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Il prezzo dell’ingerenza

La storia delle relazioni internazionali del XX e XXI secolo potrebbe essere scritta come un catalogo di interventi falliti per installare governi amici. Dagli Stati Uniti all’Unione Sovietica, dalla Francia alla Gran Bretagna, le grandi potenze hanno ripetutamente ceduto alla tentazione di decidere chi dovesse governare paesi terzi. Raramente queste operazioni hanno prodotto i risultati sperati. Quasi sempre hanno generato conseguenze impreviste che perseguitano ancora oggi chi le ha orchestrate.

L’Iran rappresenta probabilmente il caso più emblematico e dolorosamente ironico di questa dinamica. Nel 1953, la CIA e l’MI6 britannico orchestrarono il colpo di stato che rovesciò Mohammad Mossadegh, primo ministro democraticamente eletto che aveva osato nazionalizzare l’industria petrolifera iraniana. Al suo posto venne consolidato il potere dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, un autocrata filo-occidentale che garantiva accesso al petrolio iraniano alle compagnie britanniche e americane. Per venticinque anni il regime dello Scià servì gli interessi occidentali, modernizzò il paese in superficie ma governò attraverso la repressione sistematica del dissenso.

Il risultato? La rivoluzione islamica del 1979, l’ascesa dell’Ayatollah Khomeini e la nascita di una Repubblica Islamica ostinatamente anti-americana che da oltre quarant’anni rappresenta una spina nel fianco della politica mediorientale di Washington. L’Iran di oggi, governato dalla Guida Suprema Ali Khamenei, è figlio diretto di quella scelta compiuta nel 1953. Gli Stati Uniti non crearono Khomeini, ma crearono le condizioni che resero inevitabile qualcosa come Khomeini.

Il regime iraniano attuale si regge su una legittimazione teocratica che lo rende particolarmente resistente alle pressioni esterne. Khamenei non governa in virtù di elezioni o consenso popolare, ma come rappresentante di Dio sulla terra secondo la dottrina del velayat-e faqih, il governo del giurista islamico. Questa struttura gli consente di sopravvivere anche quando la popolazione scende in piazza, come è avvenuto ripetutamente negli ultimi anni. Le proteste vengono schiacciate non solo con la forza, ma con la delegittimazione religiosa: contestare il regime equivale a contestare l’Islam stesso.

Eppure, dietro la facciata ideologica, il regime iraniano funziona secondo logiche molto più prosaiche. I Pasdaran, le Guardie Rivoluzionarie, controllano settori interi dell’economia iraniana: petrolio, costruzioni, telecomunicazioni, import-export. Sono contemporaneamente un esercito ideologico e un conglomerato economico con interessi materiali da proteggere. La corruzione è sistemica, il nepotismo è la norma, le sanzioni occidentali vengono aggirate attraverso una rete di intermediari che arricchisce chi è vicino al potere. La retorica anti-imperialista serve a mascherare un sistema clientelare che opprime il popolo iraniano molto più efficacemente di quanto abbia mai fatto lo Scià.

La politica estera iraniana riflette questa doppia natura. Da un lato, il sostegno a Hezbollah in Libano, agli Houthi nello Yemen, alle milizie sciite in Iraq e Siria serve una narrativa di resistenza all’imperialismo occidentale e di difesa degli sciiti oppressi. Dall’altro, costruisce una cintura di influenza regionale che protegge il regime da minacce esterne e lo rende un attore irrinunciabile in ogni tentativo di stabilizzazione del Medio Oriente. L’Iran non esporta la rivoluzione per ideologia, esporta instabilità per sopravvivenza.

Ma l’Iran è solo l’esempio più eclatante di un fenomeno molto più ampio. Gli Stati Uniti hanno sostenuto dittatori in America Latina per decenni pur di evitare governi socialisti, salsalvo poi scoprire che quelle dittature alimentavano il risentimento che portava proprio ai governi che volevano evitare. Hanno armato i mujaheddin afghani contro l’Unione Sovietica, creando le condizioni per l’ascesa dei Talebani e di Al-Qaeda. Hanno rovesciato Saddam Hussein in Iraq aprendo un vuoto di potere che ha generato ISIS e consegnato Baghdad all’influenza iraniana.

