L’anomala incognita nord-coreana

Kim Jong Un governa quello che dovrebbe essere un anacronismo: una monarchia comunista ereditaria nel XXI secolo, isolata, affamata, armata di missili nucleari. Eppure la Corea del Nord non è un residuo destinato a scomparire, ma un attore che ha imparato a trasformare la propria debolezza in leva negoziale. Pyongyang non vince mai, ma non perde mai abbastanza da crollare. E questa capacità di sopravvivenza nonostante tutto rappresenta forse il vero enigma geopolitico della penisola coreana.
Il regime di Kim Jong Un si regge su tre pilastri: il culto della personalità ereditato dal nonno Kim Il Sung e dal padre Kim Jong Il, la militarizzazione totale della società attraverso la dottrina del Songun (primato militare), e la bomba atomica come assicurazione sulla vita del regime. Tutto il resto – l’economia, il benessere della popolazione, le relazioni internazionali – è subordinato a questi tre elementi. È un modello insostenibile sulla carta, eppure resiste da oltre settant’anni.
La Corea del Nord è riuscita nell’impresa di farsi prendere sul serio dalle maggiori potenze mondiali pur avendo un’economia più piccola di quella di una provincia cinese di medie dimensioni. Il programma nucleare rappresenta il capolavoro strategico del regime: ha trasformato uno stato fallito in una minaccia credibile, costringendo Washington, Pechino, Mosca, Seul e Tokyo a trattare Pyongyang non come un problema da risolvere ma come un interlocutore da gestire. Kim Jong Un ha capito che l’unico modo per garantire la sopravvivenza del regime era rendersi troppo pericoloso per essere ignorato e troppo imprevedibile per essere attaccato.
La relazione con la Cina rimane il nodo cruciale della sopravvivenza nordcoreana. Pechino fornisce la stragrande maggioranza del cibo e dell’energia che tengono in piedi il paese, tollera il commercio di frontiera che aggira le sanzioni internazionali, e rappresenta l’unico vero alleato strategico di Pyongyang. Ma chiamarla alleanza è generoso: è piuttosto un rapporto di dipendenza reciproca dove nessuno dei due si fida completamente dell’altro. La Cina vorrebbe un regime nordcoreano stabile, prevedibile e riconoscente. Kim Jong Un offre solo stabilità, e nemmeno quella è garantita.
Per Pechino, la Corea del Nord rappresenta insieme un cuscinetto strategico contro la presenza militare americana in Corea del Sud e un problema ricorrente che complica le relazioni con Washington e i vicini asiatici. Xi Jinping tollera Kim Jong Un perché l’alternativa – il collasso del regime e la possibile unificazione della penisola sotto un governo filo-americano – è inaccettabile per gli interessi cinesi. Ma questa tolleranza ha limiti, e Kim lo sa perfettamente. Quando Pyongyang va troppo oltre con test nucleari o lanci di missili, Pechino stringe le sanzioni quanto basta per ricordare chi comanda davvero.
La Russia ha recentemente riscoperto la Corea del Nord come partner utile, specialmente dopo l’invasione dell’Ucraina. Pyongyang fornisce a Mosca munizioni e, secondo intelligence occidentali, anche lavoratori per l’industria bellica. In cambio riceve tecnologia, supporto diplomatico e la legittimazione di essere trattata come un attore normale sullo scenario internazionale. Per Kim Jong Un è una vittoria: dimostra che anche isolato dalle democrazie occidentali può trovare partner disposti a collaborare. Per Putin è convenienza: le munizioni nordcoreane costano poco e arrivano senza le domande scomode che porrebbero altri fornitori.
Gli Stati Uniti hanno oscillato tra strategie incompatibili: massima pressione sotto Trump nel primo mandato, seguito da una diplomazia personale surreale tra i due leader che non ha prodotto alcun risultato concreto. Biden è tornato alla politica delle sanzioni e dell’isolamento, ma senza particolare convinzione. Il fallimento è bipartisan: democratici e repubblicani hanno provato carote e bastoni, minacce e incentivi, dialogo e silenzio. Niente ha funzionato perché il presupposto di partenza era sbagliato. Washington ha sempre creduto che la Corea del Nord volesse negoziare l’abbandono del nucleare in cambio di sicurezza e sviluppo economico. Kim Jong Un non ha mai voluto questo. Voleva solo riconoscimento come potenza nucleare e normalizzazione delle relazioni senza rinunciare alle armi.
