Taiwan, l’isola che non c’è

Esiste un’isola di 36.000 chilometri quadrati dove si concentra tutto ciò che rende il XXI secolo pericoloso: nazionalismo irriducibile, interdipendenza economica estrema, tecnologia strategica insostituibile, e due superpotenze nucleari convinte che cedere significherebbe perdere tutto. Taiwan non è solo una questione territoriale tra Cina e Stati Uniti. È il luogo dove si misurerà se l’ordine globale retto da Washington può sopravvivere alla sfida cinese, o se Pechino riuscirà a ridisegnare le regole del gioco internazionale secondo i propri interessi.
Per la Repubblica Popolare Cinese, Taiwan non è politica estera ma politica interna. La narrativa ufficiale è chiara: l’isola è una provincia ribelle temporaneamente separata dalla madrepatria a causa dell’intervento imperialista americano. La riunificazione non è negoziabile, è inevitabile. Xi Jinping ha ripetutamente affermato che la questione “non può essere tramandata di generazione in generazione”, lasciando intendere che la finestra per una soluzione pacifica si sta chiudendo. Non è una minaccia vuota. L’Esercito Popolare di Liberazione ha intensificato le esercitazioni nello Stretto di Taiwan, testando la capacità di imporre un blocco navale o di condurre un’invasione anfibia. I sorvoli della zona di identificazione aerea taiwanese sono diventati quotidiani, non più provocazioni ma normalità.
La legittimità del Partito Comunista Cinese si regge su due pilastri: la crescita economica e il ripristino della grandezza nazionale dopo il “secolo dell’umiliazione”. Con l’economia che rallenta e la popolazione che invecchia, il secondo pilastro diventa sempre più importante. Taiwan rappresenta l’ultima ferita aperta di quella umiliazione, l’ultimo territorio che sfugge al controllo di Pechino. Fallire nella riunificazione significherebbe per Xi ammettere che la Cina non è tornata davvero a essere una grande potenza. È un calcolo politico interno che produce conseguenze internazionali potenzialmente catastrofiche.
Gli Stati Uniti mantengono da decenni una posizione di “ambiguità strategica”: riconoscono Pechino come unico governo legittimo della Cina, ma forniscono armi a Taiwan e lasciano volutamente indefinito se interverrebbero militarmente in caso di invasione. Biden ha più volte dichiarato che gli USA difenderebbero Taiwan, salvo poi essere smentito dai suoi collaboratori che riaffermano la linea ufficiale. Questa ambiguità era funzionale quando la Cina era debole e concentrata sullo sviluppo interno. Oggi, con Pechino che possiede la più grande marina militare del mondo per numero di navi e capacità industriali che superano quelle americane ed europee combinate, l’ambiguità rischia di trasformarsi in debolezza.
Washington ha investito enormemente nella difesa di Taiwan senza mai dichiararlo esplicitamente. Le vendite di armi all’isola ammontano a miliardi di dollari: missili anti-nave, sistemi di difesa aerea, sottomarini. Consiglieri militari americani addestrano le forze taiwanesi. L’intelligence condivisa è estesa. Ma tutto questo potrebbe non bastare se Pechino decidesse di agire. Le simulazioni di guerra condotte dal Pentagono producono risultati contraddittori: in alcuni scenari gli Stati Uniti riescono a respingere un’invasione cinese, in altri Taiwan cade prima che Washington possa intervenire efficacemente. La variabile decisiva è sempre la stessa: quanto rapidamente la Cina riesce a stabilire il controllo aereo e navale dello Stretto.
Il vero deterrente non è militare ma economico, e ha un nome: TSMC, Taiwan Semiconductor Manufacturing Company. Questa singola azienda produce oltre il 90% dei chip più avanzati al mondo, quelli che servono per tutto, dagli smartphone ai caccia F-35, dai data center ai sistemi d’arma. Apple, Nvidia, AMD, Qualcomm dipendono da TSMC. L’economia globale dipende da TSMC. Se Taiwan cadesse sotto controllo cinese, Pechino controllerebbe la risorsa strategica più importante del XXI secolo. Se le fabbriche TSMC venissero distrutte durante un conflitto, l’economia mondiale entrerebbe in una recessione che renderebbe il 2008 una passeggiata.
È per questo che gli Stati Uniti hanno spinto TSMC a costruire fabbriche in Arizona, offrendo sussidi miliardari. È per questo che l’Europa cerca di sviluppare capacità produttive autonome. Ma ci vorranno anni, forse decenni, prima che qualcuno possa replicare ciò che Taiwan ha costruito in cinquant’anni di specializzazione. Nel frattempo, la dipendenza rimane totale e la vulnerabilità estrema.
I taiwanesi stessi sono profondamente divisi sul loro futuro. I sondaggi mostrano che la maggioranza della popolazione preferisce mantenere lo status quo indefinitamente: niente dichiarazione formale di indipendenza che provocherebbe Pechino, ma nemmeno riunificazione. L’identità taiwanese si è rafforzata nelle ultime due decenni, specialmente tra i giovani che non si sentono cinesi ma taiwanesi. Hanno visto cosa è successo a Hong Kong, dove Pechino ha smantellato il principio “un paese, due sistemi” appena ha potuto. Nessuno a Taipei crede più alle promesse cinesi di autonomia. Ma nessuno vuole nemmeno una guerra che devasterebbe l’isola.
