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Gli studi sulla Sindone

La Sindone     misura   m 4, 41x 1,13, ed  è detta così dal greco  σινδών ,  che significa telo di lino;  è  nominata anche   nel tempo Mandylion o tetradyplon ; fu oggetto di culto già dal I° secolo.  I pellegrini ponevano tele  a contatto con la  sindone  o con la pietra del sepolcro di Gesù.  San Gerolamo  però è il primo che ne parla, rifacendosi al Vangelo perduto degli ebrei.

Iaodad Merv , nell’850  circa ,  riporta una tradizione secondo la quale  Simone, ogni qual volta procedeva ad un’ ordinazione, si poneva sul capo la Sindone cosa che    successivamente  e analogamente fecero i vescovi della  chiesa, collocando i loro turbanti arrotolati sul capo.

Dai  volumi di piombo, apparsi recentemente in Giordania, e  datati  al I sec. dai test dell’Università di Oxford , appare l’immagine di Cristo come è conosciuta dalla  Sindone; questi volumi potrebbero costituire il Vangelo perduto degli ebrei.

La Sindone giunse nel I secolo ad Edessa , dove regnava  Agbar V Ukkama     che secondo i racconti fu in contatto epistolare con Gesù  .   Eusebio, nella sua Storia della Chiesa ,  attesta  di avere   visto gli originali  di tali Lettere negli archivi reali di quella città. Agbar  VIII , che regnò dal  177 al 212, fu il primo re a portare la croce sulla corona , come è dimostrato dalla sua effigie su alcune monete.   E’ stata di recente ritrovata una necropoli reale, risalente al I sec. , attribuita ai re Agbar,  che  forse potrà svelare  altri segreti.

Particolare incrocio polsi Pray, Sindone

A Dura Europos, abbandonata nel 256 ,  è stata   ritrovata una copia del  santo sepolcro  e un affresco dove compare il Cristo che mostra la conoscenza della raffigurazione sindonica .   A Edessa  la Sindone quindi era venerata  sin dal I sec., nota come Tetradiplon , che significa  quattro volte due volte, per indicare che il telo era piegato prima in due e poi ancora quattro volte come  dimostra la Sindone che è a Torino.   I cristiani di Edessa    la murarono sopra la porta della città,  per proteggere la reliquia o la città. Il sacro telo fu ritrovato intorno al 525, quando Giustiniano fece restaurare  le mura della città.  La Venerazione  portò alle realizzazioni di immagini su monete ( solidus di Giustiniano II) e  anche su argento, di cui la più pregiata    è quella di Emesa , attuale Homs. Si tratta   di un medaglione su un vaso del VII sec.  che riproduce l’immagine del Cristo come appare   nella   scansione 3d  eseguita dallo Studio Juma di   Torino ed in altre precedenti di cui una  fatta in USA . La Sindone ripiegata , diventa un   grande fazzoletto su cui appare solo il volto. Su questo fazzoletto  veniva   appoggiato, secondo i pellegrini del VI secolo,  un altro telo, ma  trasparente, su cui si vedeva un volto  in positivo del Cristo. Tutto questo fa supporre che gli antichi avessero anche una visione stereoscopica del santo volto, un primitivo ologramma.

Caduta la città nel 638 ,sotto il dominio musulmano,  la Sindone nota anche come Mandylion dall’arabo mandyl  ( telo)   veniva custodita dalla comunità greca  nella cattedrale mentre i monofisiti  e nestoriani disponevano di “copie naturali” del santo volto probabilmente corrispondenti  al Mandylion di San Bartolomeo degli Armeni a Genova  e a quello della cappella Matilde a Roma.

Nel 943 i bizantini  al comando di   Giovanni Kurkuas   assediarono Edessa e si fecero consegnare  non solo la Sindone ma anche le altre due immagini citate.    Il 15 agosto 944 , il tetradiplon, giunse a Costantinopoli  e la consegna del telo a Costantino VII è  ricordata in una miniatura del tempo con il bacio solenne alla reliquia da parte dell’imperatore.  Altre monete furono coniate sotto Costantino VII,  riportanti l’effigie dell’Uomo della Sindone.  Nel 1150 in occasione del matrimonio fra la figlia di Manuele  II Comneno  e il principe ereditario d’Ungheria Bela,    l’imperatore mostrò nella Chiesa della Vergine, al principe e alla  delegazione che lo accompagnava , il telo sindonico disteso, cosa che venne descritta nel famoso Codex Pray,  oggi a Budapest , e che è una  testimonianza  attendibile che quel telo mostrato fosse proprio la Sindone che oggi è a Torino.