La Corea del Sud si trova nella posizione più difficile. Seoul ospita decine di milioni di persone a portata di artiglieria nordcoreana, vive con la minaccia nucleare a poche centinaia di chilometri, e deve bilanciare l’alleanza con gli Stati Uniti con la realtà di una possibile unificazione futura. L’opinione pubblica sudcoreana è profondamente divisa: i progressisti tendono a favorire il dialogo e la distensione, i conservatori insistono su deterrenza e sanzioni. Ma nessuna delle due strategie ha prodotto cambiamenti significativi nel comportamento di Pyongyang.
Il Giappone vede la Corea del Nord principalmente come minaccia diretta. I missili balistici nordcoreani sorvolano regolarmente il territorio giapponese durante i test, Tokyo ha cittadini rapiti da agenti nordcoreani negli anni ’70 e ’80 che non sono mai tornati, e la retorica bellicosa di Pyongyang alimenta il nazionalismo giapponese e giustifica il riarmo. Kim Jong Un ha involontariamente contribuito più di chiunque altro a legittimare la trasformazione del Giappone in una potenza militare normale, esattamente ciò che Pechino voleva evitare.
All’interno, il regime mantiene il controllo attraverso un sistema di sorveglianza totale, campi di prigionia per intere famiglie di dissidenti, e una propaganda che dipinge Kim Jong Un come un dio vivente. La popolazione è divisa in categorie in base alla lealtà presunta al regime, con accesso a cibo, lavoro e istruzione distribuito di conseguenza. Le carestie degli anni ’90, che uccisero centinaia di migliaia di persone, hanno lasciato cicatrici profonde ma non hanno indebolito il regime. Anzi, hanno dimostrato che un regime totalitario può sopravvivere anche a catastrofi che distruggerebbero governi normali.
Eppure qualcosa sta cambiando, lentamente. L’informazione filtra attraverso la frontiera cinese: cellulari di contrabbando, chiavette USB con film e serie TV sudcoreane, notizie del mondo esterno. Kim Jong Un ha studiato in Svizzera, conosce l’Occidente, sa che il suo paese è arretrato di decenni. Ha tentato riforme economiche limitate, creando zone economiche speciali e tollerando mercati informali che ormai sostengono gran parte della popolazione. Ma ogni riforma economica rischia di minare il controllo politico, e Kim non è disposto a correre questo rischio.
Il futuro della Corea del Nord dipende da variabili che nessuno controlla completamente. Un collasso improvviso del regime creerebbe una crisi umanitaria e geopolitica senza precedenti: milioni di profughi verso la Cina e la Corea del Sud, armi nucleari non controllate, possibile guerra civile. Una gradual apertura potrebbe evitare il caos ma richiede che Kim accetti di indebolire il proprio potere, cosa improbabile. Lo status quo può durare ancora anni, forse decenni, ma è intrinsecamente instabile.
La Corea del Nord dimostra che in geopolitica la razionalità ha molte facce. Per gli standard occidentali, il regime di Kim Jong Un è irrazionale, autodistruttivo, condannato. Ma dal punto di vista di Pyongyang, la strategia funziona perfettamente: il regime sopravvive, la dinastia Kim resta al potere, le grandi potenze sono costrette a trattare. È una vittoria? Dipende da cosa si considera vittoria. Per un regime che misura il successo non in termini di benessere della popolazione ma di sopravvivenza del potere, Kim Jong Un sta vincendo.
E questo, più di qualsiasi missile o test nucleare, è ciò che rende la Corea del Nord così inquietante. Non è un’anomalia destinata a sparire, è la dimostrazione che nel XXI secolo è ancora possibile governare attraverso il terrore, la propaganda e l’isolamento, purché si sia disposti a pagare il prezzo in vite umane. E fino a quando quel prezzo sarà pagato solo dal popolo nordcoreano e non dalla famiglia Kim, il regime non ha alcun incentivo a cambiare.