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Le origini siciliane di Antonello Venditti

Ebbene sì, il mitico cantautore Antonello Venditti, romano D.O.C. e Romanista, nato a Roma l’8 marzo 1949, fedele nei secoli e sentimentalmente “avvinghiato” alla “magica” Roma, più volte celebrata nella sua carriera artistica, è, in verità, anche di origine siciliana nel ramo paterno.

Venditti, arcinoto per canzoni iconiche come “Roma Capoccia” e “Roma, Roma, Roma” (conosciuta come “Roma, non si discute si ama”), scritta a quattro mani con Sergio Bardotti e inno ufficiale per l’AS Roma; Venditti, l’autore della canzone celebrativa “Grazie Roma”, registrata nel 1983 e cantata regolarmente alla fine di ogni partita della squadra, l’artista che ha raccontato con genuina emozione gli aspetti più disparati della vita romana, con celebrazioni goliardiche o con commoventi dichiarazioni d’amore per la Città Eterna, era nipote di un nobile siciliano.

Il padre, Vincenzo Italo Venditti, molisano di Campolieto (CB), era un funzionario dello Stato che divenne viceprefetto di Roma; la madre, Wanda Sicardi, era una severa professoressa liceale di Latino e Greco.

In un’intervista del 2019, il nostro ha parlato dei nonni con orgoglio.

«Da piccolo ero infelice – ha spiegato Venditti -. Vivevo di cose non dette, di insicurezze, di soliloqui tra me e me. Wanda Sicardi, mia madre, era la più grande grecista del ‘900. Figlia di nonna Margherita, una donna di Olevano Romano che non aveva studiato e come mistero in una favola si era sposata con il principe palermitano Rivarola di Roccella, molto amico di Pirandello.

La nonna aveva cucinato per tutta la vita crescendo la figlia a lezioni di lingue e ricamo, come si faceva con le signorine per cui ogni sacrificio è lecito. Con mamma avevo un rapporto complicato».

Antonello Venditti ha più volte sottolineato il legame viscerale che sente con la città di Palermo. «Non perdo l’occasione per tornare da voi. Questa è la città di mio nonno e grazie alla musica l’ho vista e conosciuta nelle sue diverse fasi, anche in quelle più difficili come ad esempio subito dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, o durante il processo Andreotti. Non dimenticherò la sensazione che provai il 27 agosto del 1992, allo stadio La Favorita, in una Palermo ferita ma che decise di reagire».

Ma sveliamo meglio le radici siciliane del nostro Antonello. La nonna materna, Margherita, povera, senza istruzione, ma dignitosa, ebbe la buona ventura di sposare un principe palermitano, un Rivarola di Roccella. I Rivarola erano originari della Liguria.

La famiglia possedeva il castello di Rivarolo nella zona del parmense e vantava la concessione del titolo di nobile del Sacro Romano Impero, già nel 1496, grazie all’imperatore Massimiliano. I fratelli Agostino e Pietro Rivarola si trasferirono a Palermo nel 1560 e furono i progenitori della famiglia Rivarola in Sicilia.

I Rivarola diventarono principi di Roccella per un caso fortuito. Nei diplomi medievali, Castrum Roccellae era la fortezza che tutelava Cefalù. La “licentia populandi”, ossia il permesso di fondare una città o un villaggio, nel 1699 venne conferita da Carlo II, re di Spagna e Sicilia, a don Gaspare La Grutta, al prezzo di 200 onze.

Il nuovo centro abitato fu chiamato Roccella (corrispondente, oggi, al paese di Campofelice di Roccella, vicino Cefalù e vicino al sito archeologico di Himera). Don Gaspare era principe di nobiltà recente, non possedeva grandi feudi, e per costruire il centro abitato contrasse alcuni debiti.

