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L’Iran, la bomba e l’ossessione israeliana

Quando Israele guarda l’Iran, non vede un paese a 1.600 chilometri di distanza. Vede una minaccia esistenziale che giustifica qualsiasi azione, qualsiasi alleanza, qualsiasi compromesso morale. L’ossessione israeliana per il programma nucleare iraniano ha plasmato la politica mediorientale degli ultimi vent’anni più di qualsiasi altro singolo fattore. E dietro questa ossessione, neanche troppo nascosti, si muovono gli Stati Uniti, intrappolati tra la necessità di sostenere il proprio principale alleato regionale e la consapevolezza che una guerra con l’Iran sarebbe un disastro strategico.

L’Iran insiste di non volere la bomba atomica, che il programma nucleare serve solo scopi civili, che le fatwa dell’Ayatollah Khamenei proibiscono le armi di distruzione di massa. Nessuno ci crede davvero, nemmeno chi ripete queste assicurazioni per convenienza diplomatica. Teheran ha accumulato uranio arricchito ben oltre ciò che sarebbe necessario per usi pacifici, ha installato centrifughe avanzate in bunker sotterranei costruiti per resistere a bombardamenti, ha cacciato gli ispettori internazionali quando sono diventati troppo invadenti. Se non sta costruendo la bomba ora, sta mantenendo la capacità di farlo rapidamente quando deciderà che i benefici superano i costi.

La logica iraniana è brutalmente razionale. Il regime ha visto cosa è successo a Gheddafi quando ha rinunciato al programma nucleare: è finito linciato in una fogna dopo un intervento NATO. Ha visto Saddam Hussein invaso nonostante non avesse armi di distruzione di massa. Ha osservato la Corea del Nord trattata come interlocutore inevitabile proprio perché possiede l’arsenale nucleare. La lezione è chiara: le armi nucleari sono l’unica assicurazione credibile contro il cambio di regime imposto dall’esterno. Per un regime che considera la propria sopravvivenza l’obiettivo supremo, la scelta è ovvia.

Israele vive questa prospettiva come un incubo esistenziale. Un Iran nucleare significherebbe una potenza ostile, ideologicamente impegnata alla distruzione dello stato ebraico, dotata della capacità di cancellarlo dalla cartina geografica. Non importa che Teheran probabilmente non userebbe mai l’arma atomica sapendo che Israele risponderebbe con il proprio arsenale nucleare. Ciò che terrorizza Tel Aviv è che un Iran con la bomba diventerebbe inattaccabile, libero di sostenere Hezbollah, Hamas, la Jihad Islamica e tutte le milizie che già ora minacciano i confini israeliani, ma senza più temere ritorsioni decisive.

Netanyahu ha fatto dell’Iran la sua ossessione personale e politica. Per oltre un decennio ha avvertito che Teheran è a “pochi mesi” dalla bomba, ha disegnato diagrammi alle Nazioni Unite, ha minacciato attacchi militari unilaterali, ha sabotato ogni tentativo di accordo diplomatico. La sua strategia è sempre stata la stessa: impedire qualsiasi normalizzazione dei rapporti tra Iran e Occidente, mantenere Teheran isolata e sanzionata, rendere impossibile la coesistenza con un Iran nucleare o anche solo nucleare-capace.

Gli Stati Uniti hanno oscillato tra strategie incompatibili. Obama ha negoziato il JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, che limitava il programma di Teheran in cambio della revoca delle sanzioni. Era un compromesso imperfetto: non smantellava il programma nucleare ma lo congelava per un decennio, dando tempo per cercare soluzioni più permanenti. Trump, sotto pressione israeliana e della propria base repubblicana, ha strappato l’accordo nel 2018, reimponendo sanzioni devastanti e adottando una strategia di “massima pressione” che avrebbe dovuto costringere l’Iran a capitolare.

Non ha funzionato. L’Iran ha risposto aumentando l’arricchimento di uranio ben oltre i limiti del JCPOA, espellendo gli ispettori internazionali, accelerando lo sviluppo di missili balistici. Biden ha provato a rinegoziare un nuovo accordo, ma le posizioni si erano irrigidite troppo. Teheran non si fida più di Washington dopo che Trump ha dimostrato che gli accordi americani valgono solo fino alle prossime elezioni. Israele ha fatto di tutto per sabotare qualsiasi ritorno al JCPOA, convinta che qualsiasi accordo sia peggio del mantenimento della pressione massima.

Nel frattempo, Israele ha condotto una campagna di sabotaggio e assassinii senza precedenti per rallentare il programma nucleare iraniano. Scienziati nucleari uccisi per strada a Teheran, il virus Stuxnet che ha distrutto centrifughe a Natanz, esplosioni misteriose in impianti sensibili, attacchi cibernetici sofisticati. È guerra non dichiarata, combattuta nell’ombra ma con effetti reali. Ha rallentato il programma iraniano di alcuni anni, ma non lo ha fermato. E ha convinto Teheran che solo la bomba può garantire sicurezza.

L’Iran ha risposto con la propria strategia indiretta. Hezbollah in Libano possiede un arsenale missilistico che può saturare le difese israeliane. Le milizie sciite in Iraq e Siria minacciano le basi americane e gli interessi israeliani. Gli Houthi nello Yemen hanno dimostrato di poter colpire l’Arabia Saudita e bloccare lo Stretto di Bab el-Mandeb. Hamas a Gaza riceve armi e finanziamenti iraniani. È una cintura di delegazione che permette a Teheran di colpire Israele senza esporsi direttamente, mantenendo una negabilità plausibile che l’atomica renderebbe ancora più credibile.

