Pippo Fava ricordato da Nello Pappalardo nel centenario della nascita

È strano. Se penso a Giuseppe Fava, lo colloco in un determinato luogo fisico: seduto a un tavolino del mitico bar Mocambo, oggi griffato dalla premiata ditta D&G, nella centrale e panoramica piazza di Taormina che interrompe lo “struscio” del corso Umberto, nel percorso che va da Porta Catania a Porta Messina e viceversa. Mi capitò di incontrarlo lì due o tre volte in occasione di varie edizioni del festival del cinema (cinema e mondanità sono state tra le sue grandi passioni) e non so perché la cosa mi colpì. Tanto che, quando passo da lì, mi giro verso i tavolini in “pole position” e aspetto che mi scorga e che mi faccia un cenno…
Per me l’avvocato Giuseppe Fava nato a Palazzolo Acreide (SR) il 15 settembre 1925, oltre ad essere un famoso giornalista, scrittore e drammaturgo, negli anni Sessanta era il papà di Elena, mia (indimenticata, è andata via troppo presto) compagna di ginnasio, ma non mi capitò mai d’incontrarlo di persona. Nei primi Settanta, cominciai a scoprire altri aspetti del suo multiforme ingegno, andando a visitare una sua accattivante personale d’arte in una galleria di viale XX settembre. In quegli anni Catania viveva una stimolante vita culturale: agivano più di cento compagnie teatrali, tra professionistiche, filodrammatiche e spontanee, gruppi di ricerca e di sperimentazione; nella città erano sparse tante gallerie d’arte dalla frenetica attività. Oggi, invece… meglio lasciar perdere.
Nel 1975 e l’anno successivo, con il Collettivo che dirigevo, partecipai alle due edizioni di un festival, organizzato dal quotidiano “Espresso Sera” e diretto da lui, nel quale teatro tradizionale e teatro di ricerca si misuravano in una sana competizione. Non vi furono altre edizioni, ma rinsaldarono la nostra conoscenza: Fava apprezzò il mio testo della prima edizione, per i contenuti socio-politici espressi in una forma giocosa e spettacolare.

RADAR Fava
(Illustrazione di Amalia Bruno)
Nel 1980, l’avvocato Giuseppe Fava divenne per me il direttore Pippo: entrai nella redazione del “Giornale del Sud”, vivendo la spasmodica attesa di una testata che si sarebbe collocata in alternativa all’unico quotidiano della città. Dopo un paio di mesi di studio, incontri, prove, riunioni, numeri zero, il 4 giugno, arrivò in edicola il tabloid da lui diretto. Fu la palestra, nella quale, sotto la guida (non imposta) di un maestro del giornalismo – già nei primi Sessanta aveva offerto alla città la bellissima esperienza del settimanale “Sud” -, ci si inventò un mestiere, anche alla luce delle nuove tecnologie che, di lì a poco, avrebbero sostituito il vecchio “piombo”, imparammo ad impaginare, a titolare, a scrivere in maniera agile, accattivante e, soprattutto, a fortificare i principi etici dell’informazione.
La bella fiaba del giornale durò poco: nell’ottobre del 1981, Fava puntò il mirino sugli interessi poco puliti di qualcuno vicino agli editori e venne licenziato. La direzione fu affidata a un “becchino”, incaricato di portare il giornale alla chiusura. Che arriverà nel novembre del 1982. Nel frattempo molti di noi seguirono Pippo in un’altra bella avventura, la fondazione della Cooperativa Radar – più che lo strumento per scandagliare e controllare, fu forse la parola palindroma e immediata a determinarne la scelta – con la creazione di una moderna tipografia nella quale si stampò il mensile “I Siciliani”, libero da vincoli padronali, strumento con cui denunciare malaffare politico, corruzione, fenomeni mafiosi con le varie complicità. Con lo stesso piglio e lo stesso afflato usati nella sua opera letteraria, nelle inchieste realizzate per la Rai e nei suoi lavori teatrali.
Il cinque gennaio del 1984, la mano criminale della mafia, di fronte all’ingresso del teatro Verga, nella strada che oggi porta il suo nome (allora si chiamava, più genericamente, via dello Stadio) crivellava di colpi di pistola il giornalista che stava per andare a prendere la nipotina, impegnata nelle repliche della più recente opera drammaturgica firmata Fava, “L’ultima violenza”, messa in scena del Teatro Stabile di Catania.
Il 15 settembre, giorno del suo centesimo compleanno, sia un’occasione, non l’unica, per ricordare il giornalista, lo scrittore, il drammaturgo, il pittore e, soprattutto, l’uomo Giuseppe Fava. Io, intanto, la prossima volta in cui farò lo “struscio” a Taormina, ne sono certo, rivolgerò il mio sguardo verso il Mocambo.
(Articolo scritto da Nello Pappalardo, socio di Generattivi , cantieri di cultura e informazione)