Il 17  luglio 1204,  la  IV    crociata  si arresta a Costantinopoli apportando saccheggi e distruzione. Otto de la Roche,  che è uno dei capi, è acquartierato nella zona delle Blacherne  e probabilmente è lui che occulta la Sindone. Da quel momento  fino a quando non ricompare in Francia,   quasi 150  anni dopo, non si sa nulla ma  si suppone solo che fosse in possesso templare.   Il 18 marzo 1314 gli ultimi capi templari, arsi sul rogo  sono Giacomo de Molay e il maestro di Normandia, Goffredo di Charny e da quest’ultimo che si pensa che la sindone sia passata ad un suo possibile discendente  omonimo che fonderà una chiesa a Lirey. Goffredo de Charny donerà alla  chiesa  di Lirey la Sindone.  Al piccolo centro affluirà, per questo,  una folla di pellegrini . Il figlio di Goffredo però,  ritornato in possesso del telo non lo riconsegnerà alla chiesa di Lirey. Il telo quindi passa in eredità alla figlia , Margherita di Charny che lo donerà  , il 22 marzo 1453, ai duchi di Savoia. La Sindone è un telo di lino, tessuto a spina di pesce;  una manifattura già nota  nel I sec.  di origine mesopotamica  e ritrovata    anche  nelle tombe  faraoniche.  Sulla Sindone si legge tutta la passione di Cristo , il numero delle ferite inferte , la causa della sua morte ed anche  il gruppo sanguigno, corrispondente alle altre reliquie e miracoli  eucaristici. Le  monete sugli occhi dell’Uomo della Sindone , i  lepton  ,   del XVI  anno di comando di Tiberio, suggeriscono  gli anni del 29-30 dopo la nascita di Cristo . Il C14 non può nulla su una piccola porzione  di tessuto che ha impurità  e vicissitudini di 2000 anni.   Partendo dall’impressione dell’immagine sul telo , si ha subito l’idea  di  un  negativo fotografico  e così consultai dei manuali di chimica fotografica e mi rivolsi ad un   esperto in sensibilizzazioni di lastre fotografiche  all’  infrarosso . Chiesi   conferma se era possibile  che   un corpo umano,  esposto per ore al sole ,  raffreddandosi rapidamente      su un telo, preparato ad accoglierlo nel buio di un ambiente,    potesse creare per contatto   una immagine      per emanazione dell’ irradiazione infrarossa. Della preparazione   del telo abbiamo una succinta descrizione in  Giovanni  19, 38-40: “ Dopo questo , Giuseppe d’Arimatea  che era discepolo di Gesù, ma segreto per paura dei giudei, chiese a Pilato di togliere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse . Venne dunque e tolse il suo corpo. Venne anche Nicodemo , il quale già prima era andato da lui di notte, portando una mistura di mirra e aloe di circa 100 libbre ( 25 /30 litri di profumo).  Presero dunque il corpo di Gesù e lo avvolsero con  bende assieme agli aromi, secondo l’usanza di seppellire dei guidei.”   Dall’esame dei fiori e dei pollini locali trovati sul lenzuolo ( Baima Bollone),   la sepoltura sembrerebbe avvenuta a fine Maggio . I fiori , essendo carichi    di  antocianine sono un elemento importante nello studio della Sindone. Le antocianine  sono solubili e sciogliendosi   nel profumo con  cui era stato  cosparso il telo nel sepolcro , lo avevano sensibilizzato all’infrarosso  nel buio della tomba, oltrettutto  il corpo deposto era bagnato di sudore, sangue e   acqua  e ciò facilitava l‘impregnazione del telo da parte delle antocianine. Il rapido raffreddamento del corpo  nel buio e nella frescura della  grotta è condizione ottimale per il rilascio delle radiazioni infrarosse che come tali possono essere  lette anche tridimensionalmente.

Le condizioni   quindi permettevano di ottenere una primitiva  immagine    all’infrarosso, fissata poi dal Natron ( carbonato di sodio) di cui sono state trovate   tracce sul lenzuolo.   Un esame di questo genere fino ad ora non è stato mai fatto ma permetterebbe di appurare la natura dell’Immagine che è  testimonianza ineluttabile  del martirio del Nazzareno.

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Giornalista pubblicista , documentarista ,esperto d’araldica , storia e arte. Accademico d’onore dell’Accademia Universitaria Internazionale fondata da S.A.I.R Il principe don Hugo José Thomasi Tomassini Paternò Leopardi di Costantinopoli.

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