L’Arabia Saudita osserva con terrore crescente. Un Iran nucleare sconvolgerebbe l’equilibrio regionale in modo irreversibile. Riad ha fatto capire, neanche troppo velatamente, che se Teheran ottiene la bomba, anche il regno saudita la vorrà. Ha i soldi per comprarla, probabilmente dal Pakistan, e la determinazione per farlo. Il risultato sarebbe una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente che includerebbe probabilmente anche Egitto e Turchia. L’incubo della proliferazione che il Trattato di Non Proliferazione doveva prevenire.

Gli Stati Uniti si trovano intrappolati tra logiche contraddittorie. Sostenere Israele incondizionatamente significa accettare di essere trascinati in un conflitto con l’Iran che Washington non vuole. Cercare un accordo diplomatico con Teheran significa alienare Tel Aviv e probabilmente anche Riad. La pressione massima non ha funzionato, ma tornare al JCPOA è politicamente impossibile in un’America polarizzata dove qualsiasi apertura all’Iran viene dipinta come appeasement.

Trump, tornato alla Casa Bianca, si trova di fronte alla stessa scelta che ha evitato nel primo mandato: attaccare l’Iran o accettare che diventi una potenza nucleare. I suoi consiglieri più falchi, molti vicini a Netanyahu, spingono per l’opzione militare. Sostengono che colpire gli impianti nucleari iraniani ora, prima che sia troppo tardi, sia l’unica alternativa credibile. Ma i generali americani sanno che non sarebbe un’operazione chirurgica come quella israeliana contro il reattore iracheno di Osirak nel 1981. L’Iran ha disperso e fortificato le proprie installazioni nucleari, alcune sono in bunker scavati nella roccia. Distruggerle richiederebbe una campagna aerea prolungata, probabilmente seguita da ritorsioni iraniane contro basi americane, contro Israele, contro i pozzi petroliferi del Golfo.

E dopo? Anche se gli attacchi avessero successo, ritarderebbero il programma nucleare di qualche anno al massimo, convincendo definitivamente Teheran che solo la bomba può garantire sicurezza. L’Iran emergerebbe dall’attacco ancora più determinato, ancora più isolato, senza più alcun incentivo a trattare. Hezbollah scatenerebbe migliaia di missili su Israele. Gli Houthi chiuderebbero il Mar Rosso. Il prezzo del petrolio schizzerebbe alle stelle, innescando una recessione globale. E tra dieci anni saremmo allo stesso punto, ma con molti più morti e odio accumulato.

L’alternativa è accettare la realtà che nessuno vuole ammettere: l’Iran probabilmente diventerà una potenza nucleare, se non lo è già di fatto. La questione non è se, ma quando e a quali condizioni. La deterrenza che ha funzionato con l’Unione Sovietica, con la Cina, con la Corea del Nord, può funzionare anche con l’Iran. Teheran è governata da fondamentalisti religiosi, ma non sono suicidi. Sanno che usare un’arma nucleare significherebbe la fine del regime e probabilmente dell’Iran come stato. La bomba serve a garantire sopravvivenza, non a cercare il martirio collettivo.

Ma Israele non può accettare questa logica. Per Tel Aviv, un Iran nucleare è inaccettabile per definizione, indipendentemente dalle garanzie di deterrenza. È una questione che va oltre il calcolo strategico razionale e tocca l’identità stessa dello stato ebraico: mai più permettere che una potenza ostile abbia i mezzi per un secondo Olocausto, anche solo teorici. È una posizione comprensibile dopo secoli di persecuzioni e un genocidio reale. Ma è anche una posizione che rende impossibile qualsiasi compromesso.

Il tempo sta scadendo per tutte le parti. L’Iran si avvicina alla capacità di produrre materiale fissile in quantità sufficienti in poche settimane, raggiungendo il cosiddetto “breakout time” quasi zero. Israele sa che la finestra per un’azione militare efficace si chiude. Gli Stati Uniti devono decidere se sostenere un attacco israeliano che trascinerebbe Washington in guerra, o se frenare Tel Aviv rischiando di rompere l’alleanza più importante in Medio Oriente.

L’Iran nucleare non è più una prospettiva futura da prevenire. È una realtà emergente da gestire. E nessuno, né a Washington né a Tel Aviv né a Teheran, sembra avere idea di come farlo senza provocare la catastrofe che tutti dicono di voler evitare. Il programma nucleare iraniano è diventato il nodo gordiano del Medio Oriente: impossibile da sciogliere, troppo pericoloso da tagliare. E a differenza del mito antico, questa volta non c’è Alessandro in vista, solo leader intrappolati nelle proprie narrazioni, nelle proprie paure, nelle promesse fatte a elettorati che non accettano compromessi.​​​​​​​​​​​​​​​​

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Alessandro Sorace classe 1988, nato a Catania. Giurista, giornalista pubblicista, appassionato di arte, storia ed amante della cultura, del gusto e del buon vivere. Collabora da gennaio 2022 col quotidiano online "Clessidra 2021".

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