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Trump torna a guardare la Groenlandia: geografia dell’ambizione americana

Quando Donald Trump, da presidente eletto in procinto di tornare alla Casa Bianca, rilancia l’interesse americano per la Groenlandia, non sta semplicemente provocando o cercando titoli sui giornali. Sta mettendo a nudo una verità geopolitica che l’establishment diplomatico preferisce sussurrare nei corridoi piuttosto che dichiarare apertamente: nell’Artico si gioca una partita strategica che ridefinirà gli equilibri globali dei prossimi decenni.

La Groenlandia non è un capriccio trumpiano. È una necessità americana, quella del trampolino per il Golden Dome ex Iron Dome, mascherata da provocazione. Con i suoi 2,16 milioni di chilometri quadrati, l’isola rappresenta un asset strategico di prima grandezza in uno scenario dove il riscaldamento globale sta aprendo nuove rotte marittime e rendendo accessibili risorse minerarie fino a ieri impensabili. Terre rare, uranio, petrolio: il sottosuolo groenlandese è un tesoro che Pechino osserva con crescente interesse, finanziando progetti infrastrutturali e cercando di inserirsi in un’economia locale fragile e dipendente dai sussidi danesi.

Ed è proprio questo l’angolo visuale che rende comprensibile l’apparente brutalità delle dichiarazioni trumpiane. Quando gli Stati Uniti guardano alla Groenlandia, vedono innanzitutto la Cina. Vedono il rischio che una potenza rivale possa acquisire influenza a poche centinaia di chilometri dalle coste del Nord America, in una regione dove Washington mantiene già la base aerea di Thule, nodo cruciale del sistema di difesa missilistica americano. La geografia, ancora una volta, si impone sulla diplomazia.

La Danimarca, formalmente sovrana sull’isola attraverso un peculiare status di autonomia, si trova in una posizione scomoda. Copenhagen non può permettersi di alienare il principale alleato NATO, ma non può nemmeno cedere territorio senza innescare una crisi costituzionale e politica interna di proporzioni inaudite. I groenlandesi stessi, circa 57.000 persone, oscillano tra l’aspirazione all’indipendenza e la consapevolezza della propria vulnerabilità economica. L’ironia è che proprio l’attenzione americana potrebbe rafforzare la loro posizione negoziale con la Danimarca.

Ma Trump non sta negoziando l’acquisto della Groenlandia nel senso ottocentesco del termine, nonostante il linguaggio utilizzato. Sta ridefinendo i termini della presenza americana nell’Artico, segnalando che Washington non accetterà passivamente l’espansione dell’influenza cinese o russa nella regione. Sta comunicando, nel suo stile diretto e divisivo, che l’era della supremazia incontrastata nell’emisfero occidentale non è negoziabile.

Ciò che disturba gli alleati europei non è tanto l’obiettivo strategico americano, largamente condiviso, quanto il metodo. L’approccio transazionale di Trump, che tratta gli alleati come controparti commerciali piuttosto che come partner valoriali, erode la fiducia su cui si regge l’architettura della sicurezza atlantica. Eppure, paradossalmente, questa brutalità comunicativa potrebbe costringere l’Europa a prendere sul serio ciò che finora ha preferito ignorare: la competizione per l’Artico è già in corso, e richiede scelte, non dichiarazioni di principio.

La questione groenlandese è destinata a rimanere aperta ben oltre il secondo mandato di Trump. Perché dietro la retorica espansionista si nasconde una realtà geopolitica ineluttabile: l’Artico sta diventando un Mediterraneo del XXI secolo, e nessuna grande potenza può permettersi di rimanerne esclusa. Gli Stati Uniti lo sanno, la Cina lo sa, la Russia lo sa. Anche la Danimarca, volente o nolente, dovrà prenderne atto.

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Alessandro Sorace classe 1988, nato a Catania. Giurista, giornalista pubblicista, appassionato di arte, storia ed amante della cultura, del gusto e del buon vivere. Collabora da cinque anni col quotidiano online "Clessidra 2021".
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