Quando il 5 Settembre 1728 morì senza aver avuto figli, ne divenne successore il nipote Gaspare Rivarola. Costui ricevette l’ investitura il 10 Novembre 1728, diventando secondo principe di Roccella; sposò Rosalia Vanni e Zappino dei Marchesi di Roccabianca e fu governatore del Monte di Pietà di Palermo.

Nel 1750 il principe, insieme al principe di Marineo e a Isidoro del Castillo, parroco dell’Albergheria, fondò una casa per gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola e una casa di Educazione o Collegio di Maria, creata per “raddrizzare al buon sentiero le donne peccatrici”.

Nel 1763 il principe Francesco Rivarola di Roccella partecipò alla delegazione che, eseguendo un bando del Vicerè, costrinse i poveri a sgomberare le strade e a ricoverarsi nei locali dello Spasimo: il 23 dicembre, spontaneamente, vi si ritirarono 300 poveri. Venivano mantenuti dalla deputazione dell’albergo dei poveri con 4 grani a testa di pane e con due minestre ogni giorno. Secondo la testimonianza del Villabianca “posero mano a prendere tutti quei poveri che per strada incontravano ad elemosinare e “forzandoli a non andar vagabondi, li rinserrarono nell’albergo”. Molti furono i poveri che sottratti ai pericoli della strada e tutelati all’interno del palazzo, vennero sfamati e salvati con autentico spirito cristiano.

Poi la storia cambiò, e la nobile e “sacra” casa magnatizia si trasformò in una illustre casa di piacere.

Gaspare Rivarola VI Principe di Roccella, nato nel 1848, rimase celibe. Erede del casato divenne il fratello don Umberto che, maritatosi con Aurelia Benso e Benso dei duchi della Verdura, ebbe ben 6 figli.

Tra costoro figura anche il nonno di Antonello Venditti.

Palazzo Roccella oggi non appartiene più agli eredi, ma esiste ancora, al numero 137 di Via Vittorio Emanuele.

Dai primi anni del Novecento e fino al 1958 (anno in cui entrò in vigore la legge Merlin, che stabiliva, nel termine di sei mesi dall’entrata in vigore della stessa, la chiusura delle case di tolleranza e l’introduzione di una serie di reati intesi a contrastare l’esercizio e lo sfruttamento della prostituzione altrui) il bel palazzo cinquecentesco fu attivo come casa di prostituzione frequentata da tutta la “noblesse” di Palermo. Palazzo Roccella, gestito da Teresa Valido, ricco di salottini e di camere affrescate sapientemente e arredate con gusto, era conosciuto come luogo in cui, per la gioventù più “ruspante” e danarosa, si compiva il rito iniziatico del passaggio, ed era un vanto e un “obbligo” poter sbocciare alla vita adulta in un contesto elegante come quello.

Come scrive N. Aspesi, “per poter varcare quella soglia, bisognava vantare perlomeno due quarti di nobiltà. Come per diventare soci del circolo Bellini…”( Fonte Balarm).

Nei tempi moderni un nuovo giro di valzer e una nuova pagina di storia: ormai il bel palazzo è suddiviso in 17 miniappartamenti in cui abita la “bella gente” del luogo e soggiornano i turisti, ma in alcune stanze pare ancora di respirare i buoni sigari dei signori e di ascoltare i sospiri e le tante storie dei tanti che lo hanno abitato.

 

 

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Nata a Catania nel lontano 19..(il tempo è solo uno stato d’animo!), dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo di Catania. Si laurea in Lettere classiche con votazione di 110/110 “cum laude” e si immerge nel mondo del lavoro. Dopo aver vinto il Concorso a cattedra nel 2001 inizia ad insegnare presso i Licei. Partecipa a diversi convegni come corsista e come relatrice, cercando di tenersi costantemente aggiornata. Si occupa di temi e problemi della sfera umanistica, collaborando con diverse riviste. Appassionata di libri, ama dipingere, recarsi a teatro, ascoltare musica e suonare il pianoforte. Ama viaggiare, e la sua valigia è sempre pronta!

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