Le riforme istituzionali in Italia tra qualche approvazione e tanti fallimenti

La storia repubblicana italiana è sempre stata costellata di tentativi di riforma costituzionale, che in alcuni casi sono riusciti, mentre in tanti altri sono molti falliti. Ciò dimostra un percorso tormentato del sistema politico italiano di aggregare un consenso largo su modifiche fondamentali all’assetto della Costituzione disegnato nel 1948.
La prima significativa modifica costituzionale che invece arrivò a conclusione avvenne nel 2001 con la riforma del Titolo V della Costituzione, che cambiò i rapporti tra Stato, Regioni ed enti locali. Tale riforma fu approvata dal centrosinistra confermata dal referendum e il nuovo assetto allargò le competenze regionali secondo il principio di sussidiarietà, creando però numerosi conflitti di attribuzione che chiamato in causa continuamente la Corte Costituzionale nei decenni successivi.
Nel 2012 fu approvata la riforma costituzionale che introdusse il pareggio di bilancio in Costituzione e tale modifica ha limitato la sovranità finanziaria dello Stato per assecondare i vincoli europei.
Un’altra riforma andata in porto è stata quella del 2020 che ha ridotto il numero dei parlamentari che ha portato i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. Il referendum confermativo è stato votato favorevolmente con quasi il 70% dei voti ridicendo i costi della politica mentre ha sollevato perplessità sull’indebolimento della rappresentatività democratica.
Bisogna ricordare il fallimento nel 2006 della modifica costituzionale di ampio respiro che rafforzava i poteri del Primo Ministro, introduceva il federalismo e ridimensionava il Senato. Il referendum confermativo fu respinto con il 61% dei voti contrari, nella campagna che venne dominata dallo slogan “No alla Devoluzione”.
Appare ancora più clamoroso il fallimento del 2016 della riforma Renzi-Boschi che prevedeva il superamento del bicameralismo paritario, trasformando il Senato in una camera delle autonomie territoriali senza fiducia al governo, e nel contempo redistribuiva le competenze tra Stato e Regioni. Il No vinse con quasi il 60% dei voti, provocando le dimissioni del premier.
Altri tentativi abortiti vi sono nella storia del dopoguerra e sicuramente bisogna ricordare i progetti di riforma mai giunti a compimento come quello degli ’80 proposti dalla Commissione Bozzi che non furono mai tradotte in legge. E poi negli Novanta, dopo Tangentopoli, ci furono tentativi di passare a un sistema presidenziale o semi-presidenziale, che fallirono per mancanza di consenso.
Vi fu anche l’istituzione della Commissione D’Alema (1997-1998) e la Commissione bicamerale per le riforme costituzionali che tentarono una riforma complessiva che includeva forma di governo, forma di Stato e sistema delle garanzie, però il progetto venne affondato per le divisioni interne alla maggioranza.
L’Italia però ha conosciuto una sequenza vorticosa di leggi elettorali che in primis hanno modificato il sistema proporzionale puro che nel 1993 con il Mattarellum (misto maggioritario-proporzionale), per poi essere seguito dal Porcellum nel 2005 (dichiarato parzialmente incostituzionale), e ancora dall’Italicum del 2015 (anch’esso dichiarato parzialmente incostituzionale), per arrivare infine all’attuale Rosatellum del 2017, un sistema misto che continua a non soddisfare nessuno.
Bisogna dire che questo continue modifiche mostrano l’incapacità delle forze politiche di concordare regole condivise e il continuo tentativo di ogni maggioranza di disegnare una legge elettorale su misura per i propri interessi.
Le cause di questi fallimenti sono da ricercare in un sistema politico frammentato e polarizzato e anche nella rigidità della Costituzione del 1948 che richiede maggioranze qualificate. E ancora nella conclamata tendenza a sovraccaricare ogni riforma di eccessivi e eterogenei contenuti in cui infine il referendum si trasforma in un’arma di lotta politica piuttosto che come momento di scelta costituzionale.
Ogni tentativo di riforma ha riaperto questi dilemmi senza mai risolverli definitivamente, lasciando l’Italia con un assetto istituzionale largamente immutato rispetto al 1948, pur in un contesto politico, sociale ed economico radicalmente trasformato.