Lavorare è essenziale, ma troppo lavoro fa male!

Lo dicono, da alcuni anni, numerosi studi scientifici che hanno portato l’OMS a stabilire che non bisogna superare le 55 ore settimanali, altrimenti si rischiano conseguenze serie sia in ambito psicologico come difficoltà a dormire o alterazione dell’umore che in tema di salute fisica come malattie cardiovascolari.
Ma il Lavoro è essenziale!
E’ un principio costituzionale sancito dall’articolo 1 della Costituzione italiana “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
Un tempo lontano i nostri nonni dicevano che “il lavoro nobilita l’uomo” consapevoli che attraverso il lavoro gli uomini miglioravano se stessi in quanto mettevano a frutto le proprie capacità e competenze.
Ogni uomo, con il proprio lavoro, contribuiva allo sviluppo collettivo dell’intera società.
Anche filosofi e storici hanno attribuito un valore positivo al lavoro.
Per Marx gli uomini hanno cominciato a distinguersi dagli animali nel momento in cui hanno iniziato a produrre cioè a lavorare per soddisfare i propri bisogni materiali.
Pertanto il lavoro sta alla base della storia, in quanto creatore di civiltà e di cultura.
Per il filosofo inglese John Locke il lavoro e i suoi frutti costituivano la base per una effettiva libertà individuale.
Eppure se il lavoro diventa troppo, se invade l’intera sfera umana, degenera in una ossessione che ci distrugge invece di gratificarci.
Parlare di ossessione per il lavoro, oggi, quando ogni giorno migliaia di giovani lottano per trovare un’occupazione degna delle loro aspettative, sembra una paradossale beffa.
Ma la nostra società è fatta di paradossi.
Per cui, accanto a un disoccupato forzato, c’è invece un dipendente stressato per troppo lavoro
Sempre più lavoratori pensano al lavoro non come a un mezzo per ottenere il giusto sostentamento economico, ma come all’unica via per raggiungere il successo e la conseguente realizzazione personale.
Al lavoro si dedica molto più tempo del dovuto, a esso si sacrificano i nostri momenti di relax e i nostri rapporti affettivi.
Per alcuni questa ossessione si trasforma in una vera e propria dipendenza che in ambito psicologico è stata definita: “workaholism”.
Una compulsione che annulla ogni altra fonte di gratificazione.
Una visione del lavoro assoluta che però non è solo una conseguenza del nostro innato narcisismo o della nostra atavica brama di primeggiare, ma che è stata nutrita anche dalle logiche capitalistiche e dall’imperante consumismo che caratterizzano sempre più la nostra moderna società.
Il lavoratore è stato oggettivato, è solo un pezzo anonimo del complesso ingranaggio produttivo.
La dignità umana e la sacralità dell’individuo sono state subordinate alla dittatura del lavoro.
E i lavoratori sono diventati i moderni schiavi del proprio ruolo lavorativo.
Il lavoro è diventato l’unico mezzo di riconoscimento sociale, ci definisce e ci soddisfa più di ogni altra cosa.
La pressione esercitata dai mass media, ha dato priorità e valore solamente alla produttività dell’individuo, relegando in un angolo da disprezzare, ogni forma di realizzazione personale che non rientra nelle regole prefissate.
Social, reti televisive propongono costantemente figure lavorative di successo come esempi unici di individui felici e soddisfatti di se stessi, li esaltano oltre ogni misura in modo da plasmare le nostre coscienze che restano imbrigliate nella vacua impalcatura sociale che ci è stata costruita attorno.
Al lavoro è stata riconosciuta un’oggettività assoluta che trascende la nostra stessa individualità ed è stato equiparato al nostro valore intrinseco.
Per questo sempre più individui cadono nella trappola e si trasformano in automi plasmati dall’ossessione per il proprio lavoro, a scapito del proprio tempo e dei propri affetti, altrimenti l’insoddisfazione lavorativa si tramuta in insoddisfazione personale che si riflette inevitabilmente nella sfera privata.
Nonostante questo subdolo imperativo che la società ci impone, in questi ultimi anni si assiste a un timido risveglio delle coscienze tra i più giovani. Si sta affermando, tra le nuove generazioni, la tendenza a rifiutare lavoro extra, consapevoli che questa ossessione di voler lavorare sempre di più non porta a una vera realizzazione di se stessi ma che, invece, priva del tempo prezioso per vivere in pienezza la propria vita e per valorizzare quello trascorso in famiglia.
Secondo indagini statistiche recenti, sono proprio i dipendenti under 25 a rifiutare incarichi aggiuntivi.
Non per mancanza di responsabilità lavorativa o per ignavia, così come spesso vengono ingiustamente accusati i giovani moderni, ma perché, rispetto alla generazione precedente, sembrano aver compreso che essere ossessionati dal proprio lavoro non offre alcuna gratificazione personale ma genera ansia, stress e turba il proprio benessere.
Forse noi, individui stressati dal nostro tanto amato-odiato lavoro, in perenne lotta con i nostri colleghi, agguerriti e bellicosi oltre ogni misura, dovremmo accettare, e fare nostra, questa scelta di maturità dei nostri figli per stare finalmente bene con noi stessi e con gli altri.