La preoccupazione per l’inquinamento e l’ambiente in Italo Calvino

Nel novembre del 1972, Italo Calvino pubblicò per Einaudi la prima edizione de Le Città invisibili, un’opera che venne pubblicata in America nel 1974, dove ottenne il premio Nebula. Cinquantacinque descrizioni cittadine distribuite in undici rubriche e nove capitoli; ogni capitolo è aperto e chiuso dai “corsivi”, ossia pagine che descrivono il rapporto tra Kublai Kan e Marco Polo, gli unici due personaggi dell’opera che dialogano tra loro a gesti e parole, trattando la veridicità dell’esistenza delle città che quest’ultimo avrebbe visitato.
Tra le città descritte da Marco Polo, Leonia è una tra quelle che offrono maggiori spunti di riflessione e che mostrano un Calvino visionario.
Essa è circondata per intero dal pattume, ed è allegoria potente della società moderna, in cui predominano la spinta all’oblio e un consumismo folle e inspiegabile: una città che ogni giorno si rinnova, gettando via tutto ciò che è vecchio, creando montagne di rifiuti ancora utilizzabili, simbolo della superficialità umana, dell’ossessione per il nuovo e dell’avversione per il passato. La città di Leonia sembra preannunciare una catastrofe non solo ecologica, ma anche e soprattutto sociale e morale, se non si cambia rotta, virando verso la salvaguardia dell’ambiente e dei reali bisogni interiori.
Leonia vive di un ciclo perpetuo di consumo e scarto, produzione e distruzione. L’opulenza si misura nella quantità di cose gettate, non in quelle possedute, mostrando la follia dello spreco di beni ancora funzionali.
È una società che butta il proprio passato: i cittadini lo abbandonano insieme agli oggetti senza nostalgia, senza affetti, e si inducono al bisogno del nuovo, intrappolandosi in un presente effimero, che brucia celermente.
Leonia è una “città continua”, i cui rifiuti sono pronti a sommergerla insieme alle città vicine, prefigurazione di un collasso ecologico dovuto alla gestione insostenibile dei rifiuti. Ma dove finiscono i rifiuti di Leonia? A nessuno pare interessare, e intorno alla città si è generato un vero e proprio altipiano composto esclusivamente dai rifiuti. È come se la città avesse creato la propria temibile anti-città. Potrebbe essere fatto un parallelo storico con l’origine del Monte Testaccio a Roma.
Il Monte Testaccio dal latino Mons Testaceus, cioè «monte [fatto] di cocci» ( lat: testae, ossia «tegole», «anfore» o appunto «cocci») è una collina artificiale alta circa trentasei metri, sorta tra le Mura aureliane e la sponda sinistra del Tevere.
Una vera discarica a cielo aperto già in età augustea, formata da cocci. Gli antichi Romani, pur essendo eccellenti riciclatori di materiali, non riutilizzavano le anfore non smaltate all’interno. Pertanto, dopo aver venduto i prodotti al mercato capitolino, queste venivano distrutte e ridotte in cocci, poi accatastati. Ma se i cocci di Testaccio erano innocui, le alte montagne di spazzatura che circondano Leonia potrebbero condurre ad un cataclisma.
Attorno a Leonia, altre simil Leonia, creano ugualmente montagne di immondizia. Qualora venissero a contatto tra loro, potrebbero innescare un crollo tale da cancellare Leonia e le consorelle dalla faccia della terra. Il surreale testo calviniano allude anche al fatto che la mancanza di morigeratezza nei consumi è il sintomo di anime malate. E se da un lato Leonia è sempre nuova, costantemente incapace di gettare uno sguardo su se stessa, poiché ogni giorno butta e dimentica, la sua periferia diviene, invece, memoria pulsante di tale incapacità di cumulare una propria identità.
Il mondo intero è una grande Leonia.
La superficialità toglie voce e potere all’autenticità: il racconto mette in guardia contro una vita basata solo sulle apparenze e sull’ ossessione per il “nuovo” (beni, pensieri, ricordi).
Con un’allegoria, Calvino dimostra che già cinquant’anni fa leggeva nella sfera di cristallo un grave pericolo per il pianeta terra. Ad esempio, in Sicilia, il problema dei rifiuti è di non facile soluzione, anzitutto perché manca una vera cultura ambientalistica, e poi a causa di infrastrutture impiantistiche carenti e di una gestione inefficiente che crea un paradosso tra alte percentuali di differenziata dichiarata e l’abbandono diffuso, con cumuli di spazzatura per strada e roghi. L’inquinamento, la mancanza di impianti di smaltimento moderni, il sovraccarico delle discariche, le discariche abusive e l’abbandono dei rifiuti in luoghi non idonei ( anche in aree archeologiche o in luoghi d’incanto) con uno smaltimento illegale generano emergenze sanitarie e innescano sporche logiche di potere.
Calvino utilizza una scrittura precisa che “plana dall’alto”, una prosa analitica ma poetica e il significato di Leonia risulta vivo, palpitante. Dipinge la società dei consumi contemporanea, che si rigenera ogni giorno gettando via tutto ciò che è stato usato per fare spazio al nuovo, accumulando rifiuti indistruttibili che rischiano di seppellirla.
Tuttavia nessuno si preoccupa o se ne cura, come già notava Pier Paolo Pasolini.
Calvino evidenzia il paradosso dell’opulenza basata sul colpevole consumo di oggetti e il pericolo di un’esistenza che ha smarrito radici e storia. Inoltre sembra additarci i problemi di biodegradabilità e per l’esistenza di materiali prodotti dagli uomini, refrattari a qualunque agente atmosferico. Leonia, intrappolata nel suo stesso passato scartato, è smaniosa di un rinnovamento perpetuo: ogni mattina, i cittadini si svegliano in lenzuola fresche, usano saponette nuove, estraggono cibi da frigoriferi nuovi, e gettano via tutto il “vecchio” (tubi di dentifricio, lampadine, giornali, elettrodomestici, ecc.). “ Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere il resto dell’esistenza di ieri è circondato da un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta portata via la roba nessuno vuole più averci da pensare”.
(da “Le città continue” (sezione 1) da Le città invisibili di I.Calvino)
Le discariche di Leonia si scontrano con quelle di altre città, formando bastioni infetti dove i detriti si mescolano.
In un contesto in cui le città si fanno sempre più simili tra loro, “Leonia” rappresenta un monito a non buttare via il passato e a riscoprire il valore delle nostre radici.
Si paventa il rischio di un’esistenza svuotata di significato, dove il passato, invece di essere integrato come maestro, viene respinto, e si trasforma in un peso opprimente, finché un cataclisma non provvederà a mondare uomini e città. Occorre riflettere bene sui pericoli dell’omologazione culturale e delle mode che generano una pseudo cultura di massa. Sta a noi costruire un futuro più semplice, più pulito, conservando il fuoco sacro della memoria.