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Il Rebus di cui non si aveva bisogno. La Groenlandia, gli USA di Trump e i Paesi alleati NATO

Per quasi mezzo secolo, Stati Uniti e Unione Sovietica si sono guardati in cagnesco da una parte all’altra della Cortina di Ferro, l’un contro l’altro armati e pronti a mettere mano agli arsenali nucleari. Queste due superpotenze hanno concretamente pensato che una guerra fosse alle porte e si sono preparati di conseguenza, rinforzando i rispettivi blocchi di alleanze – segnatamente NATO e Patto di Varsavia –, per garantirsi un’adeguata profondità strategica in caso di conflitto. E nell’arco di questo mezzo secolo sull’orlo del conflitto, lo status della Groenlandia non è mai stato messo in discussione.

La Danimarca è uno degli Stati fondatori dell’Alleanza Atlantica e la sua fedeltà alla NATO non è mai stata messa in discussione. Dal 1949 a oggi, gli Stati Uniti hanno potuto disporre di basi e installazioni sull’isola, in nome della sicurezza collettiva e della cooperazione tra alleati. Tutt’oggi nulla impedisce, in contesto NATO, di aumentare l’organico e gli armamenti statunitensi sull’isola. D’altronde, per gli alleati si fa questo e altro.

Ora, secondo Donald Trump, parrebbe che il territorio autonomo del Regno di Danimarca sia più irrinunciabile oggi per la sicurezza nazionale americana che negli anni Ottanta o durante la Crisi di Cuba. Senza l’annessione della Groenlandia – afferma Trump – la minaccia portata da Russia e Cina sarà incontenibile e la Danimarca non potrà proteggere l’isola da sola.

Visto e considerato che l’Alleanza è stata fondata esattamente per garantire, come amano ricordare i Segretari Generali dell’Organizzazione, “la protezione di ogni centimetro del territorio alleato”, le affermazioni di Trump non sembrano avere senso. Che senso ha, nel bel mezzo del rimescolamento multipolare delle alleanze e con rivali del calibro di Russia e Cina alle porte, minacciare in un colpo solo tutti e trenta gli alleati europei della NATO per ottenere qualcosa che gli USA già “possiedono” sul piano strategico?

Forse il problema è proprio questo. Gli Stati Uniti “possiedono” la Groenlandia in usufrutto, e in osservanza degli obblighi di mutua assistenza stabiliti dall’art. 5 del Patto dell’Alleanza Atlantica; significa che gli Stati Uniti “possiedono” la Groenlandia solo se restano impegnati a garantire la sicurezza della Danimarca e del resto della NATO.

Allora, probabilmente, il problema è che agli Stati Uniti di Donald Trump e all’ideologia MAGA, per dirla in modo elegante, non interessa della sicurezza della NATO e dell’Europa. E questo lo ha detto chiaramente lo stesso Trump, in più di trenta pagine di National Security Strategy che affermano come adesso la priorità degli USA sia l’Emisfero Occidentale, che, guarda caso, inizia in Argentina e finisce proprio in Groenlandia.

L’idea di Trump e del MAGA, così come è ricavabile dalle parole e dalle azioni dei suoi esponenti che oggi occupano i gangli del potere americano, è quella di una nuova stagione di darwinismo geopolitico globale, dove il più forte – “chi ha le carte”, com’è stato detto a Zelensky – decide e il più debole si adegua, o, al più, viene rapito in casa sua con gli elicotteri. Il diritto internazionale? Lettera morta, utile per accendere il caminetto dello Studio Ovale. Il Destino Manifesto e gli Stati Uniti come promotori della cooperazione internazionale? Propaganda Woke che rende i generali grassi e incapaci di fare le flessioni che il Segretario della Difesa ama tanto eseguire in pubblico. Gli impegni internazionali umanitari? Tasse indirette per i taxpayer americani.

Con questo background ideologico, non sorprende che Trump ritenga la NATO una zavorra inutile, una “grana” che obbligherebbe gli USA a scendere in guerra contro la Russia per l’Europa. Quella stessa Russia che lui ha accolto a braccia aperte in Alaska e con la quale non vede l’ora di allinearsi onde deviarla dall’orbita della Cina, unico vero protagonista che minaccia l’egemonia statunitense.

