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Dalla marginalità alla soggettività politica. Il lungo cammino delle donne

La relazione che segue è stata presentata in occasione dell’assegnazione alla sottoscritta del Premio “Valore donna Daniela Simon”

Più che un riconoscimento alla sottoscritta, questo momento rappresenta qualcosa di più significativo: l’ingresso di una donna, Daniela Simon, nella storia morale di questa città.

Accade raramente nella vita pubblica che una figura venga riconosciuta non per il potere esercitato o per un ruolo istituzionale ricoperto, ma per la qualità umana delle sue azioni. Daniela Simon è stata questo: una donna capace di vedere chi resta invisibile e di dare voce a ciò che la società tende a lasciare ai margini.

Ed è proprio da qui che nasce una domanda che non riguarda soltanto la memoria di una comunità, ma il modo stesso in cui pensiamo la storia.

La storia delle donne, infatti, non è una storia parallela alla storia politica. È, piuttosto, la sua parte invisibile. E rendere visibile ciò che è stato marginale non è solo un esercizio di ricostruzione storica: è prima di tutto un atto civile.

Chiedersi dove siano state le donne nella storia significa interrogare il modo in cui la storia è stata scritta. Chiedersi dove siano oggi significa misurare la distanza che ancora separa i diritti formali dal potere reale.

Il passaggio dalla marginalità alla soggettività politica non è stato lineare né compiuto. È un processo ancora aperto, che interpella le istituzioni e chiama in causa la nostra responsabilità civile.

Per molto tempo ho guardato con sospetto alla Festa della donna. Forse perché, da giovane, mi sembrava che la battaglia per l’emancipazione fosse già vinta. Negli anni Ottanta la presenza femminile nelle istituzioni appariva consolidata: donne ministro, presidenti di commissione, leader parlamentari. A Catania, in quegli anni, ero tra le poche donne in Italia segretarie della federazione giovanile di un partito quasi interamente maschile.

Oggi abbiamo perfino un presidente del Consiglio donna.

Col tempo ho capito che quella visibilità non coincideva con una conquista collettiva. Spesso si è trattato di affermazioni individuali maturate dentro contesti rimasti profondamente maschili, non di una trasformazione strutturale.

Non è un caso che molte delle donne più competenti – nella giustizia, nella ricerca, nell’università – si siano progressivamente allontanate dalla politica, lasciando spazi talvolta occupati da figure prive di una solida cultura istituzionale o di una visione di lungo periodo. Non per colpa individuale, ma per l’assenza di un vero investimento collettivo sulla formazione politica delle donne.

Per questo l’8 marzo non può essere una semplice celebrazione. È – e deve restare – una domanda aperta.

Per secoli la storiografia ufficiale ha raccontato il mondo come se fosse stato costruito solo dagli uomini. Le donne compaiono ai margini; quando non vengono cancellate, diventano lo “sgabello della storia”, per usare l’espressione di Ida Magli. Eppure le donne non solo ci sono sempre state: hanno fatto la storia, l’hanno cambiata, spesso senza che il loro nome entrasse nei manuali.

Riscrivere la storia delle donne non significa aggiungere qualche figura femminile qua e là. Significa cambiare lo sguardo, interrogare i criteri con cui definiamo il potere, la politica, la cittadinanza. Perché per lungo tempo le donne sono state escluse non solo dal potere, ma dalla memoria.

Oggi potremmo illuderci che la questione sia superata. Le donne sono visibili. Ma la visibilità non coincide automaticamente con la trasformazione.

Presenza non vuol dire trasformazione. Si può occupare una posizione senza cambiare le logiche, i valori che strutturano quel potere. La vera questione non è quante donne siedano nelle istituzioni, ma che tipo di presenza incarnino. Se quella presenza sia capace di mettere in crisi una cultura politica ancora fondata sulla competizione, sull’esclusione, sulla forza. L’uguaglianza formale, da sola, non basta. Senza una revisione profonda del sistema di valori, rischia di restare una promessa incompiuta.

Anche nel racconto di una parte del femminismo esiste un rischio: vedere le donne solo come vittime. La vera sfida invece è riconoscerle come soggetti. Le donne sono state escluse, subordinate, marginalizzate — ma non sono state solo questo. Sono state capaci di immaginare alternative, di creare spazi di libertà anche in condizioni avverse. La storia femminile è una storia di resistenza creativa.

Il Novecento ci insegna una lezione fondamentale: le istituzioni possono emancipare, ma anche escludere. È accaduto, ad esempio, nell’area manifatturiera del Catanese, dove tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento erano attivi circa undicimila telai e migliaia di donne lavoravano nell’industria tessile. L’introduzione di norme di protezione – riduzione dell’orario femminile, obbligo di spazi adeguati, presenza di asili – comportò costi che molte imprese non vollero sostenere.

Il risultato non fu l’emancipazione, ma l’espulsione. I telai rientrarono nelle case. Il lavoro si fece domestico, invisibile, non regolato. La tutela formale produsse lavoro nero. La protezione si trasformò in marginalità. L’emancipazione si rivela allora ambigua: apre possibilità, ma può sottrarre autonomia.

C’è poi la dimensione delle guerre. Ogni guerra ha un fronte invisibile: quello dei corpi femminili. Le donne hanno sostenuto le società in guerra attraverso il lavoro e la cura. Ma sono state anche esposte a una violenza sistematica che non è un effetto collaterale: è una strategia. È la strategia di colpire il nemico attraverso l’umiliazione delle sue donne. Eppure nei libri di storia si parla di confini, eserciti, trattati. Raramente si parla della violenza sui corpi femminili. Anche questo silenzio è una forma di rimozione.

