“Nella carne” di David Szalay, autopsia di una vita

Non sono il primo a scrivere di questo libro e non sono incline a unirmi al coro pressoché unanime di consensi che lo ha accolto e gli ha fatto vincere il Booker Prize nel 2025, ma devo riconoscere che è impossibile leggerlo senza avere voglia di analizzarlo e discuterne, e questo è già un grande merito.
Il racconto segue la vita di un giovane , Istvan, dall’adolescenza alla maturità, e lo fa con uno stile, secco, asciutto, privo di ridondanze e orpelli ma anche, almeno apparentemente, di empatia: un freddo resoconto come potrebbe essere un verbale giudiziario o un referto autoptico.
L’architettura è simmetrica. Incontriamo Istvan solo, quindicenne , appena trasferito a Budapest con la madre, privo di amici e con interazioni con la madre di tipo meccanico e funzionale. A Budapest i compagni di scuola ed una matura vicina di casa lo porteranno ad esplorare i consueti territori della crescita di un adolescente maschio, senza particolari emozioni o entusiasmi rilevabili. Tuttavia l’improvvisa interruzione della relazione fisica da parte della vicina determina la sua reazione , paragonabile a quella istintiva di un cucciolo a cui è stata tolta la pappa, e lo porta a pronunciare parole di cui non è neppure chiaramente consapevole e che usa solo per sollecitare la soddisfazione del bisogno fisico. Nel tentativo di entrare in casa di lei provoca la morte del suo anziano marito. Non è neanche certo di averlo spinto volontariamente , ma neanche del contrario, e questo primordiale delitto lo porterà dapprima in carcere, poi a frequentare compagnie cattive, e infine, nella incapacità di tenersi un lavoro, a entrare nell’esercito. Al ritorno, lo stress post-traumatico lo porta in analisi ed emerge come il principale fattore di stress sia stato la morte di un compagno d’armi che non era riuscito a salvare. Non c’era in realtà nulla che lui potesse fare ma l’impulso a salvare vite, forse come risarcimento per quella di cui aveva causato la perdita, tornerà ancora nel corso del racconto, così come l’intervento di donne che lo coinvolgeranno in relazioni senza che sia lui a provarci. Il salvataggio di un benestante signore londinese, proprietario di un’agenzia di sicurezza privata, da l’avvio alla sua fortuna, portandolo infine a essere coinvolto in una relazione con la moglie di un uomo ricchissimo che sposerà dopo la morte di questo, avendone un figlio. La relazione determinerà però da una parte l’odio del figlio di primo letto della donna e dall’altra l’esclusione totale della donna dall’eredità del marito.
In questa fase ricompare la madre di Istvan, di cui poche parole rendono il carattere pragmatico e l’influenza incisiva sulla vita del figlio. Sfruttando i prestiti dall’asse ereditario del figliastro e delle capacità imprenditoriali che non avevamo previsto , Istvan costruisce una posizione apparentemente solida ma purtroppo invece ancorata agli umori del figliastro, rancoroso e tossicodipendente.
La morte in un incidente stradale della moglie e del figlio avuto da lei rende ancora più fragile la sua posizione. L’ultimo salvataggio, proprio quello del figliastro in preda ad un’overdose, è l’inizio del suo precipizio. Nell’ultima parte del romanzo troviamo Istvan di nuovo a Budapest con la madre, alla ricerca di un ruolo modesto come addetto alla sicurezza in un grande magazzino, che otterrà, coinvolto in una relazione con una coetanea sposata che lo lascerà per non farsi scoprire dal marito e tardivamente consapevole dell’importanza che la moglie aveva avuto per lui. infine rimane totalmente solo per la morte della madre. E il cerchio così si chiude. Sono avvenute molte cose ma sembrano essergli scivolate addosso , capitate senza cercarle e accettate senza partecipazione. Anche dove sembra avere avuto parte attiva, lui stesso non è in grado di definire se ne era realmente consapevole.
E alla fine ci chiediamo: Ma chi era Istvan?