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È morto Bruno Contrada, l’uomo dei segreti che tradì la Palermo della lotta alla mafia

Bruno Contrada è morto nella notte tra il 12 e il 13 marzo 2026, poco prima della mezzanotte, nella sua abitazione di Palermo. Aveva 94 anni. Con lui scompare uno dei personaggi più controversi e oscuri della storia repubblicana italiana: un uomo che ha attraversato tre decenni di lotta alla mafia stando dalla parte dello Stato, ma servendo — come hanno accertato i tribunali — gli interessi di Cosa Nostra. I funerali si terranno sabato nel capoluogo siciliano.

Napoletano di nascita, nato il 2 settembre 1931, palermitano per scelta e per destino, Contrada entrò nella polizia di Stato nel 1958. Nel 1973 assunse la guida della polizia giudiziaria di Palermo. Negli anni successivi percorse tutti i gradini della carriera investigativa, dalla Squadra Mobile alla Criminalpol, fino ad approdare al Sisde, il servizio segreto civile, dove si occupò delle operazioni in Sicilia e Sardegna e raggiunse il ruolo di numero tre dell’apparato. A Palermo era conosciuto come “u’ dottore”, appellativo che ne riassumeva la doppiezza: rispettato negli ambienti investigativi, temuto in quelli mafiosi, ambiguo per chi lo osservava da vicino.

La carriera pubblica di Contrada è indissolubilmente legata alla stagione più sanguinosa della guerra di mafia a Palermo. Fu il braccio destro di Boris Giuliano, il capo della Mobile assassinato da Cosa Nostra nel 1979, e ne assunse la guida ad interim dopo la sua morte. Eppure, proprio mentre i suoi colleghi cadevano uno dopo l’altro sotto i colpi della mafia, Contrada conduceva quella che i collaboratori di giustizia avrebbero poi descritto come una sistematica opera di tradimento.

I primi sospetti risalgono al 1984, quando Tommaso Buscetta, il primo grande pentito di Cosa Nostra, rivelò a Giovanni Falcone che Contrada passava informazioni ai boss e li avvertiva delle operazioni di polizia in corso. Buscetta riferiva in particolare di notizie apprese da Rosario Riccobono, capo del mandamento di Partanna Mondello, con il quale Contrada intratteneva rapporti diretti. Negli anni successivi, le accuse si moltiplicarono. A parlare furono anche Francesco Marino Mannoia, Giuseppe Marchese, Gaspare Mutolo, Salvatore Cancemi, Rosario Spatola e Pietro Scavuzzo: un esercito di collaboratori che, da angolazioni diverse, descriveva tutti lo stesso quadro.

Secondo le ricostruzioni processuali, Contrada aveva facilitato il rilascio di patenti e porti d’arma a esponenti mafiosi come Stefano Bontate e Giuseppe Greco. Aveva agevolato la latitanza di Riccobono e, secondo Giuseppe Marchese — cognato di Leoluca Bagarella e considerato un testimone di eccezionale attendibilità per la sua vicinanza a Totò Riina — aveva intrattenuto rapporti privilegiati con Michele e Salvatore Greco e con lo stesso Riina. Soprattutto, aveva fornito all’organizzazione mafiosa notizie riservate sulle indagini in corso, permettendo ai boss di sottrarsi ad arresti e perquisizioni.

Il nome di Contrada è legato a doppio filo ai destini dei due magistrati simbolo della lotta alla mafia. Giovanni Falcone non si fidava di lui. L’episodio è stato testimoniato in aula dal giudice Antonino Caponnetto, padre del pool antimafia: dopo un interrogatorio in cui Contrada era stato sentito come testimone, Falcone si pulì ostentatamente la mano sui pantaloni dopo avergli stretto la mano. Un gesto eloquente, che racconta più di molte parole.

Falcone sospettava che Contrada avesse avuto un ruolo nel fallito attentato dell’Addaura del 21 giugno 1989, quando un borsone con 58 cartucce di esplosivo fu trovato sugli scogli della villa del magistrato, proprio nel giorno in cui Falcone doveva incontrare la magistrata svizzera Carla Del Ponte per discutere dei circuiti del riciclaggio mafioso. Il giornalista Saverio Lodato ha rivelato che Falcone gli indicò proprio in Contrada una delle “menti raffinatissime” a cui aveva fatto riferimento dopo il fallito attentato, diffidandolo però dallo scriverlo.

Falcone sospettava inoltre che Contrada avesse avvertito l’imprenditore Oliviero Tognoli, coinvolto nel riciclaggio per conto di Cosa Nostra nell’inchiesta “Pizza Connection”, dell’imminente emissione di un provvedimento d’arresto, permettendogli di fuggire dall’Italia. Tognoli confermò la circostanza ai magistrati Del Ponte e Ayala, salvo poi ritrattare e rifiutare di verbalizzarla.

Anche con Paolo Borsellino il rapporto fu segnato dalla diffidenza. Il 1° luglio 1992, meno di tre settimane prima della strage di via D’Amelio, Borsellino stava interrogando segretamente il pentito Gaspare Mutolo a Roma. Contrada, che era al corrente dell’interrogatorio riservato, intercettò il magistrato e gli disse: “So che è con Mutolo, me lo saluti”. Mutolo raccontò che Borsellino rientrò nella stanza “tutto arrabbiato, agitato, preoccupato”, e che fumava così distrattamente da avere due sigarette in mano. Quella sera, tornato a casa, Borsellino disse alla moglie Agnese di aver “respirato aria di morte”.

Contrada si presentò poi in via D’Amelio subito dopo la strage del 19 luglio 1992, e — come documentato nei titoli di coda del film di Michele Placido che ne raccontò la figura — avrebbe ordinato a un poliziotto di cancellare il suo nome dalla relazione di servizio. La famiglia Borsellino ha sempre negato con fermezza che Contrada fosse amico del magistrato, come l’ex funzionario pretendeva.

