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Il tempo: la ricchezza per l’umanità
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Le imprevedibili distopie del futuro

La distopia è uno dei generi letterari e filosofici più potenti e inquietanti per interrogarsi sul destino dell’umanità. Non descrive semplicemente un “futuro brutto”, ma funziona come una lente critica d’ingrandimento sul presente: esagera tendenze già in atto per renderle visibili e urgenti sino al punto limite parossistico.

Aldous Leonard Huxley

Tra le grandi tradizioni distopiche vi è quella dei regimi totalitari che venne inaugurata da Evgenij Ivanovic Zamjatin (Noi, 1924) e portata al culmine da George Orwell (1984, 1949) e poi Aldous Leonard Huxley (Il mondo nuovo, 1932) laddove si immagina Stati onnipotenti che controllano il pensiero, la memoria, il corpo. Orwell teme la coercizione brutale; Huxley teme qualcosa di più sottile: il controllo attraverso il piacere, il consumo, la distrazione volontaria.

Evgenij Ivanovic Zamjatin

La distopia tecnologica esplora come le macchine possano alienare o sostituire l’uomo. Da Metropolis di Fritz Lang alle visioni di Philip K. Dick, fino alle serie contemporanee come Black Mirror, la domanda è sempre la stessa: chi controlla la tecnologia, e chi viene controllato da essa?

George Orwell 

La distopia ecologica , sempre più centrale nel nostro tempo presente, immagina un pianeta devastato, dove le risorse scarseggiano e le disuguaglianze si radicalizzano.

La distopia biopolitica, da Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, dove il corpo — soprattutto quello femminile — diventa territorio di controllo statale.

Ci sono tendenze reali che alimentano la paura e ciò che rende la distopia così attuale è che molte sue premesse non sono fantascientifiche:innanzitutto con la Sorveglianza di massa — il sistema di credito sociale in Cina, la raccolta dati delle Big Tech, il riconoscimento facciale nelle città.

Margaret Atwood 

Poi la concentrazione del potere con pochi miliardari che controllano infrastrutture informative globali.

Dopo la crisi climatica con realistici scenari di migrazioni di massa, guerre per l’acqua, collasso degli ecosistemi.

Ancora gli effetti dell’intelligenza artificiale — automazione del lavoro, decisioni algoritmiche sulla vita delle persone, deepfake e manipolazione della realtà.

Per finire si assiste ad un’erosione della democrazia che si esplicita con una crescente polarizzazione, con un aumento della disinformazione e con l’emersione di populismi autoritari.

La distopia nasconde un paradosso: vi è sempre una funzione utopica nascosta che, mostrando il peggio, indica e suggerisce implicitamente ciò che vale la pena proteggere e, cioè,  la libertà, la dignità, la memoria, la solidarietà. Non è, quindi, tutta letteratura della rassegnazione, ma dell’allarme sociale e umano.

A tal proposito scrive Atwood che “La distopia non è una profezia, è un avvertimento.”

Nel dibattito contemporaneo restano domande aperte in cui si concentrano  alcuni nodi irrisolti:chi definisce la distopia? Infatti ciò che è distopia per uno può essere ordine desiderabile per un altro.

Poi un’altra domanda è quella relativa alla tecnologia ovverosia se essa è da ritenersi neutrale? O porta con sé strutture di potere intrinseche?

È ancora possibile pensare l’utopia? O la distopia è diventata l’unico orizzonte immaginabile?

In ogni caso la distopia spesso dimostra l’impotenza del singolo contro il sistema.

 

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Nato a Catania nel 1990. Attualmente ricopre il ruolo di capo di gabinetto dell'assessorato dei beni culturali e dell'identità siciliana. Militante politico e appassionato di giornalismo sin dalla prima giovinezza ha collaborato con il Settimanale I Vespri e con il Secolo d’Italia. Ha ricoperto ruoli di amministratore pubblico nella sua città d’origine, Mascali, come consigliere comunale e assessore. È dottore in Scienze della Difesa e della Sicurezza e in Scienze Politiche. Autore di un saggio su Kelsen e la politica contemporanea "Pensiero forte" edito da Bonfirraro Editore.
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