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La giustizia oltre il rancore: una riflessione civile

In Italia, per cultura, mentalità e per la natura stessa di un Paese storicamente segnato da profonde frammentazioni, il concetto di “riforma” è stato troppo spesso declinato come uno strumento di affermazione di parte, perdendo la sua naturale vocazione di rinnovamento condiviso. L’attuale progetto di revisione della giustizia sembra, purtroppo, incanalarsi in questa medesima logica. Senza voler indugiare in tecnicismi — conscio di non essere un giurista ma un semplice cittadino mosso da una sincera preoccupazione per il bene comune — sento il dovere di ponderare un giudizio su un sistema che abbiamo percepito troppo spesso lontano dai nostri bisogni immediati. Tuttavia, ritengo che lo “strappo” che oggi si vuole imprimere rischi di creare lacerazioni gravi nei già precari equilibri della nostra democrazia.

L’eredità del conflitto e il disincanto civile

Affondando le radici in una cultura liberal-socialista, la mia riflessione parte da una necessaria analisi storica. È pur vero che il sistema precedente era impregnato di mali profondi, ma esso garantiva, attraverso i partiti e il dibattito nelle sedi opportune, un confronto democratico costante. L’abbattimento di quel modello, avvenuto sotto la spinta di una giustizia percepita talvolta come “chirurgia sociale”, ha generato un’onda di disincanto civile e di pericoloso pressappochismo.

Oggi, però, non possiamo permettere che sia il rancore verso quella stagione a dettare l’agenda legislativa. Rispondere al passato con il risentimento non è mai una guida illuminata: se la spinta al cambiamento nasce dal livore fine a sé stesso, ci troviamo di fronte a un vulnus gravissimo per la nostra Carta Costituzionale e per la tenuta stessa della nostra democrazia.

La lezione dei Padri Costituenti

Dobbiamo volgere lo sguardo alle origini della nostra Repubblica. Quando i Padri Costituenti diedero vita a una delle costituzioni più nobili al mondo, compresero che la libertà si preserva solo attraverso un sapiente bilanciamento dei poteri.

Come ebbe a dire Giuseppe Saragat, figura centrale del socialismo democratico e Presidente dell’Assemblea Costituente dal 25 giugno 1946 al 6 febbraio 1947: «La vittoria della Repubblica rappresenta il patto solenne stretto da tutti gli italiani di rispettare la legalità democratica». In questo solco, la profonda autonomia della magistratura non fu una concessione, ma una necessità fondativa e un argine a garanzia di ogni cittadino. Quegli uomini sapevano bene che la politica doveva essere un nobile mezzo di confronto plurale, capace di elevare il particolare a sintesi dell’interesse generale, e mai uno strumento di urto contro gli altri poteri che costituivano l’architettura del nuovo Stato. In quel disegno, l’indipendenza del giudice e la centralità del Parlamento erano pilastri complementari della medesima volta.

Referendum sulla Giustizia o sull’Indipendenza della Magistratura?

Questo equilibrio, forgiato nel momento più critico della nostra storia, è il metro con cui dobbiamo misurare ogni tentativo di cambiamento contemporaneo. È in questa prospettiva che si inserisce la mia perplessità verso l’attuale consultazione referendaria, che pare mirare più a ridisegnare l’autonomia dei magistrati che a migliorare il servizio ai cittadini.

Se l’obiettivo fosse realmente l’efficienza, la riforma dovrebbe agire con priorità sulle procedure e sulle risorse. Un vero rinnovamento richiederebbe un massiccio piano di assunzioni e il potenziamento del personale amministrativo, necessari per smaltire i tempi infiniti dei processi. Significherebbe investire nella digitalizzazione e negli strumenti operativi, non nello stravolgimento delle gerarchie istituzionali. Votare “No” non significa dunque opporsi al progresso; al contrario, il vero riformismo risiede nel costante perfezionamento della macchina statale a servizio della persona, evitando che la riforma diventi un mezzo per indebolire l’indipendenza di un potere a favore di un altro.

L’architrave delle libertà e l’orizzonte di civiltà

Per un riformista, la Carta Costituzionale rappresenta l’architrave vitale del nostro vivere comune: essa è la linfa che conferisce solidità al sistema e coesione alla società, trovando nell’educazione alla cultura e al libero pensiero critico il proprio alveo naturale. È in questo spazio della coscienza che si realizza il modello di inclusione previsto dai nostri principi fondamentali. La funzione educativa, infatti, non si limita a trasmettere nozioni, ma mira a formare cittadini capaci di discernimento, trasformando la legalità da astratta norma di codice a un condiviso orizzonte di civiltà.