Il 24 dicembre 1992, la vigilia di Natale, alle sette del mattino, Contrada fu svegliato dalle sirene. L’anno delle stragi palermitane si chiudeva con il suo arresto per concorso esterno in associazione mafiosa, su ordinanza della Procura di Palermo. Fu condotto al carcere militare di Forte Boccea a Roma.

Il primo processo ebbe inizio il 12 aprile 1994. Dopo ventidue udienze di requisitoria condotta dal pubblico ministero Antonio Ingroia, il 5 aprile 1996 Contrada fu condannato a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Il 4 maggio 2001 la Corte d’Appello di Palermo lo assolse, ribaltando la sentenza. Ma il 12 dicembre 2002 la Cassazione annullò l’assoluzione e rinviò gli atti a una diversa sezione della Corte d’Appello palermitana. Il 26 febbraio 2006, dopo trentuno ore di camera di consiglio, arrivò una nuova condanna a dieci anni. Il 10 maggio 2007 la Cassazione confermò in via definitiva.

Contrada scontò la pena tra carcere e domiciliari fino all’ottobre del 2012: quattro anni e mezzo dietro le sbarre e tre anni e mezzo agli arresti domiciliari. Nel frattempo, la vicenda approdò alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che nel 2015 stabilì che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, all’epoca dei fatti contestati a Contrada (1979-1988), non era sufficientemente chiaro e prevedibile nel diritto italiano. Lo sarebbe diventato solo con la sentenza Demitry del 1994. L’Italia fu condannata per violazione del principio di legalità penale. Nel 2017 la Cassazione dichiarò la condanna ineseguibile e priva di effetti penali.

È fondamentale comprendere la portata reale di questa decisione. Non si trattò di un’assoluzione nel merito. I fatti contestati dalla Procura durante i processi ordinari, e accertati attraverso un’istruttoria monumentale e le dichiarazioni convergenti di sette collaboratori di giustizia, restano provati. Semplicemente, a Contrada non poteva essere contestato quel reato per quel periodo storico. I fatti contestati dalla procura durante i processi ordinari rimangono provati. Contrada ottenne successivamente un risarcimento di 285.342 euro per ingiusta detenzione.

Il nome di Contrada era riemerso appena pochi mesi fa, nell’ottobre 2025, in relazione a un’altra delle ferite aperte della storia italiana: l’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana e fratello dell’attuale Presidente della Repubblica, ucciso dalla mafia il 6 gennaio 1980.

L’inchiesta della Procura di Palermo ha portato all’arresto dell’ex prefetto Filippo Piritore, accusato di aver depistato le indagini facendo sparire un guanto di pelle marrone dimenticato da uno dei killer nella Fiat 127 usata per la fuga. Contrada, che all’epoca dirigeva sia la Squadra Mobile sia la Criminalpol, era sul luogo del delitto e fu il primo ad essere informato del ritrovamento del guanto. Secondo la Procura, tra Contrada e Piritore esisteva un legame che andava ben oltre il rapporto professionale. E mentre Contrada dirigeva le indagini sull’assassinio di Mattarella, intratteneva rapporti riservati con i mandanti condannati dell’omicidio: Michele Greco e Salvatore Riina.

È l’ultima, inquietante tessera di un mosaico che restituisce il profilo di un uomo che ha abitato sistematicamente la zona grigia dove lo Stato e l’antistato si stringevano la mano.

Contrada ha sempre rivendicato la propria innocenza e reclamato il proprio onore di uomo delle istituzioni. Ha scritto un libro di memorie, “La mia prigione”, e ha combattuto fino all’ultimo per ottenere la riabilitazione formale. Nel 2017 il capo della Polizia Franco Gabrielli revocò il provvedimento di destituzione e lo reintegrò come pensionato nella Polizia di Stato.

Ma la domanda che ha attraversato trent’anni di dibattito pubblico resta inevasa: quale Stato ha servito Bruno Contrada? Certamente non quello di Giovanni Falcone, che lo indicava tra le “menti raffinatissime” dietro la mafia. Non quello di Paolo Borsellino, che tornò dal loro ultimo incontro con l’angoscia della morte addosso. Non quello di Boris Giuliano, assassinato mentre Contrada già frequentava i salotti dei boss. Non quello di Piersanti Mattarella, sulle cui indagini Contrada è sospettato di aver contribuito al depistaggio.

Le accuse contro di lui non provenivano solo dai pentiti. Magistrati come Carla Del Ponte, Antonino Caponnetto, Giuseppe Ayala e Vito D’Ambrosio nutrivano nei suoi confronti una profonda diffidenza. Laura Cassarà, vedova di Ninni Cassarà — un altro poliziotto assassinato dalla mafia — lo accusò di aver intrattenuto rapporti con Cosa Nostra mentre i suoi colleghi cadevano.

Con la morte di Bruno Contrada si chiude formalmente un capitolo. Ma non si chiudono le domande. Il paradosso giuridico di un uomo i cui comportamenti sono stati accertati come colpevoli, ma che non poteva essere condannato per un vizio di prevedibilità del reato, resterà come uno dei nodi irrisolti della giustizia italiana. Contrada se ne va portando con sé segreti che hanno segnato la Prima e la Seconda Repubblica. Non si può parlare di innocenza per Bruno Contrada. I fatti, nonostante tutto, restano impressi nella storia.

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Alessandro Sorace classe 1988, nato a Catania. Giurista, giornalista pubblicista, appassionato di arte, storia ed amante della cultura, del gusto e del buon vivere. Collabora da cinque anni col quotidiano online "Clessidra 2021".
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