Loading
Nuovo quotidiano d'opinione e cultura
Il tempo: la ricchezza per l’umanità
Nuovo quotidiano d’opinione e cultura

Oltre il silenzio, dentro l’emergenza

C’è un silenzio colpevole che avvolge l’Italia. Non chi non sa, ma chi sceglie di chiudere gli occhi a ciò che vede. Mentre sulle nostre coste sbarcano migliaia di persone ogni settimana – quasi tutte giovani, uomini soli, senza documenti, e spesso senza alcuna intenzione d’integrarsi – la narrazione ufficiale ci parla ancora di “accoglienza”, “solidarietà”, “emergenza umanitaria”.
Ma l’emergenza è nostra. È un’emergenza di sovranità, di sicurezza, di identità.
Non si può proseguire a usare la parola “migranti” come scudo semantico per mascherare ciò che è sotto gli occhi di tutti. Non stiamo parlando di famiglie in fuga da guerre. Stiamo parlando – per la maggior parte – di immigrazione maschile, ingente e non repressa, con rischi enormi per la stabilità del tessuto sociale.
Il tradimento delle istituzioni
Chi è solennemente investito della tutela della Patria pare ora trincerato nell’immobilismo.
Il Governo in carica – che aveva proclamato con fierezza una svolta risoluta e radicale nella gestione dell’immigrazione – appare invece smarrito nella realizzazione delle proprie promesse, dispiegando ben poca azione rispetto alle ardenti dichiarazioni che un tempo infiammavano il suo mandato.
I porti restano aperti, le ONG agiscono indisturbate, e i rimpatri sono gocce nel mare. Ma soprattutto manca una volontà politica reale di dire basta. Rimetterli sopra un aereo e rispedirli nel paese di origine.
Servirebbe una legge speciale, che preveda l’espulsione immediata di chi: non possiede un regolare visto di soggiorno e contratto di lavoro, ha commesso reati, anche minori, partecipa a propaganda ideologica contro lo Stato e la sua cultura.
E serve una riforma profonda della magistratura, perché ci sono giudici che, anziché applicare le leggi, fanno opposizione politica dalle aule dei tribunali. Sentenze che liberano delinquenti, bloccano espulsioni, criminalizzano chi si difende: comportamenti da Giuda, non da servitori dello Stato.
Una crisi spirituale e identitaria
L’Italia è – e resta – una nazione cattolica e cristiana. Lo dice la storia, lo dice la sua arte, lo dice il cuore del suo popolo.
Eppure, oggi, nei quartieri di molte città italiane si costruiscono moschee dove si predica l’odio, dove si incitano i fedeli a considerare “infedeli” coloro che non condividono la loro fede. Basta sfogliare alcune traduzioni letterali del Corano per trovare versetti che invitano alla discriminazione religiosa e, nei casi più estremi, alla violenza verso chi non è musulmano.
Questo non è compatibile con la nostra Costituzione, né con la convivenza civile. Non è libertà religiosa: è sovversione mascherata. Chi predica odio non ha diritto a restare sul nostro suolo. Le moschee che ospitano questi sermoni devono essere chiuse, e gli imam radicali espulsi senza esitazione.
Il Partito Democratico e il progetto del disfacimento
Il Partito Democratico non è solo spettatore: è attore attivo di questa dissoluzione. Da anni porta avanti un’ideologia che: disprezza le radici nazionali; promuove un multiculturalismo forzato; e appoggia ogni movimento che indebolisca la coesione dell’Italia.
Dietro questa linea non c’è solo ingenuità politica. C’è un progetto più grande, che affonda le radici nel Piano Kalergi, nella visione di un’Europa post-identitaria, senza popoli e senza confini. È una distopia mascherata da progresso.
Il Deep State e la longa manus di Soros e dei suoi partner
Nel disegno c’è chi muove i fili da dietro le quinte.
Nelle pieghe oscure del potere, dove la democrazia si dissolve in reticoli invisibili, emerge l’ombra lunga di una dinastia filantropica: prima George Soros, poi il figlio Alexander, architetti di un impero di influenza che, attraverso la Open Society Foundation, irrora risorse a una galassia di ONG, atenei, testate e think tank. Non più solo un ‘’Deep State’’, ma un ‘’Soft Power Systemico’’ – una trama di consensi e narrazioni tessuta al di là di ogni scrutinio popolare, dove la carità si fa leva di egemonia. Tutti uniti da un obiettivo: sopprimere i confini e le identità tradizionali.
Soros è un uomo che – a oltre novant’anni – invece di prepararsi a rendere conto a Dio, si ostina a riscrivere il mondo a immagine e somiglianza di un’utopia senza radici. Ma nessun popolo ha mai chiesto questo. Nessuna nazione ha mai votato per la propria dissoluzione.
La guerra non dichiarata
Non è un’esagerazione parlare di guerra religiosa e culturale. È una guerra strisciante, asimmetrica. Non si combatte con i carri armati, ma con le parole, con la propaganda, con l’inerzia complice delle istituzioni. Ed è una guerra che stiamo perdendo.
Le città si trasformano, i simboli cristiani vengono rimossi, si rinuncia perfino a celebrare il Natale in nome del “rispetto”. Ma il rispetto funziona solo in una direzione. Perché dall’altra parte c’è chi avanza, chi pretende, chi vuole sottomettere. E lo dice apertamente: l’obiettivo è islamizzare l’Europa, issare la bandiera dell’Islam addirittura sul Vaticano.
E il peggio è che la CEI e parte del Vaticano tacciono, o peggio si prestano a questo gioco, in nome di un dialogo interreligioso che non è più tale: è una capitolazione.
L’alternativa c’è: ma serve verità e coraggio
Il popolo italiano è stanco ma non è sconfitto.
Il cuore dell’Italia è ancora ardente: nelle famiglie che educano alla fede, negli insegnanti che non si arrendono, nei cittadini che amano questa terra. Ma serve un risveglio collettivo, forte, senza più ambiguità. Non è questione di razzismo. È questione di sopravvivenza culturale. Chi arriva qui deve rispettare la nostra storia, la nostra legge, la nostra fede. Chi non vuole farlo, non ha diritto a restare’’. E a chi ci accusa di estremismo, rispondiamo con una sola parola: verità. La verità di un popolo che non vuole morire, di una civiltà che ha il dovere di difendersi, e di un Dio che non ci chiede di arrenderci, ma di lottare con giustizia.
Share Article
A soli sedici anni ha iniziato il suo percorso nel giornalismo, scrivendo come corrispondente e raccontando la cronaca di Camastra e Naro sul giornale La Sicilia. Spinto dalla passione per l’informazione, qualche anno dopo ha iniziato a collaborare con testate di rilievo come il Giornale di Sicilia, Corriere dello Sport e L’Amico del Popolo di Agrigento, storico settimanale cattolico. Il suo viaggio lo ha poi portato a Milano, dove ha scritto per il Giornale di Milano Sud, dando voce alle storie e ai cambiamenti della zona meridionale della città. Ma le radici lo hanno richiamato in Sicilia, dove per un decennio ha diretto Tribeart, la prima guida dedicata alle arti visive dell’isola, punto di riferimento per artisti e appassionati. Da sempre convinto dell’importanza dell’etica professionale, afferma con decisione: “Il compito di chi fa giornalismo è uno solo: informare il lettore in modo corretto, senza compromessi”.

You may also like

TOP