Una danza tra memoria e scavo nel libro “Storia d’amore e d’archeologia”di Marinella Fiume

Marinella Fiume, scrittrice prolifica, spicca sempre per brillantezza e originalità, cosicché compie in questo ultimo libro un’operazione letteraria delicata e ambiziosa, degna di un autrice molto attenta alle storie seppellite nel tempo. E così riporta alla luce, con la pazienza certosina dell’archeologo e la sensibilità culturale del romanziere, una storia d’amore e di amicizia rimasta nascosta tra le pieghe del Novecento siciliano. Come i reperti che emergono dalla terra sotto gli occhi attenti di chi scava, così si fa luce e si illuminano i riflettori sulla relazione tra Dinu Adamesteanu e Daphne Phelps che si ricavano dalle lettere, dai ricordi, e persino dai silenzi.
La scelta narrativa è davvero esemplare e quanto mai appropriata: ibrida il genere, contamina il romanzo con la biografia e il saggio, proprio come ibrida fu la vita dei due protagonisti. Lui, archeologo rumeno in fuga dal regime di Ceausescu, alla ricerca di una patria nelle stratificazioni della Magna Grecia. Lei, neuropsichiatra infantile inglese, custode di Villa Kitson a Taormina, rifugio per artisti e intellettuali nel cuore del Mediterraneo.
In tal modo Marinella Fiume costruisce una sorta di parallelo suggestivo con l’integrazione simbiotica tra questi due stranieri innamorati della Sicilia che sembrano rispecchiarsi a vicenda, in una narrazione dal sapore antico tra colonizzatori greci e popolazioni indigene. Felice è l’intuizione artistica dell’autrice e tale sentimento di osmosi attraversa tutto il libro, rendendo il passato archeologia del presente e il presente archeologia dei sentimenti.
Particolarmente riuscita è la ricostruzione della figura di Adamesteanu: il volume diventa “straordinaria fonte di informazione” sul suo lavoro, sui suoi tormenti di esule, sulla sua capacità di trasformare lo sradicamento in radicamento profondo. La Sicilia diventa per lui quello che l’archeologo cerca nelle sue campagne di scavo: un luogo dove ricomporre i frammenti di un’identità spezzata.
Il cuore pulsante del racconto resta però quel “gruppetto di lettere annodate con un nastrino rosso”, custodite da Daphne fino all’ultimo. In quelle pagine si cela forse una “relazione di coppia impossibile”, non consumata ma non per questo meno reale. L’autrice rispetta il mistero senza violarlo, lascia che il lettore intuisca più che vedere, proprio come accade con gli affreschi antichi di cui restano solo tracce di colore.

Il concetto di *nóstos*, il ritorno a casa, chiude circolarmente il racconto: Adamesteanu conclude il suo viaggio nell’antica Herakleia perché la vera patria è quella che si sceglie, non quella in cui si nasce. Una lezione di appartenenza che risuona con particolare forza in tempi di migrazioni e sradicamenti.
Marinella Fiume dimostra che si può fare storia senza rinunciare all’emozione, che si può raccontare l’amore senza cadere nel sentimentalismo. “Storie d’amore e d’archeologia” è un libro stratificato come i siti che Adamesteanu portava alla luce: richiede attenzione, ripaga con scoperte. E come ogni buon scavo archeologico, lascia intravedere che sotto la superficie c’è sempre qualcosa di più da scoprire.