La Veronica nella storia e nell’arte

Andrien Parvilliers, gesuita e missionario francese nonché arabista (Amiens 1619 – Hesdin, 1678), divenne famoso per la sua opera devozionale” La Dévotion des prédestinés, ou les stations de Jérusalem, pour servir d’entretien sur la pasion de notre seigneur Jésus-Christ, crucifié” dove descrive ciò che avvenne lungo le stazioni della Via Crucis. Di quest’opera, di cui si hanno numerose edizioni francesi e che fu anche tradotta in diverse lingue dall’inglese al tedesco, all’olandese ,allo spagnolo, al bretone e al polacco, riporto come viene descritta da una versione in francese , l’incontro della Veronica con Gesù Cristo: “La Devota Veronica è nella sua casa, che è situata a qualche passo dalla Porta Giudiziaria, occupata a girare la sua ruota e a filare, allorquando sente il tumulto e il clamore di una moltitudine incalcolabile di popolo e di soldati che conducono il Salvatore al Calvario. Si alza velocemente, mette la testa al di fuori della porta, lancia lo sguardo in mezzo alla folla, e scorge il suo Redentore, colui il quale una volta ha operato un miracolo in suo favore…. A questa vista, trasportatasi fuori, prende il suo velo e si getta in mezzo alla strada attraverso gli ufficiali della giustizia e i soldati, schiva le ingiurie e i colpi che gli danno e arriva in presenza del Salvatore che ha il Volto tutto coperto di sangue e di sudore; si prostra ai suoi piedi. Ella l’adora e malgrado tutte le opposizioni che le fa, con il suo velo piegato in tre due volte, gli asciuga e gli pulisce quel divino Volto, oscurato sotto la nube dei peccati del mondo …” Il Signore volle donarle la sua immagine (portrait) su quel fazzoletto che era stato piegato in tre due volte. Il luogo dove avvenne il miracolo che è stato riconosciuto come VI stazione della via crucis, è ricordato dalla Chiesa di Santa Veronica gestita dalle Piccole Sorelle del Gesù, lungo la Via Dolorosa.
Questa immagine costituirebbe quindi uno dei cosiddetti Acheiropoietos , termine con cui si indica una pittura non fatta da mani umane, cioè di origine divina, e che viene utilizzato sia per la Sindone che per la Veronica o per l’immagine donata a Re Agbar ed altre ancora. Questi teli rappresentano l’archetipo a cui hanno fatto riferimento gli artisti dei secoli successivi fino all’età moderna, ed hanno contribuito in questo modo a mantenere una certa uniformità nella diffusione dell’immagine di Cristo.
Ma tali teli presentano delle sostanziali differenze.
La Veronica in primo luogo, a differenza degli altri teli, è su una veletta trasparente e non su un telo bianco. Nella Regula Sancti Spiritus del 1350 circa, opera illustrata in maniera raffinata, si vede la Veronica nella sua cornice , sorretta da Innocenzo III. Questa è la più antica raffigurazione a noi nota ed è molto somigliante al Santo Volto di Manoppello, ritenuto dallo storico gesuita Heinrich Pfeiffer la Veronica andata perduta a Roma, durante il sacco dei lanzichenecchi, il 6 maggio del 1527. A Roma, nel tesoro di San Pietro si conserva la sua cornice vuota, dono dei veneziani Niccolò Valentini , Ser Bandino e Franceschino per l’anno santo del 1350; le
sue lastre in cristallo di rocca, che permettevano la visione da entrambi i lati come una diapositiva, sono rotte, forse traccia di un’effrazione risalente al tempo in cui la reliquia scomparve. Il telo di Manoppello, ritagliato nella parte bassa perchè era strappata e sfilacciata, è esposto in un reliquario chiuso fra due vetri che permettono di vedere il volto in trasparenza, similmente al reliquiario romano, e fu realizzato quando il Santo Volto venne donato ai Cappuccini di Manoppello nel 1638. La veletta della Veronica nel suo motivo di trasparenza appare nell’omonima tela del Maestro di Flémalle, Robert Champin, datata al 1420 ma il volto del Salvatore è molto allungato ed ha la bocca chiusa mentre il modello illustrato nella Regula Sancti Spiritus del 1350 è più tondo e ricorda piuttosto l’Uronica di San Giovanni in Laterano.
