Catania: la fuga dei cervelli in erba e il provincialismo di una città antica

Catania è una città antica, orgogliosa del proprio Ateneo — uno dei più antichi d’Italia — ma oggi sembra dimenticare di esserlo. I giovani, sempre più numerosi, scelgono di emigrare verso gli atenei del Nord convinti che là, e solo là, si possa costruire un futuro di successo. È un fenomeno che racconta molto più di una semplice mobilità studentesca: rivela un provincialismo profondo, una crisi culturale e civile che investe l’intera città.
Catania ha tutti i difetti di una grande metropoli e nessuno dei pregi di esserlo davvero. È caotica, disordinata, attraversata da disuguaglianze, eppure continua a vivere come se bastasse mandare i figli “fuori” per riscattarsi socialmente. La fuga di cervelli — o meglio, di cervelli in erba — è spesso incoraggiata proprio da quella media borghesia che, perdendo potere economico e simbolico, cerca nello status di “figlio che studia al Nord” una forma di riscatto, un titolo di nobiltà.
Così, molte famiglie si indebitano, si impoveriscono, sacrificano anni di lavoro per sostenere figli che, una volta laureati, restano a vivere lontano, spesso intrappolati in contratti precari e stipendi da sopravvivenza. E quando arrivano le difficoltà, la catena dei debiti continua: quelli dei genitori per mantenere i figli, e quelli dei figli per restare a galla.
In tutto questo, pochi si chiedono se valga davvero la pena. Perché i veri cervelli, spesso, li formiamo qui: nei nostri dipartimenti di Fisica, Lettere, Giurisprudenza, Ingegneria, Economia, Scienze Politiche. Giovani che forse impiegano più tempo a inserirsi nel mondo del lavoro, ma lo fanno entrando dalla porta principale, non da quella di servizio.
È anche vero, tuttavia, che negli ultimi anni il nostro Ateneo fatica a trattenere i propri giovani. Non perché manchino la qualità della ricerca o la competenza dei docenti, ma perché l’Università di Catania non è ancora riuscita a rendersi davvero attraente sul piano dell’offerta didattica. È legata a vecchi schemi, a una burocrazia lenta e autoreferenziale, che frena l’innovazione e scoraggia le nuove generazioni. Ma questa difficoltà non è una colpa isolata dell’Ateneo: è il riflesso di una città che fatica a rinnovarsi, a credere nelle proprie energie migliori.
L’Ateneo di Catania non è certo immune da colpe. Offre ancora troppi pochi servizi agli studenti, non investe abbastanza nella vita universitaria, e non riesce a comunicare — come dovrebbe — il valore della propria ricerca. Ma non è, come si tende a dire con superficiale ironia, “l’ultimo della classe”. Lo è semmai una città che, sul piano civile e culturale, resta indietro.
E qui va detto chiaramente: la responsabilità non è dell’Università, ma di una borghesia che ha smesso di credere nella propria città. Una borghesia che vive di provincialismo, di apparenze, che confonde il prestigio con il prezzo dei biglietti del treno per Milano o Bologna.
Finché Catania continuerà a vergognarsi di se stessa, i suoi giovani continueranno a fuggire. Non per trovare un futuro migliore, ma per cercare altrove la dignità che qui non sappiamo più riconoscere