Lotte e rivendicazioni delle donne per potersi affermare nei Giochi Olimpici

Se oggi assistiamo con fierezza agli ori delle donne ai Giochi Olimpici, lo dobbiamo a tutte le atlete che in passato hanno lottato per esserci e poter gareggiare liberamente come gli atleti uomini.
Nell’antica Grecia, ad Olimpia, la città dove sono nati i Giochi Olimpici, le donne non potevano parteciparvi. Alle gare erano ammessi solo uomini, glorificati come eroi quando vincevano.
Le donne non solo non potevano gareggiare, ma nemmeno assistere tra il pubblico come spettatrici, soprattutto le donne sposate, pena la morte.
Secondo quanto scritto dallo storico greco Pausania, vissuto nel II secolo d.C. se una donna sposata veniva scoperta tra gli spettatori, veniva presa e gettata dal monte Typaeum nel fiume che scorreva sotto.

Potevano, però assistere le sacerdotesse in funzione del loro ruolo, ma mai come partecipanti.
L’antica Grecia era una società sostanzialmente patriarcale, nonostante i primi accenni di democrazia, e di conseguenza dava pochissima importanza allo sport femminile.
Aristotele stesso affermava che solo l’uomo era un essere umano perfetto destinato al comando e che la donna invece era imperfetta e adatta solo alla cura dei figli e della casa.
Unica eccezione nel mondo antico era Sparta in cui le donne venivano invece educate alle attività sportive in modo che potessero formarsi con un corpo forte. Una pratica che però era originata da un convincimento prettamente maschilista: se una donna era robusta avrebbe potuto generare figli altrettanto forti e robusti.
Però, nonostante tutti questi pregiudizi, Cinisca, figlia del re Archidamo, riuscì ad essere la prima donna spartana a gareggiare nella corsa dei carri e a vincere per la prima volta nella storia delle Olimpiadi antiche, sia nel 396 che nel 392 a.C.
Potè gareggiare grazie a una scappatoia offerta dal regolamento dei Giochi: nella corsa dei carri potevano partecipare i padroni dei cavalli in gara. Quindi se le donne possedevano i cavalli, potevano gareggiare anche se donne, a patto, però, che l’auriga fosse un uomo.

La principessa Cinisca da addestratrice e padrona si iscrisse alla gara e vinse il Tethrippon, la gara di corsa dei carri con quattro cavalli. E vinse a nome di tutte le donne che non avevano potuto gareggiare fino a quel momento.
La sua forte determinazione è dimostrata anche dalla sua età: 40 anni per la prima vittoria e quasi 50 per la seconda volta.
Dopo di lei nel 284 a.C sarà la regina macedone Berenice I, moglie di Tolomeo I a vincere la gara di corsa dei carri e successivamente anche sua figlia Arsinoe, da sovrana d’Egitto, vinse per ben tre volte.
Ma la strada per le donne è stata tutta un percorso in salita.
Le attività sportive non erano considerate adatte alle donne,.
A Roma si riteneva molto più adatta, la danza. Poche le donne che vi si dedicavano nei pochi spazi riservati a loro.
Con il Cristianesimo, che demonizzò sia Giochi Olimpici che l’attività sportiva femminile, per molti secoli nessuna donna praticò più sport.
Le donne non furono ammesse nemmeno quando nel 1896 Pierre de Coubertin riportò alla luce gli antichi Giochi Olimpici.
Il ruolo delle donne avrebbe dovuto essere solo quello di premiare, in quanto “Una Olimpiade femmina sarebbe non pratica, non interessante, antiestetica e non corretta”.
Anche se le donne non poterono gareggiare, però una donna rivendicò il suo diritto a partecipare correndo da sola il giorno successivo la maratona che era stata fatta solo da atleti maschi.
Il suo nome non risulta in nessun medagliere ufficiale ma merita di essere ricordata per la determinazione dimostrata: era una donna greca di umili origini chiamata Melpomene.
Solo nel 1900 ai Giochi Olimpici di Parigi le donne poterono finalmente partecipare ufficialmente. Erano solo in 22 e non ammesse in tutte le discipline.
Helène de Pourtalès, una velista svizzera, è stata la prima donna a vincere una medaglia d’oro nella vela e lo fece in una competizione mista gareggiando insieme a uomini.
Charlotte Cooper tennista inglese, è stata la prima donna a vincere nel tennis olimpico sia nel singolare che nel doppio misto.

E ancora oggi è un simbolo di determinazione e coraggio femminile per le tenniste di tutto il mondo.
Nel 1936 nelle Olimpiadi di Berlino, trionfa negli 80 metri ostacoli, la ventenne bolognese Tresibonda Valla, detta Ondina, prima donna italiana a vincere una medaglia d’oro. Dopo essere stata esclusa dai Giochi Olimpici di Los Angels del 1932 per l’ingerenza del Vaticano che riteneva “sconveniente” che una ragazza di 16 anni, unica donna del gruppo, viaggiasse insieme a degli uomini per un viaggio transoceanico.
Altro momento importante è stato segnato nelle Olimpiadi di Atlanta nel 1996, quando le donne musulmane, dopo la rivoluzione islamica del 1979, poterono partecipare alle gare.
Fino ad arrivare alle Olimpiadi Parigi 2004 in cui è stata registrata una piena parità numerica tra uomini e donne.
Un risultato che è il frutto di anni e anni di lotte e di rivendicazioni, iniziate nell’antica Grecia e che, dal lontano 1900 in poi, Olimpiade dopo Olimpiade, ha permesso a sempre più donne di partecipare e di vincere con vittorie indimenticabili.
Donne forti, atlete preparate che si sono imposte come modello di determinazione e di affermazione personale.