Il Giappone osserva Taiwan con angoscia crescente. L’ex primo ministro Shinzo Abe aveva dichiarato che “un’emergenza per Taiwan sarebbe un’emergenza per il Giappone”, formulazione che Tokyo usa per indicare che interverrebbe al fianco degli Stati Uniti. Le isole giapponesi più meridionali distano poche decine di chilometri da Taiwan. Un blocco cinese dello Stretto taglierebbe le rotte commerciali giapponesi. Tokyo ha iniziato a rafforzare le difese nelle isole Ryukyu, a condurre esercitazioni congiunte con gli Stati Uniti espressamente pensate per uno scenario taiwanese, a parlare apertamente di ciò che per decenni era tabù.
La Corea del Sud preferisce rimanere ai margini, ma non può ignorare che metà dei chip prodotti globalmente arriva da Taiwan e Corea del Sud. Seoul ospita basi americane che sarebbero utilizzate in qualsiasi conflitto per Taiwan. La pressione economica cinese è già enorme: quando la Corea del Sud ha accettato di dispiegare il sistema antimissile THAAD, Pechino ha risposto con sanzioni informali devastanti per le aziende sudcoreane. Scegliere tra Washington e Pechino è l’incubo di ogni governo coreano.
L’Australia ha dichiarato esplicitamente che starebbe con gli Stati Uniti. Canberra ha capito che se Taiwan cade, la Cina dominerà il Pacifico occidentale e l’Australia diventerà strategicamente irrilevante. Le Filippine, dopo anni di flirt con Pechino sotto Duterte, sono tornate nell’orbita americana sotto Marcos Jr., proprio per paura di ciò che una Cina dominante significherebbe per la loro sovranità territoriale nel Mar Cinese Meridionale.
Xi Jinping si trova in una trappola di sua creazione. Ha fatto della riunificazione con Taiwan un obiettivo centrale del “ringiovanimento nazionale cinese”. Ha alimentato il nazionalismo con propaganda martellante sull’inevitabilità del ritorno di Taiwan alla madrepatria. Ma ogni anno che passa senza che questo accada indebolisce la sua narrativa. Nel 2027 l’Esercito Popolare di Liberazione dovrebbe aver completato la modernizzazione necessaria per un’operazione su larga scala. Molti analisti considerano questa data come una finestra di massimo pericolo.
Gli Stati Uniti si trovano nella posizione opposta ma ugualmente difficile. Se Washington non difendesse Taiwan, tutti gli alleati asiatici concluderebbero che gli impegni americani sono carta straccia. Il Giappone riconsidererebbe la propria postura di difesa, probabilmente sviluppando armi nucleari. La Corea del Sud potrebbe cercare un accordo con Pechino. L’intero sistema di alleanze che ha garantito la supremazia americana nel Pacifico dal 1945 crollerebbe. Ma se Washington interviene, rischia una guerra con una potenza nucleare, combattuta a migliaia di chilometri dalle proprie coste, in un teatro dove la Cina ha il vantaggio geografico.
Esistono scenari intermedi tra pace e invasione su larga scala. Pechino potrebbe occupare una delle piccole isole controllate da Taiwan, come Kinmen o Matsu, per testare la reazione americana senza innescare un conflitto totale. Potrebbe imporre un blocco navale che strangoli l’economia taiwanese senza sparare un colpo, sfidando Washington a rompere il blocco e quindi ad essere tecnicamente l’aggressore. Potrebbe condurre operazioni cibernetiche paralizzanti, accompagnate da campagne di disinformazione per dividere la società taiwanese dall’interno.
La diplomazia ha spazi sempre più ridotti. Il dialogo tra Washington e Pechino su Taiwan è essenzialmente un monologo reciproco: gli americani ribadiscono la politica della “una sola Cina” mentre vendono armi a Taipei, i cinesi avvertono che la riunificazione è inevitabile mentre accumulano capacità militare. Nessuno crede veramente che esista una soluzione negoziata accettabile per entrambe le parti.
Taiwan dimostra che la globalizzazione non ha eliminato la geopolitica, l’ha solo resa più pericolosa. La guerra sarebbe economicamente catastrofica per tutti, eppure rimane possibile. L’interdipendenza che doveva rendere il conflitto impensabile potrebbe invece renderlo devastante quando accadrà. E la tecnologia che ha arricchito il mondo è concentrata in un’isola di 23 milioni di persone che non ha chiesto di trovarsi al centro dello scontro tra imperi.
Nessuno vuole davvero questa guerra, ma tutti si preparano come se fosse inevitabile. E in geopolitica, prepararsi alla guerra è spesso il modo più sicuro per provocarla. Taiwan non è solo un’isola. È il test finale della capacità americana di mantenere l’ordine che ha costruito, e della determinazione cinese a sostituirlo con il proprio. Uno dei due dovrà cedere o accettare di condividere. La storia suggerisce che le grandi potenze non fanno né l’uno né l’altro volontariamente.