Entro questo perimetro, la Carta Costituzionale eleva a valore supremo la dignità del lavoro e le libertà individuali. Indebolire questi equilibri significherebbe smarrire la lezione solenne di chi ha edificato la democrazia sulle ferite di un ventennio di brutale dittatura. L’architettura delle nostre istituzioni scaturisce dal sacrificio di uomini politici costretti all’esilio, incarcerati o mandati al confino per aver difeso le proprie idee. È da quel dolore che è nata la necessità di un sistema che impedisca, per sempre, la prevaricazione di un potere sull’altro.

Verso una responsabilità condivisa

Il miglioramento della nostra convivenza civile passa per una giustizia che sia protezione del cittadino e non terreno di scontro ideologico. Solo recuperando lo spirito di equilibrio dei Padri Costituenti potremo restituire alla democrazia la sua necessaria stabilità.

Nel formulare questo auspicio, rivolgo un pensiero rispettoso a chi orienterà il proprio consenso verso il “Sì”, comprendendo la spinta di chi auspica un sistema più rispondente alle urgenze della società. Tuttavia, ritengo che tale rinnovamento non possa passare attraverso i termini di questo quesito referendario, né debba nutrirsi dei toni accesi che caratterizzano l’attuale dibattito pubblico. La mia è una riflessione scaturita da evidenze storiche che considero preminenti, ossia la tutela delle istituzioni e la salvaguardia dell’indipendenza dei poteri. In quest’ottica, un “No” consapevole non è una chiusura preconcetta, ma si configura come un atto di alta responsabilità e un rinnovato gesto di fiducia verso le fondamenta della nostra Repubblica.

 

Dedicato

“A mio padre, e a tutti voi, cari compagni, donne e uomini che avete fatto del Socialismo non solo un ideale, ma un respiro quotidiano.

A voi, che avete camminato con la schiena dritta tra il rumore delle fabbriche e il vento delle piazze, portando il peso delle fatiche altrui come fosse il vostro. Avete scelto, con ostinata fierezza, di farvi spalla per i più deboli e presenza salda là dove i diritti venivano calpestati nell’ombra dell’indifferenza. In ogni vostra stretta di mano, in ogni bandiera issata, c’era il rifiuto del sopruso e la volontà sacra di non lasciare mai nessuno indietro.

A voi, che avete creduto nel Sindacato come nella vostra casa comune, non un semplice ufficio o una sigla, ma il tempio della coesione collettiva. Ci avete insegnato che il destino del singolo è indissolubilmente legato a quello del proprio compagno di speranze, e che solo nell’unione la fatica si trasforma in dignità e il bisogno in diritto universale.

A voi, che ci avete mostrato che il ‘bene comune’ non è un concetto astratto, né il privilegio di pochi eletti a discapito dei molti, ma una missione che si onora ogni giorno con la schiena dritta dei giusti e il coraggio della coerenza.

A voi, per i quali il Socialismo non è mai stata una fredda dottrina, ma un cammino di dignità collettiva, la capacità rara di sentire il dolore degli altri come una ferita propria e la forza indomita di credere, contro ogni cinismo, in un domani più giusto.

A voi che ci avete creduto allora, e che continuate a crederci oggi con la stessa integrità del cuore: la vostra eredità è la nostra forza.”

 

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Nato a Catania nel 1990. È Dottore in Scienze e Tecnologie Agrarie ed è abilitato all'esercizio della professione di Dottore Agronomo e Forestale. È Associato in uno studio tecnico di progettazione e consulenza, dove opera da diversi anni come consulente e progettista nei settori dello sviluppo rurale, della sostenibilità ambientale e delle energie rinnovabili. Le sue principali specializzazioni includono la gestione di progetti agricoli (bandi PSR Sicilia e OCM Vino) e la redazione di Studi di Impatto Ambientale (S.I.A.), Valutazioni di Incidenza Ambientale (V.Inc.A.) e relazioni paesaggistiche. Si occupa inoltre della progettazione agronomica e della verifica di sostenibilità (DNSH) per gli impianti da fonti energetiche rinnovabili.

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