L’onore cavalleresco dei Pupi siciliani dimenticato dai “Pupi” di oggi

Nella nostra società, fatta solo di dati tecnologi e di immagini multimediali, ricordare che qui, in Sicilia, in un tempo non troppo lontano, l’Opera dei Pupi era un insegnamento prezioso per tutti, potrebbe sembrare solo uno sbiadito tentativo di riesumare un’antica usanza senza alcuna importanza.
Invece, significherebbe ritornare indietro, in un tempo prezioso del nostro passato, intriso di memoria collettiva e di valori dimenticati: teatrini traballanti e piazze gremite di gente in attesa, in cui il vocio incessante, fatto di urla e risate fragorose, si mescolava, fondendosi in un unico frastuono, con il rumore metallico delle armature di valorosi eroi “marionette” che combattevano in nome del bene nella loro eterna lotta contro il male.
L’Opera dei Pupi, non è un vecchio cimelio della nostra tradizione popolare, ma un tratto distintivo di essa.
Attraverso le imprese narrate, racconta anche la nostra storia.
L’Opera dei Pupi affonda le sue origini nella Spagna del 500, successivamente si è diffusa nell’Italia meridionale, prima a Napoli e poi qui in Sicilia tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800.
Il suo fascino, rimasto immutato per decenni, era creato dalle innumerevoli e appassionanti storie raccontate dai Cantastorie, artisti girovaghi che narravano temi epici avvalendosi di musica e canto, e dai Cuntastorie (dal dialetto, U Cuntu: racconto), che invece narravano usando solamente le diverse intonazioni della voce e aiutandosi con la postura del corpo.
Questo particolare teatrino era animato da singolari marionette che, sin da subito, il popolo chiamò in dialetto: Pupi, dalla parola latina Pupus, bambino, poiché erano alti più o meno, quanto un bambino piccolo.
Lo storico Giuseppe Pitrè racconta che lo spettacolo dei Pupi era un avvenimento molto atteso per il popolo siciliano.
Accorreva nelle piazze dove venivano allestiti dei piccoli teatri, e i Pupari, rappresentavano le storie prolungandole per più serate per accrescerne l’attesa. Esse venivano preannunciate da un Cartello, posto dinanzi alla porta del teatrino, che nella nostra tradizione catanese rappresentava la scena principale in primo piano.
La storia tramanda che l’iniziatore a Catania sia stato Don Gaetano Crimi il quale aprì il suo primo teatro nel 1835.
I singoli protagonisti, Rinaldo, Orlando, Ruggero, Ferraù, Carlo Magno e i suoi paladini, con le loro armature riccamente decorate e con i loro combattimenti, vivevano delle avventurose storie tratte dalla letteratura epico-cavalleresca di origine medievale, il ciclo carolingio, oppure da opere come l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto e la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso.
Ma anche vicende religiose legate alla Passione di Cristo e alla vita dei Santi o storie di vita reale come le imprese di Garibaldi e le storie dei briganti.
Questi Pupi non erano tutti uguali nelle loro dimensioni: i Pupi catanesi erano più grandi e più pesanti, invece quelli palermitani erano più piccoli e più agili nei movimenti.
Ma quando si muovevano spavaldi nelle loro battaglie, al popolo non importava se fossero più alti o più bassi, ne restavano affascinati e si immedesimavano nelle storie di dame e cavalieri, santi e angeli, amori e tradimenti, duelli e battaglie.
Ogni loro parola o gesto trasmetteva un messaggio profondo. I loro atti eroici erano espressione di valori morali eterni che si riflettevano negli stili di vita dei siciliani e al tempo stesso trasmettevano codici di comportamento tipici degli eroi cavallereschi come il senso dell’onore, la difesa del debole e del giusto e una particolare devozione per la fede.
Ognuno di questi personaggi, pur nelle loro differenze caratteriali, erano dei simboli perenni che esprimevano anche quell’anelito di libertà a cui il popolo siciliano non ha mai rinunciato.
Oggi, l’Opera dei Pupi conserva tutto il suo antico valore per la nostra cultura popolare, ed è stata riconosciuta dall’Unesco come Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’Umanità.
I Pupi evocano sentimenti che ci spronano a essere migliori, che ci ricordano che ognuno di noi ha il dovere di rispettare l’essere umano e di difendere gli ideali di giustizia e di libertà.
Una visione etica dell’esistenza che oggi, in un mondo dilaniato da guerre e crudeltà, sembra essere stata dimenticata.
In questo particolare momento storico, siamo stati risucchiati dentro a un teatrino che esalta la brutalità della violenza e che osanna “moderni Pupi” senza più alcun onore cavalleresco, ma sempre pronti alla prevaricazione e alla sopraffazione.