Senza la NATO sarebbe tutto più semplice per Trump. Potrebbe concentrarsi sull’Emisfero Occidentale e sulla competizione con Pechino, evitandosi le “noie” derivanti dagli obblighi dell’art. 5. Quelle stesse noie che, per vent’anni, hanno portato gli europei e i canadesi dall’altra parte del mondo, in Afghanistan, a combattere e morire per rispondere alla chiamata dell’alleato americano.

Una legge del Congresso, strategicamente approvata dall’amministrazione Biden prima del termine del mandato, prevede una maggioranza dei due terzi a Capitol Hill per decidere di abbandonare l’Alleanza Atlantica. Un simile quorum è molto difficile da raggiungere e praticamente impossibile da blindare rispetto ai franchi tiratori, sia dei Dem sia del GOP. Ma, ancora una volta, sappiamo cosa pensa Trump dei pezzi di carta e il Patto Atlantico, pur con tutta la sua aura di sacralità, rimane un pezzo di carta, peraltro più facilmente stracciabile di una legge del Congresso, che rimane l’unico contropotere costituzionale americano che, alle volte, prova ad arginare la deriva autoritaria del presidente, e che avrebbe il potere di deporlo.

Non esiste uno scenario militare in cui gli Stati europei possono opporsi a un’azione di forza da parte degli Stati Uniti, questo è evidente. Ciò non toglie che, nel momento in cui un soldato americano dovesse mettere piede con intenzioni ostili in Groenlandia, la NATO cesserà di esistere. Il simulacro potrebbe restare, ma il rapporto transatlantico per come è esistito negli ultimi ottant’anni sarebbe irreparabilmente danneggiato.

Nessuna guerra tra Stati Uniti ed Europa dunque, Trump non la vuole e gli europei non sarebbero in grado di combatterla. Ma la NATO cesserebbe di esistere, e con essa tutte quelle “scomode” garanzie sui Paesi Baltici, sulla Polonia, sulla Romania e sulla sfera d’influenza russa in Europa Orientale. Mosca avrebbe campo libero per forzare la mano, e se gli europei non vorranno piegarsi alle richieste russe, che combattano da soli. I Paesi dell’Europa Occidentale potrebbero ricevere qualcosa in compensazione, magari garanzie di sicurezza selezionate e trattamenti commerciali favorevoli, purché rigorosamente su base bilaterale, come è costume e preferenza di Trump.

E se gli Stati europei accettassero questa disparità di trattamento, alla prima spallata della Russia nell’Est seguirebbe il dissolvimento – anche in questo caso, nei fatti prima ancora che nella forma – della stessa Unione Europea. Altro sviluppo che un’edizione estesa della National Security Strategy di Trump avrebbe indicato come preferibile.

La crisi della Groenlandia è solo un’altra conferma di una verità che non tutti nel Vecchio Continente sono pronti ad ammettere: Trump matura realisticamente di abbandonare la NATO e attende soltanto il momento migliore per compiere la sua opera. Se non sarà adesso per la Groenlandia, sarà in futuro sulla base di un’altra giustificazione; infatti, il dato rimane lo stesso: agli Stati Uniti del MAGA non importa del rapporto transatlantico.

Con buona pace di chi si straccia le vesti nell’invocare una caccia alle streghe contro i fantomatici fautori di una rottura tra Europa e USA, le leadership del continente devono prendere atto di questa nuova normalità. Alcuni lo stanno facendo, mentre altri aspettano una doccia molto fredda. Sì, “artica”.

 

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Sono animato dalla straordinaria passione per il diritto, quest'ultimo inteso come occasione inestimabile di ricerca di giustizia e verità. Sono un legale e mi occupo, altresì, in qualità di docente di insegnamento, consapevole dell'importanza fondamentale di formare ed informare le persone con le quali ho costantemente il privilegio di poter interloquire, investendo, su quei valori alti del convivere umano e civile che, talora, la mediocrità di questo tempo sembra non considerare. Amo la scrittura che si traduce nella capacità di comunicazione e, a tal proposito, vanto collaborazioni con alcune tra le più prestigiose riviste giuridiche scientifiche online, come Diritto.it, Altalex e Quotidiano Legale. Sul piano professionale, inoltre, sono un amministratore condominiale, iscritto presso il registro nazionale Confedilizia, nonché mediatore civile e commerciale ed arbitro presso la Camera Arbitrale Internazionale. Mi nutre pure la passione per il sociale, la quale è coincisa con l'impegno personale nel mondo dell'associazionismo e in compagini politiche, sempre e comunque, a sostegno del bene comune come propria stella polare. Credere sempre, fermarsi mai.
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