La Cina e l’arte di costruire sfere di interesse senza proclamarle

Pechino non ha bisogno di annunciare le proprie sfere d’influenza. Le costruisce attraverso infrastrutture, investimenti e una pazienza strategica che l’Occidente fatica a comprendere. Mentre Washington discute di valori democratici e ordine basato sulle regole, la Cina posa cavi sottomarini, finanzia porti e accumula debiti altrui. È una forma di potere che non cerca legittimazione morale, ma risultati concreti.
I BRICS rappresentano il tentativo più ambizioso di istituzionalizzare questo approccio. Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – ora espansi a includere Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi – non sono un’alleanza nel senso tradizionale. Sono piuttosto una piattaforma dove Pechino può esercitare influenza senza dover assumere responsabilità imperiali. La Cina non chiede agli altri membri di scegliere tra Washington e Pechino, chiede solo di accettare un mondo multipolare dove gli Stati Uniti non dettano più le regole del gioco.
Questa strategia funziona proprio perché non richiede coerenza ideologica. I BRICS includono democrazie e autocrazie, economie esportatrici di petrolio e importatori netti, paesi in competizione territoriale tra loro come Cina e India. Ciò che li unisce non è una visione condivisa del futuro, ma una condivisione del presente: la percezione che l’ordine guidato dagli Stati Uniti sia stato costruito per servire interessi americani ed europei, non globali.
La Belt and Road Initiative rimane lo strumento principale attraverso cui Pechino traduce influenza economica in peso geopolitico. Dal Pakistan allo Sri Lanka, dalla Serbia al Kenya, la Cina ha finanziato progetti infrastrutturali che creano dipendenza senza bisogno di basi militari o trattati formali. Quando un paese non riesce a ripagare i prestiti cinesi, Pechino non invia i marines: rinegozia i termini, spesso ottenendo concessioni a lungo termine su asset strategici. È colonialismo? È pragmatismo? Probabilmente entrambi, ma funziona.
La relazione con gli Stati Uniti resta il nodo cruciale. Washington e Pechino sono intrappolati in una interdipendenza che nessuno dei due può permettersi di rompere completamente. La Cina è il principale creditore estero americano e il maggior partner commerciale di quasi tutti gli alleati degli Stati Uniti. Gli USA restano il mercato più importante per le esportazioni cinesi e il garante della sicurezza marittima globale di cui Pechino beneficia. È una rivalità tra potenze che devono cooperare per sopravvivere, il che rende tutto più complicato e pericoloso.
Le guerre commerciali dell’era Trump, proseguite sotto Biden con sanzioni tecnologiche sempre più stringenti, hanno spinto la Cina ad accelerare la propria autonomia strategica. I semiconduttori avanzati rappresentano il campo di battaglia principale: Washington cerca di negare a Pechino l’accesso alle tecnologie più sofisticate, mentre la Cina investe centinaia di miliardi per sviluppare capacità indigene. È una corsa dove il vantaggio americano si misura in anni, forse decenni, ma il momentum cinese è innegabile.
Eppure la Cina affronta limiti strutturali che i suoi pianificatori conoscono bene. La demografia è il primo: una popolazione che invecchia rapidamente con un tasso di natalità in caduta libera. L’economia rallenta dopo decenni di crescita a due cifre, e il modello basato su investimenti massicci in infrastrutture mostra segni di esaurimento. Il settore immobiliare, pilastro della crescita cinese, attraversa una crisi che potrebbe durare anni. Xi Jinping parla di “prosperità comune”, ma la disuguaglianza cresce e il contratto sociale tra Partito e popolazione – crescita economica in cambio di autoritarismo – mostra crepe.
Sul piano internazionale, l’assertività cinese ha prodotto l’effetto opposto a quello desiderato. Il Giappone sta riarmandosi, l’Australia ha indurito le proprie posizioni, l’India guarda a Pechino come alla principale minaccia strategica. Il QUAD – il raggruppamento tra USA, Giappone, India e Australia – esiste proprio come risposta alla proiezione di potenza cinese nell’Indo-Pacifico. Anche in Europa, dove i governi hanno a lungo privilegiato gli interessi commerciali rispetto alle preoccupazioni strategiche, il vento sta cambiando.
Ma è Taiwan a rappresentare la vera cartina di tornasole della strategia cinese. L’isola è insieme una questione di prestigio nazionale, un test della credibilità americana e il cuore pulsante dell’industria globale dei semiconduttori. TSMC da sola produce oltre il 90% dei chip più avanzati al mondo, rendendo Taiwan indispensabile per qualsiasi economia moderna. Pechino considera la riunificazione un obiettivo irrinunciabile, Washington ha costruito la propria strategia nell’Indo-Pacifico sulla difesa dell’isola, anche se l’ambiguità strategica rimane la dottrina ufficiale. Xi Jinping ha più volte ribadito che la questione “non può essere tramandata di generazione in generazione”, lasciando intendere che la finestra per una soluzione pacifica si sta chiudendo. Un’eventuale invasione cinese scatenerebbe probabilmente il più grave conflitto dalla Seconda Guerra Mondiale, con conseguenze economiche devastanti per l’intera economia globale. Eppure Pechino continua a intensificare le esercitazioni militari nello Stretto, testando la determinazione americana e preparando l’opinione pubblica interna a uno scenario di confronto. Taiwan non è solo una questione bilaterale tra Cina e Stati Uniti: è il luogo dove si deciderà se il XXI secolo sarà davvero cinese o se l’ordine americano avrà ancora la forza di difendere i propri interessi vitali.
I BRICS potrebbero rappresentare il futuro di un ordine multipolare, ma potrebbero anche rivelarsi un contenitore troppo ampio per sostenere veri interessi condivisi. Russia e India competono per l’influenza in Asia centrale, Brasile e Cina hanno visioni diverse sul commercio agricolo, l’Iran e gli Emirati guardano al Golfo Persico con obiettivi opposti. La Cina può moderare queste tensioni, ma non eliminarle. E ogni volta che deve scegliere tra i propri interessi nazionali e la coesione del gruppo, Pechino sceglie i primi.
La grande scommessa cinese è che gli Stati Uniti siano in declino irreversibile, che l’Occidente sia troppo diviso per rispondere efficacemente, che il tempo giochi a favore di Pechino. Potrebbe essere vero. Ma potrebbe anche essere che la Cina stia sopravvalutando la propria capacità di sostituire un ordine globale senza pagare i costi che tale ordine richiede. Washington ha garantito la sicurezza marittima globale per settant’anni, ha aperto i propri mercati, ha costruito alleanze basate su reciprocità seppur asimmetrica. La Cina è disposta a fare lo stesso? E i paesi del Sud globale sono davvero pronti a scambiare un egemone per un altro?
Le sfere d’influenza cinesi si espandono, questo è innegabile. Ma rimangono sfere fragili, tenute insieme più da convenienza che da convinzione. E in geopolitica, la convenienza dura esattamente fino a quando non si presenta un’alternativa migliore.