Mitch Albom: il mentore invisibile che ha illuminato il mio cammino di scrittore

C’è un momento nella vita di ognuno, un istante fugace come il bagliore di una stella cadente, in cui un libro non si limita a essere letto, ma si insinua nell’anima, riscrivendo il destino. Per me, quel momento arrivò una sera d’autunno del 2003, sotto le luci tremolanti di una lampada da tavolo nel mio appartamento napoletano. Avevo diciotto anni, una Laurea in Scienze Biologiche che mi teneva incollato a routine asettiche e un cuore affollato di sogni non detti. Presi in mano Le cinque persone che incontri in cielo, il romanzo di Mitch Albom, e da quel giorno, nulla fu più lo stesso. Albom non era solo uno scrittore: divenne il mio mentore invisibile, colui che per la prima volta mi fece balenare l’idea di poter io stesso creare mondi con le parole. Oggi, autore di I tre appuntamenti e Profumo di viole sfiorite, riconosco in ogni pagina che scrivo l’eco del suo stile – semplice, profondo, capace di scavare nelle fragilità umane come un bisturi gentile. Questo articolo non è solo un omaggio a un autore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo: è la storia di come Mitch Albom abbia cambiato me, e attraverso me, forse, un frammento del mondo.
Nato il 23 maggio 1958 a Passaic, nel New Jersey, Mitch Albom è un uomo dal curriculum eclettico, un mosaico di talenti che sembrano sfidare le categorie. Giornalista sportivo di fama, con colonne sindicate sul Detroit Free Press che hanno collezionato premi come trofei di una vita vissuta intensamente – tredici volte miglior columnist dall’Associated Press, un record che parla di passione per lo sport come metafora della condizione umana. Musicista che ha suonato il piano nei locali notturni per pagarsi gli studi alla Columbia University, compositore di canzoni indimenticabili come “Hit Somebody” con Warren Zevon, e filantropo instancabile. Ha fondato orfanotrofi in Haiti, riparato tetti per comunità religiose svantaggiate con la sua A Hole in the Roof Foundation, e trasformato il dolore personale – come la perdita della figlia adottiva Chika nel 2017 – in memoir toccanti come Finding Chika. Ma è nella narrativa che Albom brilla come una lanterna nella nebbia: i suoi libri, tradotti in 48 lingue e con oltre 42 milioni di copie vendute, non sono semplici storie. Sono specchi dell’anima, inviti a interrogarsi su ciò che conta davvero: l’amore, il rimpianto, la redenzione.
Per me, quel mentore arrivò quando ne avevo più bisogno. Ero un ragazzo cresciuto tra i vicoli polverosi della periferia Napoletana, con un quaderno di appunti pieni di frasi incomplete e un’ansia che mi divorava dall’interno. La vita sembrava un binario dritto, senza deviazioni per la creatività. Poi, Le cinque persone che incontri in cielo. Lo lessi in una notte insonne, le pagine che si sfogliavano da sole sotto le mie dita tremanti. Il protagonista, Eddie, un anziano manutentore di un luna park, muore salvando un bambino da un incidente e si risveglia in un aldilà fatto non di nuvole eteree, ma di incontri umani – cinque persone che ha incrociato nella vita, ognuna a rivelargli un pezzo del puzzle del suo esistere. Albom non descrive l’oltretomba con fuochi d’artificio teologici: lo rende intimo, quotidiano, un Ruby Tuesday dove le lezioni della vita si dispiegano come conversazioni tra vecchi amici.
La disamina di questo romanzo merita più di un paragrafo: è un capolavoro di introspezione che entra nella mente del lettore come un sussurro, mostrando l’animo umano in tutte le sue fragilità. Eddie, con le sue mani callose segnate da una guerra che gli ha rubato una gamba e un matrimonio che gli ha rubato la giovinezza, incarna il “piccolo uomo” che tutti portiamo dentro – quello che si accontenta, che rimpiange, che ama senza dirlo. Attraverso i cinque incontri – la Blue Man, un ex acrobata del parco ferito da un incidente causato da Eddie bambino; il Capitano, il suo comandante in guerra che gli insegna il valore del sacrificio; Ruby, la moglie del fondatore del parco che gli rivela le radici del suo dolore; Marguerite, la sua amata moglie morta prematuramente; e Tala, la bambina vietnamita spirata per colpa sua – Albom tesse una tela di redenzione. Ogni capitolo è un flashback emotivo, un’esplorazione delle catene invisibili che ci legano al passato: il senso di colpa per un errore infantile, il peso di un amore non vissuto pienamente, la bellezza fragile di un addio non detto.
