Guido Morselli è una delle figure più enigmatiche e dolorose della letteratura italiana del Novecento. E’ stato un caso letterario senza eguali, in cui il genio autentico si è consumato nell’indifferenza e nell’incomprensione.

Morselli (1912–1973) visse la parabola di un escluso , pu provenendo da una famiglia agita, scrisse per tutta la vita con rigore, ambizione e una lucidità rara, presentando i suoi romanzi ai maggiori editori italiani (Einaudi, Mondadori, Feltrinelli ) e ricevendo sistematicamente rifiuti da vari direttori editoriali. Non rifiuti sbrigativi, spesso, ma motivati, persino rispettosi, il che rendeva tutto ancora più lacerante. Morì suicida nel luglio del 1973, a sessantuno anni, convinto di non essere mai stato letto e soprattutto apprezzato. Pochi mesi dopo,la casa editrice  Adelphi cominciò a pubblicare postumi i suoi romanzi, riscuotendo un successo immediato e duraturo. Il paradosso è crudele nella sua perfezione e nella sua dimensione davvero clamorosa.

Morselli è un realista, sia nel metodo che nel modo di pensare,  però questa sua “filosofia”  non deve essere intesa nel senso naturalista o neorealista che dominava quasi incontrata e celebrata nella cutlra letteraria de suo tempo. Il suo realismo è più affine a quello di certi grandi romanzieri dell’Ottocento a cominnciare da gicanti quali Stendhal, Musil e lo stesso Thomas Mann. Il suo modo di essere romanziare sia articola nel senso che procede per una raffinata costruzione intellettuale e assai rigorosa del verosimile. In lui la realtà non si registra in modo pedissequo, bensi si elabora filosoficamente tramite un acuto filtro mentale.
Questo emerge con chiarezza nel romanzo più celebre Dissipatio H.G. (1977), che possiamo definire un capolavoro della letteratura contemporanea. Il narratore che sopravvive misteriosamente alla sparizione improvvisa dell’intera umanità è originato da una genialità creativa. Tale romanzo è un’opera sull’alienazione, sulla solitudine metafisica, sulla vanità della comunicazione umana e, guarda caso, è scritta pochi mesi prima del suicidio, è leggibile come un testamento spirituale di straziante lucidità.
Contro-passato prossimo (1975) , inveve è ucronia storica in cui la Prima guerra mondiale ha un esito diverso con l’Austria che vince. Morselli anticipa il genere della storia alternativa con una sofisticazione narrativa e ideologica rara.
Roma senza papa (1974) è un’ironica e profetica distopia ecclesiastica ambientata in un futuro in cui il papato si è trasferito in Umbria e la Chiesa è in crisi di modernizzazione. Ha un tono voltairiano, lieve e caustico insieme.
 Il comunista è un romanzo in cui realizza un’ analisi più oneste e senza retorica della crisi delle ideologie, vista dall’interno di un militante che non riesce più a credere.
La tensione tra pensiero e narrazione è uno degli aspetti più originali di Morselli è la sua capacità di fare filosofia dentro la narrativa senza appesantirla. I suoi personaggi pensano molto, ma il loro pensiero non è decorativo,diviene incece il motore dell’azione interiore. C’è in lui un’eco di Svevo (l’io inaffidabile, l’autoanalisi) e di Gadda (la complessità del reale), ma con uno stile più nitido, quasi saggistico nella sua economia.
Tenne anche un Diario (pubblicato nel 1988) di rara intensità, in cui la riflessione sulla propria condizione di scrittore ignorato si intreccia con meditazioni filosofiche, osservazioni sulla natura, sulla religione, sulla morte. È un documento umano di grande valore laddove si evenice anche uno specchio impietoso del meccanismo autodistruttivo che lo abitava e che lo condusse alla fine dei suoi giorni.
Il suicidio di Morselli non va ridotto a gesto disperato di fronte ai rifiuti editoriali, anche se questi pesarono enormemente. C’è in lui una tendenza profonda all’isolamento esistenziale, una difficoltà a collocarsi nel mondo, un grande disagio di vivere, non solo nel mondo letterario. Visse per anni in una casa isolata nel varesotto, quasi in ritiro volontario. La sua era una solitudine scelta e insieme subita.
La tragedia vera è che i suoi libri non erano inadatti al mercato per ragioni commerciali banali: erano semplicemente troppo originali, inclassificabili rispetto alle correnti dominanti (neorealismo prima, neoavanguardia poi). Morselli non apparteneva a nessun gruppo, a nessuna scuderia intellettuale, a nessuna rete di relazioni culturali. In un sistema editoriale che funzionava , e funziona tuttora così, anche per appartenenze e mediazioni, la sua solitudine era la sua condanna.
Adelphi ha costruito intorno a Morselli un’aura quasi mitica, oggi c’è una riscoperta di questao grande scrittore, e c’è chi ha discusso se questa riscoperta postuma non abbia finito per mitizzare il personaggio a scapito di una lettura critica più serena. Ma il fatto è che i romanzi reggono alla lettura e non solo come documenti umani. Sono opere letterariamente mature, culturalmente dense, stilisticamente riuscite.
Morselli resta un caso limite che interroga il sistema letterario nel suo complesso: cosa si perde, chi decide cosa merita di esistere, quanto il riconoscimento postumo valga oppure non valga come riparazione.