Il Maestro di Flémalle quindi unifica elementi iconografici di diversa provenienza e sintetizza la conoscenza del Volto di Manoppello con quello del mandylion di San Bartolomeo degli Armeni a Genova o della Cappella Matilde in Vaticano ( Mandylion dall’arabo, telo, fazzoletto).
Secondo la tradizione la Madonna volle che Luca dipingesse il Volto di Gesù e Luca lo riprodusse tre volte; i mandylion di San Bartolomeo degli Armeni e della Cappella Matilde potrebbero essere due dei tre mandylion che erano noti ad Edessa ( L’attuale Sanliurfa nell’Est della Turchia). Gentile da Fabriano nel tondo sopra l’adorazione dei Magi fa un riferimento abbastanza preciso alla Veronica raffigurata nella Regula Sancti Spiritus mentre Ridolfo Ghirlandaio nelle sua Salita al Calvario
del 1505, oggi alla National Gallery di Londra fa vedere chiaramente che l’immagine è su un velo trasparente. Il Risorto del 1350 dell’altare di Vyssi Brod a Praga, riprende il motivo della barba “ritagliata” del Santo Volto di Manoppello di cui sembra voler suggerire la lettura. La più realistica somiglianza la restituisce Antonello da Messina ,“ il pittore non umano” come fu definito dal figlio Jacobello, col Salvator Mundi della National Gallery di Londra. E’ la prima opera datata( 1465) e firmata dall’artista, un olio su una piccola tavola di 38,7×29,8 cm, quindi di dimensioni molto simili alla cornice- reliquiario in cristallo di rocca che custodiva la Veronica. Questo dato fa supporre all’autore di questo articolo che Antonello abbia visto la reliquia a Roma, probabilmente proprio in quel periodo dove mutò la sua tecnica da tempera ad olio, a contatto di quei fiamminghi che avevano rivoluzionato il mondo della pittura e che affollavano la Capitale della cristianità. Non dimentichiamo che il Vasari riporta che Antonello “era stato a Roma molti anni a disegnare nella sua fanciullezza” e quindi “ Il pittore non umano” comunque non era estraneo all’ambiente artistico della città dei Papi. Antonello mostra anche la conoscenza di un’altra reliquia romana, di cui si conserva una riproduzione nella Chiesa del Gesù, che però mostra gli occhi del Cristo chiusi con lacrime di sangue su una guancia.
La reliquia cui si richiama quest’ultima riproduzione probabilmente è quella custodita in San Pietro ed è conosciuta come “ la Veronica” , esposta la Quinta Domenica di Quaresima dalla loggia del pilone. I suoi tratti sono poco visibili suggerendo che possa fare riferimento a questa reliquia la tela dello Zurbaran conservata al Museo Nazionale di scultura di Valladolid, che la ripropone nella sua essenzialità del solo contorno conservando nel telo il pathos del sacrificio.
Il Pontormo nella Cappella dei Papi ci mostra la Veronica su un telo bianco non trasparente dove la figura appare dai contorni non molto marcati e con gli occhi chiusi; accettando la tesi che la vera Veronica sia su un telo trasparente, questo invece si presenta su un grande fazzoletto bianco, appunto il mandylion che secondo il costume ebraico era posto sul volto del defunto. Quindi potrebbero essere da inquadrare in questo ambito anche le poche copie seicentesche della “Veronica”, della Chiesa di San Marco a Madrid, copia dell’originale romano, o anche quella della Chiesa del Gesù a Roma o della Chiesa di San Gerolamo a Bologna, così come altre due pregevoli che si trovano in Sicilia, una a Chiusa Sclafani ed altra a Venetico.
