Catania Capitale della Cultura 2028? Una candidatura tra sogni e contraddizioni

La candidatura di Catania a Capitale italiana della Cultura 2028 è stata accolta con entusiasmo dalle istituzioni locali e salutata come un’occasione di rilancio. Ma dietro gli slogan e le dichiarazioni ufficiali si nasconde una domanda più radicale: può una città senza senso civico, in cui le istituzioni culturali vivono separate dal tessuto urbano, davvero aspirare a questo titolo?Negli ultimi decenni, Catania ha progressivamente smarrito quella vocazione che la rendeva una città universitaria. L’ateneo più antico della Sicilia, invece di essere laboratorio di idee e motore di partecipazione, si è rinchiuso in una dimensione autoreferenziale, senza dialogo con la città e i suoi cittadini. Le aule universitarie non sono più il cuore di una comunità intellettuale diffusa, ma spazi isolati, incapaci di generare quel fermento civile che un tempo animava il dibattito pubblico.
A questa frattura con la tradizione si aggiunge la responsabilità di un’amministrazione comunale che non ha fatto nulla per migliorare i servizi essenziali. Catania resta una città profondamente sporca, dove le regole di convivenza e di rispetto per la libertà altrui sono spesso ignorate. Si rifanno piazze e giardini pubblici per poi abbandonarli al degrado, senza manutenzione né cura. Nel frattempo, il centro storico è stato trasformato in un grande pub a cielo aperto: licenze concesse senza visione, locali ammassati, strade invase da ragazzini che si ubriacano e scorrazzano con gli scooter tra la folla, in un contesto privo di servizi adeguati e di sicurezza.
Questa politica non educa al rispetto, ma alimenta il disordine e l’inciviltà. L’amministrazione si conferma più attenta al clientelismo che al bene comune, incapace di promuovere un’autentica cittadinanza culturale. E la conferenza stampa di presentazione del dossier lo dimostra: tra i protagonisti istituzionali non compare il rettore dell’Università di Catania. Una scelta incomprensibile, che rivela ancora una volta la mancanza di responsabilità dell’amministrazione nel coinvolgere l’ateneo, ossia l’istituzione che più di tutte dovrebbe contribuire a costruire una candidatura culturale solida, radicata e credibile.
In questo contesto, la candidatura a Capitale della Cultura rischia di essere più un’operazione di facciata che un progetto di rigenerazione. Certo, gli eventi e le iniziative possono portare visibilità, turismo, fondi, ma senza un radicamento reale nella società civile e nelle istituzioni culturali — prima fra tutte l’università — ogni celebrazione rischia di restare un guscio vuoto.
La vera sfida non è ottenere il titolo, ma ricostruire il legame tra cultura, cittadinanza e università. Solo allora Catania potrà tornare a pensarsi come comunità viva e non come palcoscenico di un evento passeggero.
Per questo l’appello non può che rivolgersi innanzitutto ai cittadini: solo riscoprendo il senso del bene comune, il rispetto delle regole, la cura dei luoghi e delle relazioni, la città potrà riacquistare dignità e orgoglio. Ma l’appello riguarda anche e soprattutto le istituzioni: il sindaco, in sinergia con il rettore, deve assumersi la responsabilità di ricostruire quel tessuto civico degno di una grande città. Una città che, in passato, è stata capace di formare generazioni di intellettuali, di dialogare con l’Italia e con l’Europa, di farsi punto di riferimento dell’intellighenzia nazionale.
Solo se Catania saprà ritrovare questa vocazione profonda, il titolo di Capitale della Cultura non sarà un’etichetta, ma l’inizio di una vera rinascita.
Ed è proprio in questa direzione che la candidatura deve essere letta: non come un premio già meritato, ma come la possibilità di costruire un progetto collettivo. Catania è una città che ha conosciuto distruzioni e rinascite, che porta nel proprio tessuto urbano le tracce di un’identità stratificata, barocca e moderna insieme, e che oggi chiede di essere raccontata nella sua interezza: non solo con i suoi monumenti e le sue eccellenze artistiche, ma con le energie sociali, le innovazioni culturali e le pratiche di inclusione che animano i quartieri e le comunità.
Essere Capitale della cultura significa trasformare la memoria in progetto, la tradizione in risorsa viva, la creatività in motore di sviluppo sostenibile. Per Catania, si tratta di un’occasione storica: coniugare cultura e cittadinanza, rigenerazione urbana e coesione sociale, apertura internazionale e orgoglio locale.