Ma la violenza contro le donne non appartiene solo al passato né ai contesti bellici. Anche nelle società formalmente pacificate essa riemerge come sintomo di una trasformazione profonda ma ancora non interiorizzata e governata. I cambiamenti strutturali – quelli che ridefiniscono ruoli, autorità, identità – non avvengono mai in modo indolore. L’emersione di una soggettività femminile autonoma ha messo in discussione modelli tradizionali di maschilità fondati sull’idea del possesso e del controllo.

In questo passaggio storico vediamo anche uomini più fragili, talvolta incapaci di elaborare la perdita di una centralità data per scontata (del ruolo delle donne). La violenza che emerge, quella che  chiamiamo femminicidio, è l’espressione estrema e patologica di questa difficoltà. A questo si aggiunge un elemento che non possiamo ignorare: la sovraesposizione mediatica. Quando il racconto della violenza diventa continuo, ripetitivo, spettacolarizzato, senza essere accompagnato da una forte narrazione istituzionale sul cambiamento culturale necessario, il rischio di emulazione esiste. E cresce proprio quando le istituzioni si limitano alla condanna episodica senza proporre un modello alternativo di relazione, di maschilità, di riconoscimento reciproco.

Per questo la risposta non può essere solo penale. Deve essere culturale e simbolica. A cominciare dal linguaggio. Le parole strutturano il potere. Continuare a neutralizzare nel maschile i titoli e le funzioni delle donne significa mantenere l’eccezione come norma implicita. Riconoscere pienamente il femminile nel lessico pubblico non è un dettaglio grammaticale: è un atto istituzionale. È il segno che la trasformazione non è tollerata, ma assunta come struttura.

Quando questo passaggio non si compie fino in fondo, la conseguenza è l’invisibilità. Ed è un’invisibilità che non riguarda solo il passato.

Questa storia infatti non appartiene solo al passato. Le sue eredi sono tra noi: nelle insegnanti precarie, nelle operatrici sociali, nelle attiviste dei centri antiviolenza, nelle donne che tengono insieme comunità fragili senza pieno riconoscimento pubblico. Una cittadinanza che regge la società, ma resta ai margini delle narrazioni dominanti.

Nel 1899 la Gazzetta Piemontese chiedeva: “Siete contente di essere donna?”. Oggi forse la risposta più onesta non è né sì né no. È consapevolezza. Consapevolezza che nulla è definitivamente acquisito. Che i diritti, senza giustizia materiale e trasformazione culturale, restano fragili.

C’è infine un’esperienza che molte donne conoscono nella vita professionale, ma che raramente entra nel discorso pubblico: mi riferisco a quei riconoscimenti della sua carriera  subordinati a rapporti di potere squilibrati. È un meccanismo che funziona proprio perché non viene esplicitato. In qualunque modo la donna reagisca, il giudizio si ritorce su di lei: se accetta, la sua autorevolezza viene sospettata; se rifiuta, paga un prezzo; se denuncia, la sua parola viene messa in discussione.

Anche questa è una forma di cittadinanza incompiuta.

Infine desidero ringraziare tutti voi per questa importante e significativa manifestazione voglio sottolineare che il valore di una donna non è un titolo da attribuire, ma una realtà storica da riconoscere. E quando uno spazio pubblico come questo lo accoglie, la democrazia si rafforza.

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Cettina Laudani è docente di Storia del pensiero politico presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Catania. Negli ultimi anni ha partecipato al programma di ricerca nazionale su: “Associazionismo e Democrazia” presso il Dipartimento di Storia della facoltà di lettere dell’Università di Padova e ai Programmi di Ricerca Scientifica di Rilevante interesse Nazionale su "Potere e opinione nel pensiero politico moderno" presso l’università di Firenze e su "Libertà e potere: vicende di una dialettica nel pensiero politico moderno e contemporaneo" all’Un. Di Parma. Gli studi più recenti sono rivolti alla storia del costituzionalismo siciliano e alla storia dell’associazionismo in Sicilia in relazione alla nascita della Massoneria e al ruolo assunto da quest’ultima nella seconda metà del Settecento. In relazione a ciò ha pubblicato 29 saggi e articoli apparsi in riviste e volumi collettanei per i tipi di Giuffrè, Milano 2008, Franco Angeli, Torino 2018 e Laterza, Bari-Roma 2018. Per la casa ed. Bonanno, ha pubblicato tre monografie; L’Appello dei Siciliani alla nazione inglese. Costituzione e costituzionalismo in Sicilia (2011); Dalla Libera Muratoria alle associazioni di Mutuo Soccorso. Democrazia e rappresentanza politica nella Sicilia postunitaria (2012); Illuminismo e Massoneria nel pensiero politico di Tommaso Natale (2018). Il saggio su Donne, Istruzione e lavoro nella Sicilia tra Otto e Novecento, Bonanno 2020, è stato recensito sulla pagina culturale di “Repubblica”. Nel 2022, insieme al gruppo di ricerca di Napoli, ha ottenuto un finanziamento pubblico per un Progetto di Ricerca d’Interesse Nazionale dal titolo: Democrazia e segretezza. Per una genealogia della trasparenza democratica. Dal 2021 è anche socia dell’Accademia degli Zelanti di Acireale. Attualmente lavora ad una ricerca nazionale sull’Eco-Femminismo tra Otto e Novecento ed è in via di pubblicazione una monografia su: Il Diritto di punire. La legislazione penale in Sicilia tra Sette e Ottocento
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