Parlare male degli altri è facile!

Secondo i dati diffusi da Telefono Azzurro, in Italia nel 2025, sono stati registrati 181 casi di bullismo e 24 di cyberbullismo.
Il 72,5% ha riguardato attacchi legati alle caratteristiche fisiche, 9% per cyberbullismo, e rispettivamente il 12% e il 2% per quanto riguarda motivazioni di carattere culturale.
E ancora 3,5 % casi di bullismo e 1% casi di cyberbullismo per motivazioni riguardanti l’orientamento sessuale e identità di genere.
Secondo l’Osservatorio Indifesa il 60% dei giovani ha subito atti di violenza verbale, emarginazioni e umiliazioni e il 49% delle ragazze ha subito molestie sessuali.
Dati allarmanti, senza considerare il mondo sommerso di chi non denuncia.
Dati che testimoniano una realtà particolarmente aggressiva che non coinvolge solo i giovani, ma tutti indistintamente. Sono sempre più gli adulti che attaccano verbalmente e che denigrano sui social con commenti particolarmente provocatori e rissosi.
Recentissimo il caso del comico Andrea Pucci. Senza entrare nel merito, quello che emerge è che la violenza gratuita dei commenti, concretizzatasi non solo in insulti, ma in vere e proprie minacce estese anche alla famiglia, ha condotto a una decisione di rinuncia.
La valanga di epiteti feroci e offensivi, che in questi giorni hanno invaso i social, è una impietosa dimostrazione di quanto sia semplice, e creduto innocuo, parlare male degli altri senza nemmeno sapere il perché lo si fa.
Parlare male degli altri è il modo più semplice per crederci superiori all’altro e soprattutto per evitare di guardarci dentro.
Una triste verità che caratterizza i nostri tempi, ma che ci accompagna da secoli.
L’essere umano ha sempre trovato gratificante per il proprio Ego, emettere sentenze insindacabili e criticare senza appello.
La storia ce lo conferma con la lapalissiana affermazione attribuita al filosofo greco Talete di Mileto:
“La cosa più difficile è conoscere noi stessi: la più facile è parlare male degli altri.
Una riflessione che sembra essere stata formulata ad hoc per ognuno di noi, ma che, invece risale al VI secolo a.C., testimoniando come l’uomo, nei secoli, sia rimasto ancorato alla superficialità delle proprie azioni e non abbia mai convogliato tutte le sue energie all’interno di se stesso in modo da poter giungere una più profonda consapevolezza.
E oggi, in questa nostra società, è veramente molto facile parlare male degli altri, basta sedersi dietro a uno schermo di un computer o di un cellulare per dare libero sfogo alle parole più rabbiose, alle critiche più disumanizzanti.
Il contesto tecnologico ci fornisce mezzi inimmaginabili e ci facilita nel far esplodere questa nostra pulsione.
Distratti dalla plasticità delle immagini, che ci sommergono e ci soffocano, è difficilissimo riuscire a guardarsi dentro. Scendere nelle profondità del proprio Io significa confrontarsi con i propri limiti e le proprie paure, accettarsi per quello che si è, con tutte le proprie contraddizioni e debolezze.
Ma questo non è ammesso in una società che ci vuole tutti vincenti e mai umani!
Paradossalmente, però, in questo nostro affannarci a criticare l’altro, a fare di tutto per annientarlo con le nostre parole aggressive, il nostro Io emerge comunque, in silenzio, tra le pieghe dei nostri insulti e si afferma con la sua arroganza.
Più si parla male degli altri e più traspare la nostra indole, fatta di frustrazioni, rabbia e delusioni che espongono alla luce del sole quello che pensiamo resti protetto nell’ombra dell’anonimato, celato dietro alle nostre tastiere.
Più giudichiamo e più ci esponiamo!
Ma questo non sembra fermarci, siamo tutti esperti critici, professionisti dell’insulto più crudele e la vuota soddisfazione che ne ricaviamo ci basta a riempire le nostre esistenze altrettanto vuote, che vagano disorientate nell’immenso oceano virtuale.
Emblematiche le parole di Umberto Eco:
“Ci vuole sempre qualcuno da criticare per sentirsi giustificati nella propria miseria”.
Una affermazione che trova pieno riscontro anche in ambito psicologico con Carl Gustav Jung:
“Quando le persone trovano sempre da ridire sugli altri, significa che esse non si sono sviluppate e proiettano il loro lato inferiore”.
Impietose constatazioni che ci impongono l’urgenza di ricominciare a riappropriarci di noi stessi.
Una maggiore consapevolezza interiore condurrebbe a un nuovo modo di rapportarci con gli altri.