La rigenerazione: l’illusione del cambiamento secondo Svevo al Teatro Stabile di Catania

Una bella sorpresa scoprire al Teatro Stabile di Catania il volto inedito dello scrittore Italo Svevo in veste di drammaturgo. E ancora più piacevole goderselo con attori di giusto calibro che ne hanno dato un’intensa interpretazione. Prodotto dal Teatro Biondo di Palermo e dal Teatro Rossetti – Stabile del Friuli Venezia Giulia, l’opera La rigenerazione, andata in scena dal 3 all’8 febbraio, è una piéce scritta nel 1927 e appartiene dunque alla produzione teatrale matura di Italo Svevo, rappresentando una sorta di ideale prosecuzione drammaturgica dei grandi temi della Coscienza di Zeno: l’autoinganno, l’illusione del cambiamento, l’inettitudine mascherata da volontà razionale.
Un testo poco rappresentato, ma di straordinaria lucidità, la consueta lucidità sveviana, in cui la commedia borghese si trasforma progressivamente in un dispositivo critico capace di smascherare le contraddizioni dell’individuo moderno. E d’altronde come poteva essere diversamente se Svevo è l’autore dell’impietosa analisi della tanto osannata psicanalisi, che rende La coscienza di Zeno il primo romanzo italiano davvero europeo?

La trama ruota attorno a Giovanni Chierici, ricco imprenditore ormai anziano che, dopo una crisi esistenziale, decide di rigenerarsi: sottoporsi a una operazione che gli consenta di tornare indietro nel tempo, di ringiovanire drasticamente e dunque cambiare vita, atteggiamenti, relazioni, nella convinzione di poter ricominciare da capo. Questo proposito di rinnovamento, apparentemente energico e risolutivo, si rivela però fin dall’inizio ambiguo e profondamente narcisistico. La rigenerazione non nasce da un autentico percorso etico, ma dal desiderio di riaffermare il proprio potere e la propria centralità, soprattutto all’interno della famiglia.
Attorno a Chierici si dispiega un microcosmo domestico e sociale che mette in crisi, scena dopo scena, la sua illusione di cambiamento: la moglie Anna, la figlia Emma, il nipote Guido, amici, collaboratori e figure di servizio diventano specchi impietosi delle sue contraddizioni. Il progetto di rigenerazione si trasforma così in una nuova forma di dominio, che Svevo osserva impietosamente con ironia sottile e crudele, fino allo smascheramento finale, coronamento di una sola certezza: l’impossibilità di mutare davvero se stessi.
In questo convincente allestimento, Nello Mascia ha offerto un’interpretazione intensa e controllata del complesso protagonista, restituendo tutta la poliedricità di un personaggio che oscilla tra lucidità intellettuale e cieca autoassoluzione. Il suo Chierici non è stato mai caricaturale, ma solo un uomo tragicamente moderno, convinto di essere padrone della propria volontà, e invece tragicamente nevrotico, ossessionato dallo scorrere del tempo e dal decadimento fisico.

Accanto a Mascia, valide anche le interpretazioni di Matilde Piana (Anna), Roberta Caronia (Emma), Massimo De Matteo (Enrico Biggioni) e Mauro Parrinello (Guido Calacci), che hanno incarnato, ciascuno a suo modo, le diverse reazioni alla volontà autoritaria di Chierici: dalla rassegnazione al calcolo, dal disincanto alla sottile ribellione. Bravi anche i rimanenti attori del cast Alice Fazzi, Nicolò Prestigiacomo, Roberto Burgio e Roberto Mantovani, che hanno contribuito a delineare un affresco corale coerente e credibile.
L’accurata regia di Valerio Santoro ha sapientemente valorizzato la sottile ironia della commedia sveviana, rispettandone il ritmo dialogico e l’impianto psicologico. Senza tentazioni contemporaneizzanti, la messa in scena ha invece sottolineato l’evidente attualità del testo, affidandosi alla forza della parola e alla precisione della dinamica delle relazioni. Azzeccata anche le scene di Luigi Ferrigno che hanno ben definito uno spazio borghese chiuso e funzionale, alludendo a una vera e propria gabbia mentale, mentre i costumi di Dora Argento hanno collocato con eleganza i personaggi in un tempo riconoscibile, conferendo alla rappresentazione il giusto realismo.
A condire il tutto le musiche di Paolo Coletta e il suono di Hubert Westkemper capaci di accompagnare con discrezione l’azione scenica e creare, nei passaggi decisivi un clima di sottile inquietudine, mentre le luci di Cesare Accetta hanno modulato con finezza i passaggi emotivi, sottolineando le zone d’ombra della coscienza dei personaggi.
Una commedia amara e profondamente moderna, in cui l’idea stessa di cambiamento si è rivelata una delle più sofisticate forme di autoinganno. Solo il pregiudizio stigmatizza il classico binomio giovinezza-vecchiaia. Svevo, ancora una volta, ci consegna, come nei suoi romanzi, un’opera d’arte che non consola, ma interroga, costringendo lo spettatore a specchiarsi nelle fragilità dei suoi personaggi. De te fabula narratur…