Amo il modo in cui Albom ci fa piangere senza sentimentalismi: non ci sono eroi perfetti, solo umani imperfetti che inciampano nelle loro ombre. “La vita è una serie di lezioni che nessuno chiede di imparare”, scrive, e in quella frase c’è l’essenza del suo genio – un invito a vedere la bellezza nel dolore, a comprendere che ogni vita tocca infinite altre, come increspature in uno stagno. Oggi, ventidue anni dopo, Le cinque persone che incontri in cielo resta il mio romanzo preferito, un faro che illumina le mie notti di scrittore. Il suo stile – frasi brevi come pugni allo stomaco, dialoghi che sembrano confessioni sussurrate, e una narrazione non lineare che mimetizza il tempo come un’illusione – è diventato il mio. Nei miei libri, cerco di emularlo: entrare nella psiche dei personaggi, far emergere le loro crepe luminose, trasformare il personale in universale.
E qui, permettetemi un parallelismo che mi sta a cuore, tra l’opera di Albom e la mia Profumo di viole sfiorite, il mio secondo romanzo pubblicato nel 2025 da NonSoloParole Edizioni. Come Le cinque persone, il mio libro è un viaggio di redenzione attraverso le fragilità umane, un’esplorazione dell’aldilà non come luogo distante, ma come eco del qui e ora. Il protagonista, Ryan, è una ragazzo spezzato da un amore malato, sfociato in tragedia che lo lascia con un vuoto che odora di viole sfiorite, fiori delicati che simboleggiano la bellezza effimera della vita. Ryan, come Eddie, si trova a un bivio: soccombere nel suo dolore o ricongiungersi con i fantasmi del passato.
In Profumo di viole sfiorite, come in Le cinque persone, il dolore non è fine a se stesso: è un ponte verso la luce. Entrambi i romanzi gridano contro la violenza – Albom contro le guerre e i rimpianti che ci consumano, io contro il femminicidio e il suicidio che rubano futuri interi. Eddie impara che “nessuno va via davvero finché non è dimenticato”, e Ryan scopre che il profumo delle viole, anche sfiorite, persiste nell’aria, un invito a scegliere la vita nonostante le cicatrici. Albom mi ha insegnato a non spettacolarizzare il trauma, ma a usarlo come catalizzatore di speranza: nei miei capitoli, come nei suoi, i personaggi non guariscono magicamente, ma tessono fili di connessione umana che li salvano. È un parallelismo che mi commuove: da un manutentore di luna park americano a un ragazzo a pezzi segnato dal buio, la lezione è la stessa – l’animo umano, nella sua nudità, è il vero paradiso, e ogni ferita è un’opportunità per rinascere.
Mitch Albom non sa di essere il mio mentore – non ci siamo mai incontrati, se non attraverso le sue parole. Eppure, ha cambiato la mia traiettoria. Prima di lui, scribacchiavo poesie nascoste nei cassetti; dopo, ho osato. I tre appuntamenti, il mio esordio del 2024 con La Bussola, nacque da un amore non corrisposto, un manifesto contro la violenza di genere che echeggia le lezioni di sacrificio e perdono di Albom. E ora, con Profumo di viole sfiorite, continuo quel cammino: un grido gentile contro il buio, un inno alla resilienza per chi pensa di arrendersi. Albom mi ha insegnato che la scrittura non è vanità, ma atto di compassione – verso se stessi e gli altri. Ha trasformato un informatore farmaceutico in uno scrittore, un cuore spezzato in pagine che, spero, tocchino anime come le sue hanno toccato la mia.
In un mondo che corre troppo veloce, dove le fragilità vengono sepolte sotto strati di indifferenza, Mitch Albom ci ricorda di fermarci, di ascoltare i sussurri dell’aldilà nel vento della vita quotidiana. Grazie a lui, io scrivo non per fama, ma per connettere – per dire a chi legge che, come Eddie o Ryan, anche tu sei parte di una catena infinita di incontri, ognuno un’opportunità per redimerti. E se un giorno, in cielo o in terra, ci incontreremo, gli dirò: “Grazie, Mitch. Le tue cinque persone? Per me, sei tu la sesta”.