Il libro “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara ,un assioma del dolore

Ci sono libri che ti inseguono per anni, te li ritrovi in libreria non appena alzi lo sguardo, svolti l’angolo o sbagli reparto: sono lì che ti guardano e, che sia per caso o per motivo di altra natura a te ignota, sai che dovresti comprarlo; una parte di te è consapevole che quella lettura potrebbe cambiare la vita, donarla di nuovi significati. Ma ogni occasione è buona per rimandare, che sia il poco tempo a disposizione confrontato con la quantità di pagine, che sia il ricordo di testi ancora da concludere che attendono sullo scaffale… fin quando un giorno, dopo anni dal primo incontro, te lo ritrovi per le mani finalmente deciso a intraprendere questo viaggio.
È quello che è successo con Una vita come tante di Hanya Yanagihara, testo spopolato in tutto il mondo dalla sua uscita nel non-più-vicino 2015. Un libro che colpisce innanzitutto per la copertina: il primo piano in bianco e nero realizzato dal fotografo statunitense Peter Hujar nel 1969 che ritrae un giovane ragazzo in un’espressione che si fonde tra piacere e dolore. Ed è proprio questa unione contrastante l’incipit (e al tempo stesso il fulcro) del romanzo.
Come spiegarne la trama? Una vita come tante parla di tutto e di più, di quello che la mente umana riesce a immaginare e quello che, invece, non penserebbe nemmeno; parla di ciò che è comune e di ciò che è assurdo. O per lo meno, di ciò che si è convinti lo sia.
La storia, – o meglio, le vite, prendono luogo in un’America variegata, con le sue città ricche e i suoi angoli poveri e degradati. E su questo sfondo, anch’esso divergente, spiccano quattro figure – Willem, Jude, JB, Malcolm – prima ragazzi e poi uomini, accompagnate da altre figure che nascono per riempire il margine solo per diventare successivamente essenziali. Ognuno di loro condivide lo stesso spazio di mondo con la propria vita che reputa unica, e uniti dal sentimento e dal forte valore dell’amicizia intraprendono un percorso tortuoso per costruirsi un posto nella società che li possa fare sentire realizzati e appagati con le proprie scelte. Che li possa fare svegliare un giorno e poter dire “hey, sono proprio dove desideravo essere. Sono felice”.

Se solo, però, bastasse questo per definirsi davvero felici.
Sono vite che all’apparenza sembrano perfette, verrebbe proprio da guardarle e dire che possiedono tutto quello a cui un essere umano può ambire: una casa, un lavoro, l’amore (in tutte le sue forme), il denaro, una salute più o meno invidiabile… ma cosa si cela veramente dietro quello che la gente si limita a vedere?
Se si provasse ad andare oltre, cosa si scoprirebbe? Cosa resta quando si torna nella propria abitazione, dopo aver portato a termine il proprio dovere? La vita, quella vera. O la stessa, quella che si vede fuori ma solo più autentica, completa della parte che si preferisce lasciare nascosta quanto più possibile.
Ed è così che le pagine piene di sogni sono impregnate di sofferenze, di un dolore che silente si fa largo tra le parole e viene fuori con la forza di un torrente in piena. E ti divora, concedendoti alcuni barlumi di lucidità.
Inevitabilmente, si entra in empatia con i personaggi – tanto per le loro gioie quanto per le loro difficoltà, per i sorrisi quanto per le lacrime – ti entrano dentro e li ritrovi tra i pensieri, mentre cammini per strada e guardi i passanti, inconsapevoli di essere diventati parte, anche per un secondo, di un mondo immaginario ma così tanto reale.
Sarebbe fuorviante affermare che il dolore non sia il sentimento che prevale maggiormente all’interno del romanzo: parlando della critica, ci si divide in due gruppi a riguardo. Chi ha utilizzato questo dolore come fonte per guardarsi dentro e chi l’ha reputato un mero elemento stilistico per far parlare di sé, portando le descrizioni al limite del ridicolo e del surreale.
Come è ovvio specificare, con le percezioni non si può dire che l’uno sia in errore e l’altro nel giusto; come vibrazioni, vengono avvertite in maniera differente e sono equamente valide. Ma ciò che sicuramente il libro si prefissa come obiettivo è quello di aggiungere una lente in più attraverso la quale guardare la realtà in cui siamo immersi e di sdoganare l’idea che il dolore esista solo declinato in alcune tipologie e dosato in quantità prescritte.
Una vita come tante mostra che il non pensare a una sofferenza, non vuol dire che essa non possa verificarsi. Mostra che seppur per la ragione non è concepibile che un essere umano sia circondato da così tanto dolore da non dargli pace, non significa che la sua esistenza sia fantascientifica.
A essere soggetto e strumento di tale messaggio è in particolare modo uno di loro, Jude, e il bagaglio pesante che porta sulle spalle; un passato del quale vorrebbe sbarazzarsi ma che trova difficile annullare per sempre. Questo perché l’essere umano è fatto di tutte le esperienze vissute, perché racchiude i tre tempi in un solo attimo e pensare di cancellarne uno è una fatica destinata a risultare vana. La sofferenza che viene descritta non è solo fisica ma soprattutto mentale. È la lotta di chi vorrebbe liberarsi della propria mente, svuotare il cervello di ogni ricordo – nel senso concreto del termine – e rimetterlo al suo posto come nuovo, pronto a registrare solo esperienze belle e degne di essere ricordate. Ma anche questo, irrealizzabile.
E allora cosa fare, quando il dolore è come se fosse un’entità reale che, freddo come ghiaccio sul corpo, trapassa le fibre della pelle e viene assorbito dalle ossa, dagli organi? Dando la sensazione di essere fatto unicamente di quello e niente più.
Come comportarsi, quando la parte emotiva è più forte della razionalità e non si riesce a chiedere aiuto?
E poi c’è l’altra parte, quella di chi comprende il dolore dell’altro, lo vede, lo sente su di sé ma non riesce a sradicarlo. Quella di chi ci prova a liberare chi ha di fronte dalle catene, ma i tentativi hanno il rumore di un vaso che si frantuma per terra. Perché è vero che viene aiutato chi l’aiuto lo accetta. E a volte, l’amore non basta.
Sono differenti i dolori che vengono descritti – l’oppressione, la violenza, la solitudine, la malattia – e in ognuno si trova la difficoltà nell’amare se stessi, nell’alzare gli occhi verso la mano che viene tesa per rialzarsi, a piccoli passi. Hanno il potere di risvegliare nel lettore parti che si pensava fossero addormentare per sempre, lo portano a connettersi con un profondo di cui forse non aveva idea esistesse; la forza dell’empatia che porta a galla quello che con impegno si era cercato di soffocare giù.
La sofferenza che prova chi vede il proprio amico, figlio, compagno inciampare, rialzarsi e poi inciampare di nuovo in una sequenza – apparentemente – senza fine. E ci si sente inermi davanti a una battaglia per la quale non si ha l’equipaggiamento giusto per vincerla.
Una vita come tante perché, per quanto impensabile possa sembrare, quella che viene descritta è davvero una vita come tante altre, con alti e bassi perfettamente in equilibrio sulla bilancia o con il peso maggiore su un lato anziché un altro.
Non è un libro che si definisce pessimista, ma un libro che vuole mostrare come il mondo ha più dolore di quanto si possa credere e che avere qualcuno accanto è il primo passo per trasformarlo in qualcosa di bello, se solo gliene diamo possibilità.
Che la gioia è un dolore che ce l’ha fatta (a guarire).