Il peso e l’importanza della memoria nel libro “Traditi” di Antonio Ingroia

Ci sono libri che nascono dalla necessità di fare i conti con il passato, di illuminare verità scomode, di rievocare fatti nascosti, altrimenti destinati all’oblio o che rischiano di dissolversi nel silenzio. “Traditi” è un atto di testimonianza vibrante e lucido che ha il sapore amaro della disillusione e il coraggio razionale della denuncia, che trasuda di pessimismo della ragione e ottimismo dell’intelligenza.
Antonio Ingroia si affida ad un intenso e ricco colloquio con Massimo Giletti per mettere su carta un racconto dalle mille sfaccettature che è insieme memoir personale molto emozionante e affresco storico, nitido e vivido di quella stagione tragica e decisiva che ha segnato l’Italia degli anni Novanta. Il dialogo tra i due diventa il dispositivo narrativo, un ricco excursus attraverso cui si dipana una storia fatta di eroi caduti, di battaglie giudiziarie, di speranze tradite. E quel titolo “traditi” risuona come un’eco duro e pesante , un filo di Arianna che solca ogni pagina, moltiplicandosi in varie direzioni: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino traditi dalle istituzioni e lasciati soli, la lotta alla mafia tradita dalle complicità e dalle connivenze a vari livelli, e dopo Ingroia stesso tradito prima come magistrato e poi dalla politica anche di sinistra più affine alle sue idee di cittadino. Struggente e toccante sul piano umano è il ricordo di Ingroia riservato a questi due valorosi magistrati , maestri li definisce nell’intervista, conosciuti da vicino con cui ebbe la fortuna di collaborare. L’inizio del tirocinio professionale con Giovanni Falcone nella stessa stanza appena nominato magistrato. Ingroia ne descrive le movenze riservate, le tecniche investigative, l’ironia sottile che pervadevano il magistrato morto a Capaci. E poi con Paolo Borsellino in un rapporto non solo professionale ma soprattutto intrecciato in una grande amicizia che ha lasciato un segno indelebile nella vita di Ingroia. Il punto di forza del libro sta nella sua essenziale autenticità e nella sua adamantina chiarezza a conferma di un’integrità morale e di una coerenza di Ingroia uomo, magistrato, politico e oggi avvocato.
Ingroia non indulge nell’intervista in una narrazione asettica e retorica e neanche in un racconto dei fatti segnata dal politically correct, bensì ci offre una rilettura personale, senza sconti per nessuno e reticenze di eventi che hanno segnato la storia italiana di quegli anni drammatici. Il suo punto di vista è dichiarato, rivendicato, e proprio per questo capace di offrire una prospettiva originale su vicende che credevamo di conoscere.
Particolarmente significativo è il viaggio attraverso i “misteri ancora irrisolti, omissioni e depistaggi” che circondano le morti di Falcone e Borsellino. Ingroia, che ha lavorato fianco a fianco con i due magistrati, nella procura di Palermo, porta il lettore dentro le pieghe e le difficoltà di quelle indagini, svela le “connivenze e ambiguità intollerabili” che hanno caratterizzato la stagione delle stragi. Il suo è un j’accuse preciso e puntuale che non risparmia niente e nessuno: né i nemici dichiarati, né i “finti amici nelle procure, nelle correnti e della politica”. Antonio Ingroia ammette che sulla famosa trattativa Stato- mafia( minaccia ad un corpo dello Stato) non si è conosciuta la verità giudiziaria però la verità storica dei fatti è ampiamente acclarata e dimostrata.
Il libro si suddivide nella lunga intervista su più livelli temporali: il passato eroico della lotta antimafia, il presente difficile di un’Italia che “sembra avere dimenticato la lezione e il modello” di Falcone e Borsellino, e quella zona grigia intermedia segnata dall’uscita improvvisa di Ingroia dalla magistratura. L’episodio delle intercettazioni che toccano il presidente della Repubblica Napolitano diventa lo snodo narrativo che segna il passaggio da magistrato a “tradito”, il momento in cui gli equilibri politico-giudiziari si rivelano per quello che spesso sono, torbidi, untuosi e sfuggenti. La scelta di concludere con la sua esperienza di avvocato “alle prese con episodi di malagiustizia quotidiana” offre un’ulteriore prospettiva con lo sguardo di chi, dall’altra parte della barricata, constata come “una giustizia che funziona sempre peggio” tradisca ogni giorno quel patrimonio di idealità e di rigore professionale per cui Falcone e Borsellino hanno dato la vita.
Forse il libro va letto avendo conoscenza dei fatti avvenuti in quel contesto e questa narrazione ha il carattere di un memoriale appassionato: la soggettività della narrazione, pur costituendone la forza, richiede al lettore uno sforzo di contestualizzazione e di verifica. Ma è proprio questa parzialità dichiarata a renderlo prezioso come documento storico e testimonianza personale. “Traditi” è un libro necessario e importante, che si inserisce in quel filone di letteratura civile che tiene viva la memoria quando le istituzioni sembrano volerla seppellire. È un atto d’accusa, una confessione, un testamento morale. E soprattutto un monito ai posteri: dimenticare Falcone e Borsellino significa tradirli una seconda volta.