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L’ennesimo episodio di violenza estrema tra i banchi di scuola

La morte del diciottenne Youssef scuote le nostre coscienze.

L’educazione all’intelligenza emotiva e alla gestione del fallimento potrebbero essere la soluzione più efficace.

È accaduto venerdì,  all’Istituto “L. Einaudi – D. Chiodo” di La Spezia. Youssef Abanoub, lo studente di origine egiziana aggredito in classe con una lama di almeno 20 centimetri, riportando la perforazione della milza è deceduto in ospedale: l’assassino è un altro allievo dell’istituto, Atif, di origine marocchina, che vive da 10 anni in Italia insieme a numerosi fratelli. L’omicidio al culmine di una lite, per gelosia nei confronti di una ragazza. La dirigente si affanna a dichiarare che anche se l’istituto è un “melting pot” di nazionalità, non si sono mai verificati fatti di violenza, e la scuola rappresenta un esempio di integrazione e tolleranza. Non concordano invece tanti studenti che lo frequentano,e per i quali quella che si è verificata è una tragedia annunciata, per due episodi risalenti a qualche mese fa: Atif aveva fatto a tutti delle strane domande riguardo alle leggi in Italia che regolano gli omicidi. Inoltre, quando una docente  fece un incontro con i ragazzi e chiese a ciascuno di esprimere un sogno, il ragazzo rispose: “Mi piacerebbe vedere che emozione si prova a uccidere una persona”. Ora riportano “urbi et orbi” quelle parole e lanciano strali contro la docente: “Dopo una roba del genere lei non ha fatto nulla».  A dirla tutta, anche i ragazzi, pur informati di atteggiamenti strani del ragazzo e di sue risposte violente in chat, si sono dimostrati inerti! I servizi sociali,poi, del tutto latitanti. I telefoni e i PC sono attualmente al vaglio degli inquirenti.

Quanto accaduto all’Istituto “L. Einaudi-D. Chiodo” della Spezia non si deve decodificare come un mero fatto di cronaca nera, ma è sintomo di un malessere radicato, pervasivo, che pone  interrogativi profondi sui modelli educativi attuali e chiama in causa il ruolo cruciale delle famiglie e della scuola nel 2026. Si deve leggere come una ferita per tutta la società.

La tragedia si innesta in un vuoto educativo dove la cultura della “performance” ha sostituito quella della relazione, e i modelli educativi non curano l’aggressività e, al contempo, la fragilità insite nell’età adolescenziale.

Un certo “analfabetismo emotivo” caratterizza giovani che non sanno dare un nome alle proprie emozioni (rabbia, frustrazione, rifiuto), né gestirle. Il passaggio dal sentimento all’atto violento diventa immediato allorché mancano il “filtro” della riflessione, la volontà della mediazione e la capacità di leggere il fallimento come un’opportunità di apprendimento.

La fragilità del “No” è un’altra falla educativa: modelli familiari iperprotettivi e simbiotici tendono a eliminare il conflitto dalla vita dei figli. Di fronte a un contrasto reale con un coetaneo, il ragazzo non ha gli strumenti psicologici per ricomporre liti e sfide, e reagisce con la violenza.

Molto contribuisce anche la spettacolarizzazione del conflitto: influenzati da dinamiche social dove l’aggressività è premiata in termini di visibilità, alcuni giovani percepiscono la violenza come unico linguaggio efficace per affermare la propria identità. La rappresentazione mediatica di film come “Gomorra” non costituisce un atto “neutrale”. La spettacolarizzazione di scene violente, la presentazione degli aspiranti camorristi come gaudenti, ,felici ed esaltati, la ricerca del lusso e l’ostentazione della ricchezza acquisita illegalmente, l’uso delle armi con atteggiamenti spacconi, generano il rischio consistente di emulazione.

Cosa può e deve fare la scuola?

La scuola non può più limitarsi alla mera trasmissione di nozioni; deve trasformarsi in un presidio di salute pubblica, di virtù civiche e di benessere psicologico.

È necessario che ogni istituto disponga di sportelli di ascolto strutturati e obbligatori, non solo per le emergenze, ma come spazio di monitoraggio costante del clima di classe. Occorrono figure adeguatamente formate che, in sinergia con gli insegnanti e senza scavalcarli, possano costituire un presidio psicologico permanente. Purché non si deleghi tutto ai docenti, già oberati dal lavoro e schiacciati da mille responsabilità.

Servirebbe, prima di ogni altra cosa, introdurre programmi di “Social Emotional Learning” (apprendimento socio-emotivo) per insegnare ai ragazzi a riconoscere l’altro non come un nemico, ma come un simile.

Servirebbe insegnare l’arte della mediazione. Il conflitto è parte integrante della vita, ma va ricomposto attraverso il dialogo, non attraverso la sopraffazione.

Imprescindibile è il “Patto di corresponsabilità” con le famiglie: la scuola deve ricostruire un’alleanza con i genitori, troppo spesso pronti a difendere a oltranza i figli, ristabilendo il valore della scuola come agenzia educativa e l’autorevolezza degli insegnanti – educatori.

Se un adolescente arriva a portare un coltello a scuola, preannuncia in chat una possibile azione violenta e non viene bloccato, significa che il sistema di prevenzione ha falle su più livelli. Il ragazzo, forse, non è facilmente rieducabile, ma occorre provarci, coordinando l’azione su più fronti.

Urge passare dalla retorica dell’emergenza a un investimento strutturale sull’umanità degli studenti, prima ancora che sui loro voti, in una società spietata e altamente competitiva come quella attuale.

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La capacità di gestire le proprie emozioni si apprende in famiglia, ma è evidente la necessità di implementare un patto di alleanza tra scuola e famiglia, per condividere modelli educativi durevoli e improntati alla mediazione e al rispetto dell’altrui punto di vista e delle regole.

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Nata a Catania nel lontano 19..(il tempo è solo uno stato d’animo!), dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo di Catania. Si laurea in Lettere classiche con votazione di 110/110 “cum laude” e si immerge nel mondo del lavoro. Dopo aver vinto il Concorso a cattedra nel 2001 inizia ad insegnare presso i Licei. Partecipa a diversi convegni come corsista e come relatrice, cercando di tenersi costantemente aggiornata. Si occupa di temi e problemi della sfera umanistica, collaborando con diverse riviste. Appassionata di libri, ama dipingere, recarsi a teatro, ascoltare musica e suonare il pianoforte. Ama viaggiare, e la sua valigia è sempre pronta!
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