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Che fine ha fatto lo Stato sociale?

Lo Stato sociale, quella rete di protezioni e garanzie che ha caratterizzato l’Europa del dopoguerra, sembra attraversare una crisi profonda. Non è scomparso, ma si è trasformato in qualcosa di diverso, spesso più fragile e selettivo.

Dopo la Seconda guerra mondiale, lo Stato sociale assunse una sua legittimazione e rappresentava un patto: in cambio della pace sociale e dell’accettazione del sistema democratico-capitalista, i cittadini ottenevano sanità universale, pensioni dignitose, istruzione pubblica e sussidi di disoccupazione. Era la piena affermazione del modello renano, scandinavo, mediterraneo – ciascuno con le sue varianti, ma tutti uniti dall’idea che il mercato andasse temperato e mitigato dalla solidarietà collettiva.

Poi sono arrivati gli anni Ottanta con l’apertura mondiale dei mercati e l’avvio della cosiddetta  globalizzazione, nonché la finanziarizzazione dell’economia. L’argomento utilizzato per ridurre gli spazi del welfare state è sempre lo stesso: non ce lo possiamo più permettere. I costi della sanità crescono per l’invecchiamento della popolazione, le pensioni sono insostenibili, il debito pubblico è troppo alto. E così, pezzo dopo pezzo, il welfare è stato eroso. Non è stato un taglio netto, bensì  si è operato con mille piccole ritirate: ticket sanitari, innalzamento dell’età pensionabile, precarizzazione del lavoro che rende difficile accumulare contributi, privatizzazioni pesanti e striscianti.

Il risultato è un sistema che non protegge più come prima. Le disuguaglianze sono tornate a crescere, la mobilità sociale si è inceppata. Chi nasce in una famiglia povera ha meno probabilità che mai di scalare la piramide sociale. La classe media si sente sempre più fragile, schiacciata tra tasse elevate e servizi decrescenti.

Eppure l’alternativa non è chiara. Tornare al vecchio Stato sociale non appare più possibile, richiederebbe risorse che nessuno sembra disposto a mettere sul tavolo. Riformarlo profondamente significherebbe ripensare il patto sociale in un’epoca di estensione del lavoro precario, della gig economy e dell’ intelligenza artificiale. Nel frattempo, lo Stato sociale continua a esistere in forma dimezzata, incapace di mantenere le promesse del passato ma ancora abbastanza radicato da non poter essere smantellato del tutto.

 

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Nato a Catania nel 1990. Attualmente ricopre il ruolo di capo di gabinetto dell'assessorato dei beni culturali e dell'identità siciliana. Militante politico e appassionato di giornalismo sin dalla prima giovinezza ha collaborato con il Settimanale I Vespri e con il Secolo d’Italia. Ha ricoperto ruoli di amministratore pubblico nella sua città d’origine, Mascali, come consigliere comunale e assessore. È dottore in Scienze della Difesa e della Sicurezza e in Scienze Politiche. Autore di un saggio su Kelsen e la politica contemporanea "Pensiero forte" edito da Bonfirraro Editore.
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