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Breve storia di Cesare Romiti, il manager che salvò la Fiat

Si po’ ben dire che Cesare Romiti è stato un manager di prima grandezza protagonista indiscutibile nel novecento della vita economica della più grande industria italiana.  Fu a lungo amministratore delegato di Fiat e poi presidente di RCS. Legò quasi indissolubilmente il suo nome all’azienda torinese e certamente uno dei più importanti manager italiani del secolo scorso. Romiti nacque a Roma nel 1923 e proveniva da una famiglia piccolo borghese. Fu, infatti, secondogenito di tre fratelli e di un impiegato delle Poste. Studiò ragioneria e poi economia, si laureò nel 1945 e svolse incarichi importanti in diverse banche e aziende, tra cui Alitalia, mentre divenne amministratore delegato di Fiat nel 1976, soprattutto, sostenuto dal patronage del banchiere Enrico Cuccia. Romiti giunse a Torino quando l’Italia visse la gravissima crisi petrolifera. Iniziò il suo impegno dirigenziale in Fiat come amministratore delegato, proprio a fianco di Umberto Agnelli e di Carlo De Benedetti, e, quest’ultimo, dopo appena cento giorni lasciò il suo incarico. Successivamente Romiti condusse e portò avanti due azioni aziendali che agevoleranno la rigenerazione della Fiat. In particolare nel 1976 favorì l’ingresso nel capitale del gruppo automobilistico della società finanziaria del governo libico, allora guidato dal dittatore Mu’ammar Gheddafi . Poi nel 1980, dopo che anche Umberto Agnelli lasciò gli incarichi operativi, Romiti divenne amministratore delegato unico del gruppo, e decise di risolvere la questione dei costi dell’azienda con un drammatico e massiccio licenziamento di almeno 14 mila dipendenti. Naturalmente vi fu uno scontro durissimo con il movimento sindacale e la produzione a Fiat Mirafiori rimase bloccata per oltre un mese. Il segretario del Pci Enrico Berlinguer assicurò il sostegno del suo partito nel caso che procedesse ad un’occupazione della fabbrica, e questa presa di posizione suscitò aspre polemiche proprio perché il più grande partito di sinistra scavalcando il sindacato tentò di mettersi alla testa di un’azione grave. Tuttavia avvenne esattamente il contrario e clamorosamente la possibile occupazione si risolse con la cosiddetta “marcia dei quarantamila“, la marcia degli impiegati Fiat contro gli scioperi, che sancì una netta frattura tra i “colletti bianchi” e le “ tute blu”. Il 14 ottobre di quell’anno, infatti, i quadri dell’azienda manifestarono per le strade di Torino e chiesero di tornare a lavoro protestando contro i picchetti sindacali e consentendo che una delle più dure vertenze del dopoguerra si chiudesse a favore della Fiat. Poi gli anni Ottanta furono quelli del successo, dell’espansione dell’azienda e l’azienda torinese acquistò l’Alfa Romeo e le Assicurazioni Toro. Ci fu una grande espansione del colosso Fiat e ci fu anche un’aumento degli investimenti, dell’entrate Fiat in Montedison, della riduzione dei dipendenti e della chiusura dello stabilimento del Lingotto. Negli anni Novanta, invece, scoppiò però la guerra del Golfo e la concorrenza sempre più forte di altre multinazionali ridussero le vendite di auto. Infatti, nel 1990, il marchio Fiat, scese in Italia sotto il 40 per cento del mercato e Gianni Agnelli fece un’affermazione celebre e nel contempo densa di realismo: “La festa è finita”. Enrico Cuccia di Mediobanca venne in soccorso della Fiat per sopperire alla crisi di liquidità e impose un aumento di capitale con l’impegno che la proprietà mantenesse Romiti nel suo incarico e in tal senso dovette superare l’ostilità della famiglia Agnelli nel riconfermare il manager come amministratore delegato. Tra il 1996 e sino al 1998 Romiti divenne presidente del gruppo al posto di Giovanni Agnelli e fu anche coinvolto nell’inchiesta Mani Pulite. Nel 2000 la Cassazione confermò la sua condanna per finanziamento illecito ai partiti, frode e falso in bilancio anche, se quest’ultima condanna, fu revocata tre anni dopo dalla Corte d’Appello di Torino. Finita la lunga esperienza in Fiat durata 24 anni, ebbe una ricca buonuscita da 101,50 milioni. Romiti fu tra le altre cose presidente della società finanziaria RCS Editori e poi, dal 2005 al 2006, presidente di Impregilo S.p.A., il principale gruppo italiano nel settore delle costruzioni e dell’ingegneria. Nel 2003 costituì la Fondazione Italia-Cina, della quale fu poi presidente onorario. Fino al luglio 2013 fu anche presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma. Naturalmente una grande mente che difese strenuamente le ragioni della Fiat alla quale dedicò la sua vita sempre fedele interessi della proprietà non tenendo in giusta considerazione, alle volte, le posizioni dei lavoratori. Ebbe scontri sempre duri con il mondo del lavoro proprio perché comprese che per salvare il colosso bisognava operare tagli occupazionali nell’azienda.

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Nato a Catania nel 1990. Attualmente ricopre il ruolo di capo di gabinetto dell'assessorato dei beni culturali e dell'identità siciliana. Militante politico e appassionato di giornalismo sin dalla prima giovinezza ha collaborato con il Settimanale I Vespri e con il Secolo d’Italia. Ha ricoperto ruoli di amministratore pubblico nella sua città d’origine, Mascali, come consigliere comunale e assessore. È dottore in Scienze della Difesa e della Sicurezza e in Scienze Politiche. Autore di un saggio su Kelsen e la politica contemporanea "Pensiero forte" edito da Bonfirraro Editore.
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