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Nobiltà, Potere e Fedeltà: un simposio catanese illumina le radici eterne della Sicilia

Lì dove Catania mostra il suo volto più autentico, tra le mura silenziose del Refettorio delle Biblioteche Riunite “Civica e A. Ursino Recupero”, nell’ex Monastero dei Benedettini, si dischiude domani, 30 gennaio 2026, un capitolo vivo e palpitante della memoria siciliana. L’Università degli Studi di Catania, con il nobile patrocinio del Dipartimento Culture e Società, raduna sotto l’egida del Corpo della Nobiltà Italiana e della Commissione Araldico-Genealogica Siciliana un convegno dal titolo emblematico: Di Nobiltà, Potere e Fedeltà.
Non è un mero consesso accademico, ma un rito laico che evoca i fasti di casate millenarie, dove il potere si forgia nel crogiolo della fedeltà – quella inflessibile devozione a sovrani lontani, a papi e imperatori, a una terra che esige sacrificio e grandezza.
I saluti istituzionali aprono il velo con grazia sovrana: Lina Scalisi, prorettrice dell’Università di Catania; Stefania Rimini, direttrice del Dipartimento di Scienze Umanistiche; Rita Angela Carbonaro, già responsabile delle medesime biblioteche; Narciso Salvo di Pietraganzili, presidente della Commissione Araldico-Genealogica Siciliana; e Carlo Marullo di Condojanni, vicepresidente del Corpo della Nobiltà Italiana. Figure che incarnano la continuità di un’aristocrazia non solo di sangue, ma di spirito, forgiata nei secoli anche dalle arciconfraternite messinesi e palermitane – Azzurri, Bianchi, della Pace – artefici silenziosi di questa confluenza devota.
L’introduzione di Lina Scalisi dà il via, alle ore 9, a una giornata articolata in tre sessioni, presiedute da custodi di lignaggi illustri: Narciso Salvo di Pietraganzili, Guglielmo Scammacca della Bruca, Salvatore Bordonali di Pirato.
Si parte con un’antica vocazione militare alle 9.30, quando Ferdinando Maurici dipinge un secolo di avventure e calamità nella Sicilia del Trecento: guerre, castelli assediati, tradimenti che squarciano il velo della fedeltà feudale. Segue Fabrizio D’Avenia, che illumina la nobiltà di Stato, di sangue e di spirito nei Cavalieri di Malta, tra adattamento e continuità dal 1530 al 1798 – un inno alla resilienza di chi piega il destino senza spezzare il giuramento. Salvatore Bottari evoca nobili e popolo nella rivolta antispagnola di Messina, mentre Ruggero Pace Gravina narra l’ammiraglio siciliano Federico Carlo Gravina, alfiere della Corona di Spagna dal 1755 al 1806, emblema di una fedeltà navale forgiata nelle tempeste dell’ego imperiale.
Un coffee break alle 10.50 concede respiro, prima della seconda sessione: visioni pubbliche e private. Guglielmo Scammacca della Bruca presiede interventi che sondano l’anima intima del potere nobiliare. Silvia D’Agata proclama virtus vera nobilitas est, predicando la nobiltà nella trattatistica cinquecentesca; Lavinia Gazzè disvela accordi matrimoniali e strategie tra Pietro de Luna, i Salviati, la Sicilia, Firenze e la Spagna. Maurizio Vesco analizza nobili infedeli – Abatellis, Imperatore – nella Sicilia del primo Cinquecento, mentre Giacomo Santoro riflette sulla questione imperiale sotto i viceré Moncada e Pignatelli.
Discussione e pausa pranzo alle 13 segnano il culmine mattutino.
Nel pomeriggio, testimonianze artistiche e documentali sotto la guida di Salvatore Bordonali di Pirato: Pierfrancesco Palazzotto su Santa Maria di Gesù a Palermo, cimitero di aristocrazia nuova e antica nel XIX secolo; Barbara Mancuso sugli artisti al servizio delle committenze nobiliari, con Antonello Gagini e i Paternò; Claudio Gino Li Chiavi sugli Atti provisionali del Senato di Palermo, vero censimento della nobiltà certificata; Nicola Attinasi su archetipi e modelli per la committenza palermitana, tra allegoria, mito e storia sacra.
La discussione alle 15.50 precede la chiusura dei lavori alle 16.10, affidata alle conclusioni di Lina Scalisi, Fabrizio D’Avenia, Ruggero Pace Gravina e Narciso Salvo di Pietraganzili.
In questo intreccio di voci erudite emerge la Sicilia nobiliare non come reliquia, ma come forza perenne: dove il potere si nutre di fedeltà incrollabile e la nobiltà – di spada, di spirito, di pietra scolpita – sussurra lezioni eterne a un mondo smemorato. Catania, crocevia di mari e destini, accoglie così un’eredità che pulsa ancora, invitando studiosi e discendenti a chinarsi reverenti dinanzi al suo altare.
 
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A soli sedici anni ha iniziato il suo percorso nel giornalismo, scrivendo come corrispondente e raccontando la cronaca di Camastra e Naro sul giornale La Sicilia. Spinto dalla passione per l’informazione, qualche anno dopo ha iniziato a collaborare con testate di rilievo come il Giornale di Sicilia, Corriere dello Sport e L’Amico del Popolo di Agrigento, storico settimanale cattolico. Il suo viaggio lo ha poi portato a Milano, dove ha scritto per il Giornale di Milano Sud, dando voce alle storie e ai cambiamenti della zona meridionale della città. Ma le radici lo hanno richiamato in Sicilia, dove per un decennio ha diretto Tribeart, la prima guida dedicata alle arti visive dell’isola, punto di riferimento per artisti e appassionati. Da sempre convinto dell’importanza dell’etica professionale, afferma con decisione: “Il compito di chi fa giornalismo è uno solo: informare il lettore in modo corretto, senza compromessi”.
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