Diventerà l’Iran una Persia in salsa “Jugoslava”?

Molti elementi osservabili nel bollente calderone iraniano lasciano pensare che il regime teocratico abbia il fiato corto e la sua caduta sembrerebbe alle porte. L’Iran è nei fatti un’isola sciita circondata da un “mare sunnita” arabo e non. Accanto alle “petromonarchie” del Golfo si segnala infatti anche la Turchia che araba non è ma sunnita sì che lo è. Con l’aggiunta che non nasconde le sue ambizioni di rifarsi “impero” ( “neo-ottomanesimo”) anche a spese di un “ingombrante” “Stato Persiano” caduto in disgrazia. A peggiorare le cose per gli Ayatollah ci si mette anche lo sciita Azerbaijan, vicino sì ma tutt’altro che amico; considerando i rapporti molto stretti e collaborativi, anche in ambito militare, che intrattiene sia con il loro nemico “sionista”, lo Stato di Israele per l’appunto, che con la Turchia. I bombardamenti di Trump potrebbero essere fatali al regime teocratico. Da un lato perché accellererebbero una (contro) rivoluzione già iniziata dall’interno. Ruolo centrale delle masse giovanili che rappresentano oltre il 50% della popolazione. E fa quindi scuola in tal senso quanto scritto nel 2011 da David G. Munro e Claudia Zeisberger in “Demographics: The Ratio of Revolution”. Dall’altro lato perché incombe il rischio di una disgregazione di una nazione multietnica in cui accanto alla maggioranza persiana convivono altre etnie di consistenza demografica non trascurabile. Prime tra tutte quella azera e curda a nord e la beluci a sud est. Confermare un azero, il figlio di Khamenei, al ruolo di Guida Suprema potrebbe non essere sufficiente a tenere coeso il (micro) “impero persiano”. La dissoluzione della Jugoslavia avvenne dopo dieci anni dalla morte del croato Tito. Per l’Iran ciò potrebbe avvenire anche prima.