In particolare quest’ultima è di gran lunga più vicina alla copia romana, forse anch’essa opera dello Strozzi come quella di Madrid , è dipinta su rame ed è raffigurante un fazzoletto bianco dove si staglia Il Santo Volto con gli occhi chiusi e su una guancia scorrono lacrime di sangue. Il particolare degli occhi chiusi e delle lacrime, nell’arte è ripreso in particolare nelle raffigurazioni della deposizione del Cristo morto quindi riferito a quel momento o anche in quelle del Cristo sofferente, ed in questo caso forse più probabile (sempre secondo l’autore di questo articolo) si potrebbe riferire a quanto scritto da Luca : 44 “Ed essendo in agonia, egli pregava ancor più intensamente; e il suo sudore diventò come grosse gocce di sangue che cadevano in terra” .
In un rifacimento del VI sec. degli Acta Thaddaei, biografia apocrifa dell’apostolo, si tramanda che Gesù si lavò il volto e si asciugò in un telo lasciando la sua immagine . Il telo fu consegnato ad un messo del re Agbar perchè venisse recapitato al sovrano.
Re Agbar, aveva chiesto l’intervento di Gesù perchè aveva sentito delle sue guarigioni miracolose e grazie a quel fazzoletto fu guarito . Il riferimento quindi è ad un telo bianco, su cui appare l’immagine positiva del Santo Volto che ci guarda. La più antica raffigurazione di questa miracolosa immagine nell’arte la troviamo nel Monastero di Santa Caterina nel Sinai: una tavola ad encausto del X sec. che mostra il momento in cui Re Agbar riceve il mandylion , un telo bianco dove si legge chiaramente il Santo Volto senza segni di sofferenza. Sono molti gli artisti che mostrano il Santo Volto su un telo bianco non trasparente senza i segni della sofferenza consentendoci di ipotizzare che facciano riferimento a questo ipotetico telo.
Su telo bianco nota è la raffigurazione che ne fa il Maestro di Santa Veronica della prima metà del XV sec. nel dipinto custodito alla National Gallery, dove il Santo Volto però mostra, oltre alla barbetta a doppia a punta sul mento, anche un ciuffo al centro dei capelli divisi in due sulla fronte , facendo un chiaro riferimento ad un particolare presente nella Veronica di Manoppello ma non nella tavola ad encausto del VI sec. del Cristo Pantocratore di Santa Caterina del Sinai che ci
dona un identikit del Cristo. Nel Dittico di San Giovanni Battista e la Veronica di Hans Memling , custodito presso la National Gallery of Art di Washington, su un telo bianco compare il Santo Volto senza segni di sofferenza.
Jaume Ferrer dipinge il Velo della Veronica su un telo bianco in un’opera del 1445 ca, una pala d’altare conservata al Museu de Lleida in Spagna.
Anche la Veronica del Maestro della Leggenda di Sant’Orsola della fine del XV sec. inizio XVI sec è dipinta come fosse su un telo bianco, ma scompare in questa il particolare del ciuffo al centro fra i capelli divisi in due sulla fronte.
Anche nella “Salita al Calvario” di Hieronymus Bosch, al Museum voor Schone Kunsten di Gand, l’immagine del Cristo appare su un telo bianco.
Gli artisti spesso sintetizzavano le conoscenze che avevano del Santo Volto , cercando di renderlo sempre più fedele all’originale ma tutte le immagini sono legate da una somiglianza non certo casuale alla Sindone di Torino . Sugli esami che hanno portato alcuni ad affermare che questo sia un falso ci sarebbe molto da discutere ma la precisione e la concordanza di tutto ciò che ha restituito all’esame degli studiosi, dimostra a parere dello scrivente e non solo, che su quel lenzuolo è la prova del supplizio del Nazzareno.
A noi non resta che la contemplazione.