, una performance capace di coinvolgere lo spettatore sul piano emotivo e morale senza mai offrire risposte definitive, anzi lasciando aperto spazio al dubbio. Un dubbio metodico, per dirla con Cartesio, che attraversa tutto il testo di straordinaria attualità, che affonda le sue radici nella drammaturgia americana contemporanea.

L’opera, scritta da John Patrick Shanley nel 2004 e vincitrice del Premio Pulitzer per la drammaturgia, ha rappresentato infatti uno dei vertici del teatro del XXI secolo per la sua capacità di affrontare temi delicati come l’autorità, la morale e il sospetto, senza mai cadere nella banalità con una forte vis tragica e momenti di acuta tensione. Ambientata in una scuola cattolica del Bronx negli anni Sessanta, nel pieno dei cambiamenti successivi al Concilio Vaticano II, la vicenda ha messo in scena il confronto tra la rigida Suor Aloysius e il carismatico Padre Flynn, le due diverse anime di un conflitto che ha oscillato costantemente tra certezza e ambiguità. Shanley, autore molto attento alle contraddizioni dell’animo umano, ha costruito così un testo essenziale e affilato, in cui il non detto ha avuto lo stesso identico peso delle parole.
Chi di noi non ricordava il film omonimo del 2008, diretto dallo stesso Shanley? La bella trasposizione cinematografica, interpretata da Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman, aveva mantenuto intatta la struttura dialogica del testo teatrale, ampliando però lo spazio narrativo attraverso primi piani e dettagli visivi e offrendo così una diversa intensità emotiva. Tuttavia, il teatro ha conservato una dimensione più astratta e universale, lasciando maggiore libertà interpretativa agli attenti spettatori, che si sono ritrovati spesso col fiato sospeso al susseguirsi imprevisto e imprevedibile delle vicende.

La sorvegliata regia di Andrea Chiodi ha scelto la via della misura e della precisione, evitando ogni eccesso melodrammatico e lasciando che fossero esclusivamente i corpi e i dialoghi, serrati e ambigui, a guidare il ritmo dello spettacolo. Grande spazio, dunque, alla magia della parola; la scena ideata da Guido Buganza, un grande confessionale con pareti che sembrano appositamente chiudersi sui protagonisti, insieme ai costumi sobri e coerenti con l’ambientazione, ha contribuito a creare uno spazio austero, quasi claustrofobico, che ha amplificato il senso di sospetto e inquietudine su cui si è fondata l’intera vicenda. Le icastiche luci di Gaetano La Mela hanno disegnato atmosfere nette, mentre le musiche di Ferdinando Baroffio hanno accompagnatolo svolgersi degli eventi con la necessaria austerità.
Ma lo spettacolo ha trovato la sua vera forza nella prova degli ottimi attori. Elena Ghiaurov ha offerto una Madre Aloysius intensa e controllata, capace di trasmettere contemporaneamente forte autorità e nascoste fragilità. Il nostro Luigi Tabita ha costruito un Padre Flynn appositamente sfuggente, profondamente umano, mai completamente decifrabile, mantenendo quell’ambiguità che è il cuore del testo di Shanley. Bravissime anche Irene Tetto e Caterina Sanvi che hanno dato adeguato spessore ai loro ruoli, contribuendo a rendere credibile il clima di terribile tensione morale.

Una piéce dunque coinvolgente e che ha lasciato lo spettatore col fiato sospeso fino alla fine, rispettando pienamente lo spirito dell’opera: non stabilire una verità definitiva, ma mettere lo spettatore di fronte alla complessità del giudizio umano. Il dubbio ha davvero avviluppato tutti, diventando toccante esperienza diretta per chi ha assistito e lasciando nell’animo, tra tanti applausi, una ridda di angoscianti interrogativi…