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Gli effetti della breccia di Porta Pia nella storia d’Italia

La breccia di Porta Pia rappresenta l’epilogo di un lungo processo storico che affonda le radici nella questione dell’unificazione italiana e nel cosiddetto “potere temporale” dei papi.

Anche se si era realizzato il Regno d’Italia nel 1861, Roma rimaneva ancora sotto il controllo dello Stato Pontificio, che godeva della protezione dell’esercito francese  di Napoleone III. Per i patrioti italiani, Roma era la “capitale naturale” della nazione, tuttavia la sua conquista era resa impossibile finché la Francia avesse garantito protezione al papa.

La situazione si modificò con cambiò la sconfitta francese a Sedan durante la guerra franco prussiana del 1870. Seguì a questa disfatta  la caduta di Napoleone III che costrinse la Francia a ritirare le proprie truppe da Roma. A quel punto per il governo italiano, guidato da Giovanni Lanza, quando regnava  Vittorio Emanuele II, si aprì la possibilità per porre fine alla questione romana.

Il papa Pio IX rifiutò ogni negoziato e ogni compromesso dando ordine di frapporre una resistenza simbolica per dimostrare che la conquista di Roma avveniva con la forza e non per consenso. In tal modo il  20 settembre 1870 ci fu un breve cannoneggiamento e i bersaglieri del generale Raffaele Cadorna aprirono una breccia nelle mura aureliane presso Porta Pia ed entrarono in Roma.

Si unificò definitivamente l’intero territorio nazionale e già nel 1871 la capitale fu trasferita da Firenze a Roma e nello stesso anno con la “Legge delle Guarentigie” si  tentò di regolare i rapporti tra Stato e Chiesa, garantendo al papa sovranità sul Vaticano e una rendita annuale, che però Pio IX rifiutò. Anzi il Papa si dichiarò “prigioniero” e proibì ai cattolici italiani di partecipare alla vita politica con il “non expedit”.

Avvenne quindi una profonda frattura tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica che durò  fino alla stipula dei Patti Lateranensi del 1929. Il conflitto che si venne a determinare condizionò pesantemente la vita politica italiana: i cattolici, pur rappresentando la maggioranza della popolazione, rimasero per decenni ai margini della vita parlamentare al punto da indebolire la legittimità democratica del nuovo stato liberale.

La presa di Roma rese ancora più accentuata la divisione tra l’Italia laica e liberale e quella cattolica e conservatrice. Da una parte molti intellettuali e borghesi celebrarono l’evento come il trionfo della modernità sulla tradizione, mentre gran parte della popolazione contadine e rurale, profondamente cattolica, visse l’evento  con intenso disagio. Questo dualismo segnò profondamente l’identità nazionale italiana.

Si crearono anche notevoli  tensioni diplomatiche con le potenze cattoliche europee e questi effetti isolarono parzialmente l’Italia sul piano internazionale.

La breccia di Porta Pia simboleggia ancora oggi il compimento del Risorgimento e l’affermazione dello stato laico in Italia. Tuttavia, rappresenta anche l’inizio di quella “questione cattolica” che avrebbe influenzato la politica italiana per oltre mezzo secolo, contribuendo alla debolezza del sistema liberale e, indirettamente, all’avvento del fascismo.

L’evento del 20 settembre 1870 rimane dunque un momento cruciale ma ambivalente della storia italiana: necessario per completare l’unità nazionale, ma fonte di divisioni che avrebbero lasciato cicatrici profonde nel tessuto sociale e politico del paese.

 

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Nato a Catania nel 1990. Attualmente ricopre il ruolo di capo di gabinetto dell'assessorato dei beni culturali e dell'identità siciliana. Militante politico e appassionato di giornalismo sin dalla prima giovinezza ha collaborato con il Settimanale I Vespri e con il Secolo d’Italia. Ha ricoperto ruoli di amministratore pubblico nella sua città d’origine, Mascali, come consigliere comunale e assessore. È dottore in Scienze della Difesa e della Sicurezza e in Scienze Politiche. Autore di un saggio su Kelsen e la politica contemporanea "Pensiero forte" edito da Bonfirraro Editore.
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