Il “Terzo tempo” di Agata Maria Motta: La poesia come Alchimia del Sè

Esiste un momento, nella topografia dell’anima, in cui il fragore della giovinezza e le tempeste della maturità lasciano il passo a una luce più tersa, seppur venata di nostalgia. E’ quello che Agata Maria Motta definisce il suo “terzo tempo”, titolo della sua ultima silloge:Il terzo tempo della mia vita (Diario poetico 2021-2025), Dantibus Edizioni, 2025. Non si tratta di un semplice resoconto cronologico, ma di un’operazione di “attraversamento esistenziale” dove la parola si fa bisturi e, contemporaneamente, balsamo.
Tra le pagine di questo diario, la poesia assume una funzione estremamente concreta: quella di spazio terapeutico e meditativo.

L’autrice utilizza il “frammento lirico” come uno strumento di autoanalisi. In un continuo oscillare tra i “brandelli scomposti” del passato e la spinta verso il futuro, l’atto di nominare luoghi e ricordi non è mero esercizio di memoria, ma una vera e propria “resurrezione” emotiva. Scrivere, per l’autrice, significa trovare il bandolo della matassa per uscire dal labirinto dei propri traumi.
Un elemento distintivo dell’opera è il rapporto simbiotico con la natura. Mare, colline, vento e pioggia non sono semplici sfondi decorativi, ma proiezioni dirette dello stato interiore: il naufragio diventa immersione salvifica, il lago ghiacciato si fa specchio di una mente sospesa tra l’immobilità e la frammentazione.
Questo percorso poetico si intreccia profondamente con la formazione psicosintetica dell’autrice . L’io frammentato cerca di ricomporsi attraverso un dialogo costante tra le sue parti, tendendo verso un “Sè superiore”. Le poesie si trasformano così in micro-meditazioni, quasi dei koan laici che invitano al raccoglimento e all’ascolto dell’infinito silenzio.”Mescolare la corporeità alla spiritualità è mestiere di chi sa morire “ (in Saper morire).

Agata Maria Motta
L’essenza più profonda della raccolta nasce, infatti, da una auscultazione profonda del Sè e dall’aspirazione ad una forma di trascendenza che sappia diventare sintesi di umano e divino, di materia e spirito.
Gran parte della raccolta è attraversata da una “ferita” che non è solo amorosa, ma “ancestrale”, che è anche “vuoto esistenziale” che innesca il processo di “ricerca”. Attraverso questo processo quasi alchemico, l’autrice trasforma la sofferenza in “lingua del cuore”, sublimando il dolore in energia di trasformazione. In definitiva, Il terzo tempo della mia vita è un invito a sostare nel “respiro profondo” dell’esistenza. E’ un canto universale che, partendo dal particolare di un diario privato, giunge a toccare le corde dell’Essere, ricordandoci che è possibile peregrinare dal buio alla luce, a patto di avere il coraggio di camminare in compagnia del proprio Sè.
