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Nazionalismo senza muri: una lezione europea dal romanzo di Colette Baudoche

Non è l’Unione europea a essere in discussione, ma il modo in cui parliamo di identità.

Nel dibattito pubblico contemporaneo, il nazionalismo viene spesso ridotto a sinonimo di sovranismo, chiusura e rifiuto dell’Europa. Questa sovrapposizione, tuttavia, non regge alla prova della storia. Esistono forme di appartenenza nazionale che non nascono dall’esclusione né dall’ostilità verso l’integrazione europea, ma dalla memoria, dal radicamento culturale e dalla continuità simbolica. Rileggere oggi Colette Baudoche di Maurice Barrès significa tornare a un’idea di nazione senza muri — e, insieme, interrogare una delle grandi rimozioni della cultura europea: quella del ruolo femminile nella costruzione dell’identità collettiva.

Pubblicato nel 1909, Colette Baudoche. Storia di una giovinetta di Metz non è un manifesto politico, ma un romanzo profondamente politico. Barrès vi mette in scena una forma di nazionalismo “organico”, fondato non sulla razza o sulla biologia, bensì su un legame affettivo con la terra, con i morti, con la memoria condivisa. Al centro di questa costruzione non c’è un eroe maschile, ma una giovane donna. Invisibile. E proprio per questo decisiva.

Metz: la nazione come esperienza vissuta

Il romanzo è ambientato nella Lorena occupata dall’Impero tedesco dopo il 1871. Metz è una città militarizzata, disciplinata, sottoposta a una lenta politica di assimilazione. Ma Barrès non la descrive come un semplice spazio amministrativo. Metz è una “città dell’anima”: un luogo in cui l’identità non coincide con lo Stato, ma con la continuità delle pratiche, dei paesaggi, dei nomi.

I villaggi della Mosella, le abitudini agricole, il ritmo delle stagioni compongono un tessuto culturale che resiste senza bisogno di proclami. La nazione, in questa prospettiva, non è un’ideologia aggressiva, ma un habitus morale. Un modo di stare al mondo. È questa concezione “non urlata” dell’identità nazionale che rende il romanzo sorprendentemente attuale nel contesto europeo di oggi.

L’amore come metafora dell’appartenenza

La trama sentimentale è semplice e carica di valore simbolico. Colette si innamora di un professore prussiano. L’uomo non è un nemico: è colto, rispettoso, umano. Barrès evita deliberatamente ogni caricatura. Proprio per questo il rifiuto finale della protagonista non può essere letto come un gesto di odio, ma come una scelta identitaria.

Colette rinuncia all’amore non per fanatismo, ma per fedeltà. Alla terra, alla memoria, ai morti. In questa rinuncia si condensa l’idea barresiana di appartenenza: scegliere significa assumersi una responsabilità verso ciò che ci precede. I sentimenti, nel romanzo, non sono mai puramente privati. Sono il luogo in cui si decide il rapporto tra individuo e comunità.

L’eroina invisibile e la rimozione femminile

È qui che Colette Baudoche diventa una chiave fondamentale per il dibattito contemporaneo sulla parità di genere. Colette non è marginale perché irrilevante, ma perché collocata in una zona che la narrazione politica tende a espellere. Non combatte, non governa, non parla nello spazio pubblico. Custodisce.

 

Il romanzo mostra con chiarezza che l’asimmetria di genere non nasce dall’assenza delle donne dalla storia europea, ma dalla loro rimozione simbolica. Colette garantisce la continuità dell’identità collettiva senza poterla rappresentare; sostiene la nazione senza poterla nominare. La sua invisibilità non è un difetto del racconto, ma uno dei suoi presupposti.

Questa dinamica attraversa gran parte della cultura europea: le donne non sono fuori dalla storia, ma collocate nel punto in cui la storia si regge senza riconoscimento. Colette è un’eroina invisibile perché svolge una funzione strutturale, non accessoria.

Un nazionalismo prima dei sovranismi

È essenziale collocare il romanzo nel suo tempo. Colette Baudoche precede la Grande Guerra e le derive totalitarie del Novecento. Il nazionalismo che vi prende forma non è biologico, non è razzista, non è bellicista. È un nazionalismo della memoria e della perdita, nato dall’esperienza di una patria occupata.

In questo senso, il romanzo offre una lezione preziosa anche per il presente europeo. L’Unione europea non può reggersi sull’astrazione né sulla cancellazione delle identità nazionali. Al contrario, trova proprio in esse il suo cemento ideologico, a condizione che non vengano trasformate in strumenti di esclusione. Un’Europa senza nazioni è fragile; un’Europa contro le nazioni è destinata alla reazione sovranista. Un’Europa che riconosce le identità come patrimoni culturali condivisi è, invece, politicamente solida.

Perché Colette parla ancora a noi

Colette Baudoche ci ricorda che le comunità non sopravvivono solo grazie alle istituzioni o ai trattati, ma grazie a legami, memorie e scelte quotidiane. E ci ricorda anche che molte donne della cultura europea non sono state assenti, ma rese invisibili: non escluse dalla storia, bensì confinate nel punto in cui la storia si regge senza poterle riconoscere.

Rileggere oggi questo romanzo significa allora fare due operazioni insieme: distinguere tra nazionalismo culturale e sovranismo aggressivo, e restituire visibilità a quelle figure femminili che hanno reso possibile l’Europa prima ancora che essa trovasse una forma politica.

Non per mettere in discussione l’Unione europea, ma per darle radici.

 

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Cettina Laudani è docente di Storia del pensiero politico presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Catania. Negli ultimi anni ha partecipato al programma di ricerca nazionale su: “Associazionismo e Democrazia” presso il Dipartimento di Storia della facoltà di lettere dell’Università di Padova e ai Programmi di Ricerca Scientifica di Rilevante interesse Nazionale su "Potere e opinione nel pensiero politico moderno" presso l’università di Firenze e su "Libertà e potere: vicende di una dialettica nel pensiero politico moderno e contemporaneo" all’Un. Di Parma. Gli studi più recenti sono rivolti alla storia del costituzionalismo siciliano e alla storia dell’associazionismo in Sicilia in relazione alla nascita della Massoneria e al ruolo assunto da quest’ultima nella seconda metà del Settecento. In relazione a ciò ha pubblicato 29 saggi e articoli apparsi in riviste e volumi collettanei per i tipi di Giuffrè, Milano 2008, Franco Angeli, Torino 2018 e Laterza, Bari-Roma 2018. Per la casa ed. Bonanno, ha pubblicato tre monografie; L’Appello dei Siciliani alla nazione inglese. Costituzione e costituzionalismo in Sicilia (2011); Dalla Libera Muratoria alle associazioni di Mutuo Soccorso. Democrazia e rappresentanza politica nella Sicilia postunitaria (2012); Illuminismo e Massoneria nel pensiero politico di Tommaso Natale (2018). Il saggio su Donne, Istruzione e lavoro nella Sicilia tra Otto e Novecento, Bonanno 2020, è stato recensito sulla pagina culturale di “Repubblica”. Nel 2022, insieme al gruppo di ricerca di Napoli, ha ottenuto un finanziamento pubblico per un Progetto di Ricerca d’Interesse Nazionale dal titolo: Democrazia e segretezza. Per una genealogia della trasparenza democratica. Dal 2021 è anche socia dell’Accademia degli Zelanti di Acireale. Attualmente lavora ad una ricerca nazionale sull’Eco-Femminismo tra Otto e Novecento ed è in via di pubblicazione una monografia su: Il Diritto di punire. La legislazione penale in Sicilia tra Sette e Ottocento

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