L’Unione Sovietica non fece meglio. I regimi comunisti imposti nell’Europa orientale crollarono alla prima occasione. L’Afghanistan divenne il Vietnam sovietico. Cuba, unico successo apparente, sopravvive come reliquia di un’epoca passata, più per inerzia che per convinzione.

Anche potenze regionali cedono alla stessa tentazione. L’Arabia Saudita interviene nello Yemen per contrastare l’influenza iraniana, producendo una catastrofe umanitaria senza risultati strategici. La Turchia sostiene gruppi islamisti in Siria e Libia cercando di ricostruire una sfera di influenza neo-ottomana. Israele ha sostenuto Hamas nei primi anni per indebolire l’OLP di Arafat, salvo poi combattere Hamas per decenni.

Il paradosso è che queste operazioni partono sempre da calcoli razionali. Un governo amico garantisce accesso a risorse, basi militari, voti nelle organizzazioni internazionali. Destabilizzare un avversario sembra meno costoso che affrontarlo direttamente. Ma il calcolo ignora sistematicamente la variabile più imprevedibile: le persone. I popoli che subiscono queste ingerenze non dimenticano, non perdonano, e prima o poi si ribellano. E quando lo fanno, scelgono raramente governanti graditi a chi li ha oppressi per procura.

L’Iran di Khamenei è instabile più di quanto appaia. La popolazione è giovane, istruita, frustrata da un’economia asfittica e da un regime che promette paradiso nell’aldilà mentre nega dignità nell’aldiqua. Le donne iraniane hanno sfidato apertamente l’obbligo del velo, pagando con arresti, torture e talvolta la vita. I lavoratori scioperano nonostante la repressione. Le minoranze etniche – curdi, azeri, baluchi – contestano il dominio persiano-sciita. Ma nessuno sa cosa verrebbe dopo Khamenei, e questa incertezza paralizza sia il regime che i suoi oppositori.

Gli Stati Uniti oggi guardano all’Iran oscillando tra il desiderio di un cambio di regime e la paura di cosa potrebbe sostituirlo. Le sanzioni non hanno piegato il regime ma hanno impoverito la popolazione. Le minacce militari non hanno fermato il programma nucleare ma lo hanno accelerato. Il sostegno retorico alle proteste non ha rovesciato Khamenei ma ha dato al regime la scusa per intensificare la repressione.

La lezione che nessuna grande potenza sembra mai imparare è che la legittimità politica non si può imporre dall’esterno. Un governo può essere sostenuto militarmente, finanziato economicamente, difeso diplomaticamente, ma se non ha radici nella società che governa, la sua caduta è solo questione di tempo. E quando cade, chi lo ha sostenuto eredita il risentimento, la sfiducia, talvolta l’odio di chi è stato oppresso in suo nome.

L’alternativa non è l’indifferenza o il disimpegno. Le grandi potenze hanno interessi legittimi da difendere, e quegli interessi sono spesso incompatibili con i governi esistenti in alcuni paesi. Ma c’è differenza tra difendere i propri interessi e pretendere di decidere chi debba governare altrove. C’è differenza tra influenza e ingerenza, tra partnership e vassallaggio, tra collaborazione e imposizione.

L’Iran continuerà probabilmente a essere governato da un regime teocratico per anni, forse decenni. Troppi interessi consolidati, troppa paura del caos, troppa frammentazione nell’opposizione. Ma quando cambierà – e prima o poi cambierà – il popolo iraniano si ricorderà di chi ha sostenuto lo Scià, di chi ha armato Saddam contro di loro, di chi ha sanzionato i loro figli per punire i loro governanti. E nessun calcolo geopolitico, per quanto sofisticato, può compensare quella memoria.

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Alessandro Sorace classe 1988, nato a Catania. Giurista, giornalista pubblicista, appassionato di arte, storia ed amante della cultura, del gusto e del buon vivere. Collabora da gennaio 2022 col quotidiano online "Clessidra 2021".

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