In Italia una vera parità genere nel lavoro è ancora un miraggio per le donne

Spentosi i riflettori sulla Giornata Internazionale della Donna, ritornano, più dense che mai, le ombre che offuscano la realtà lavorativa che vivono quotidianamente le donne italiane.
Sebbene in lieve crescita, l’Italia detiene il primato negativo del tasso di occupazione femminile più basso di tutta l’Ue, secondo i dati registrati dall’Ufficio Studi della CGIA.
Dati che sono stati confermati dall’ultimo Rendiconto di Genere dell’ISTAT presentato a Roma a febbraio scorso.
Anche se risulta che le studentesse, che arrivano a conseguire il diploma e poi la laurea, in percentuale siano più numerose degli studenti maschi, (il 62% dei laureati sono donne), quando queste entrano nel mondo del lavoro, le loro prospettive lavorative, sono di gran lunga inferiori a quelle dei loro colleghi uomini.
I dati Istat confermano che sussiste ancora oggi un divario occupazionale a sfavore delle donne, il cui tasso di occupazione è del 53,3% contro il 71,1% degli uomini.
Un divario che diventa più evidente quando si distingue tra lavoro stabile e lavoro precario. Nei contratti stagionali risulta una maggiore presenza femminile invece la percentuale dei dipendenti uomini è superiore quando si tratta di lavoro a tempo indeterminato.
Dati che confermano le evidenti difficoltà che, ancora oggi, le donne incontrano in ambito lavorativo soprattutto per mancanza di adeguate norme a tutela delle donne lavoratrici, che il più delle volte, risultano pressoché inutili, poco incisive e inefficaci per garantire effettivi strumenti a sostegno della maternità.

Le madri con figli, sono quasi sempre gravemente penalizzate.
I dati Istat hanno attestato che dal 1954 a oggi, l’età media della donna per il primo figlio si è innalzata dai 26 anni ai 32.
Un chiaro segnale che conferma quanto pochi siano stati gli aiuti varati dallo Stato, e che esiste di fatto una evidente disparità di genere in ambito lavorativo.
Conseguentemente, sempre più spesso le donne, per poter conciliare gli impegni di famiglia con quelli di lavoro, sono costrette a scegliere un lavoro par-time.
I dati lo confermano, registrando che le lavoratrici par-time superano i lavoratori di circa 1,4 milioni.
Una percentuale enorme che vede le donne obbligate a fare scelte non volute pur di continuare a restare nel mondo del lavoro.
Ma anche le donne che riescono a proseguire, spesso non hanno grandi prospettive di fare carriera e di accedere a posizioni dirigenziali.
Solo il 21,8% riesce ad ottenerlo.
Da non trascurare la questione retribuzione, che continua a essere sempre inferiore.
Uno scarto che permane sia nel settore pubblico che in quello privato dove però è molto più marcato.
In età pensionistica questa asimmetria di trattamento si ripercuote sulla pensione di vecchiaia percepita: le pensioni delle lavoratrici sono inferiori del 44,2% rispetto a quelle dei colleghi maschi.
Eppure le donne, da sempre, sono portatrici di grande impegno e di ottime competenze.
Lo attestano i dati della CGIA che confermano che il numero delle donne imprenditrici presenti in Italia sia il più elevato dell’Ue.
Dopo le donne italiane ci sono le francesi, le tedesche e le spagnole.
Un primato molto importante e in continua crescita che vede sempre più imprese italiane guidate da donne.
Anche se le donne imprenditrici italiane, però, sono meno della metà degli imprenditori uomini, questa espansione costante e in continua evoluzione positiva, conferma la determinazione e le enormi potenzialità delle donne lavoratrici.
Una imprenditoria femminile che svolge un ruolo importante in ambito sociale ed economico, in quanto crea maggiore occupazione femminile.
Le donne imprenditrici tendono ad assumere altre donne in misura significativamente maggiore rispetto alle imprese gestite da uomini.
Un sistema che permette di valorizzare le competenze femminili del territorio e che offre opportunità lavorative spesso negate.
Nonostante queste significative conquiste, oggi, questa arcaica disparità di genere continua a penalizzare le donne sia nella loro vita lavorativa che in età pensionistica. Sono ancora troppo poche le donne che hanno reali prospettive di carriera, invece sono tante e tante le donne costrette a ripiegare su un lavoro par-time o addirittura ad abbondonarlo totalmente per dedicarsi al lavoro di cura familiare che continua a gravare solo sulle loro spalle così come dimostrato dall’utilizzo dei congedi parentali a cui ricorrono il 70% delle madri lavoratrici rispetto ai padri lavoratori.

Mancano reali politiche di tutela che scardinino alla base questa disparità lavorativa che rende l’Italia un Paese segnato da evidenti differenze di genere.
Una reale crescita sociale, culturale ed economica non può prescindere da un effettivo progresso collettivo che deve avvalersi delle capacità e delle competenze di tutti i propri cittadini senza distinzioni.
Il lavoro è un diritto fondamentale sancito nell’articolo 4 della nostra Costituzione.
Un diritto garantito per uomini e donne!