Trasformazioni generazionali: le relazioni fantasma

Risulta quasi scontato sottolineare come le dinamiche sociali si modifichino di pari passo ai cambiamenti culturali di epoca in epoca, e viceversa. Così come risulta ovvio soffermarsi sulle differenze generazionali e cadere nello standardizzato “si stava meglio quando si stava peggio!” o ancora, “quando avevo io la tua età…!” con conseguente sguardo fulminante di chi, più giovane, si sente ripetere la stessa frase fino alla nausea.
Frase che comunque, alla fine, non raggiunge nessun obiettivo se non quello di far sentire appagato chi la asserisce, giusto per un paio di secondi.
Certo è anche il fatto che venga naturale fare paragoni così come evidenziare in ogni generazione pregi e difetti, vantaggi e svantaggi di vivere in un determinato periodo storico e culturale anziché in un altro.
Attualmente, la società non si divide più in due macro gruppi (i più giovani e i meno giovani) ma presenta un portafoglio di piccole e accurate distinzioni, a seconda dell’arco temporale in cui si è nati. Si potrebbe proprio parlare di una pluralità generazionale: dai Boomer (1946-1964) alla Gen X (1965-1979) ai Millennials (1980-1996), per arrivare alla Gen z (1997-2012) e agli ultimi nati: gli Alpha.
I cambiamenti socioculturali che si sono susseguiti col passaggio dall’una all’altra sono molteplici, ma il cambiamento che risulta più evidente e che ha segnato nel mondo un prima e un dopo è la tecnologia. Nello specifico, un elemento: Internet.
E anche qui, cosa c’è da stupirsi? Così come per qualsiasi altra invenzione umana passata, la si conosce, la si comprende e alla fine ci si adatta a convivere con essa.
E con Internet come far sì che sia differente? Si è insinuato lentamente nelle nostre vite (silenziosamente non direi) e le ha ribaltate in maniera drastica.
Viva l’uomo e la sua mente imprevedibile! Il bisogno primordiale del costante contatto con l’altro, il timore di venire isolato, l’essere sempre sul pezzo… ecco che trova la soluzione a questo e a molto altro.
C’è però un piccolo dettaglio che è stato trascurato, dettaglio che non si dovrebbe chiamare così dato il forte impatto che ha sugli individui: come Internet ha cambiato le relazioni. E forse il verbo cambiare andrebbe sostituito con rovinare.
Grazie Internet perché con te abbiamo meno paura di aprirci con l’altro, perché con te la lontananza da chi amiamo si è del tutto azzerata. Ma, per il “prezzo da pagare” per avere tutto ciò, forse la gratitudine non la meriti.
Gratificante poter parlare, vedere, scrivere ogni secondo alla persona amata. Un po’ meno l’attesa di una risposta.
Gratificante sapere continuamente dov’è l’altro, cosa sta facendo. Un po’ meno quando questa informazione non ci viene fornita.
Gratificante avere una comunicazione immediata, quasi migliore della comunicazione faccia a faccia. Un po’ meno quando ci si accorge della facilità con cui non si risponde e le conversazioni vengono lasciate a metà. Spesso, per sempre.
Alla soddisfazione di poter avere tutto e tutti nell’immediato, si aggiunge lo sconforto quando ciò non viene prontamente ottenuto. Si è appreso a stare connessi ma non si è appreso il modo per farlo in tranquillità.
Un tono (che poi, per messaggi, si può davvero definire tono?) diverso dal solito, una punteggiatura inserita dove non andrebbe (soggettivamente), un emoji particolare, un visualizzato che dura ore. Basta questo e la mente va in tilt. Si rimane lì ad analizzare parola per parola, come a scuola con le analisi del testo (addirittura meglio); si cerca il significato nascosto, si inventano alternative, si esulta per poco e si piange per ancora meno.
Così come la semplicità nel rifiutare l’altro, nell’ignorare, nel bloccare il suo diritto di esprimersi.
Ghosting.
Ne avrete sentito parlare spesso: “l’atto di sparire improvvisamente dalla vita di una persona senza dare spiegazioni. Sparire come un fantasma.”
E se ne abusa ogni giorno di più.
Ci si prende la prerogativa di sparire senza l’obbligo di doverne dare i motivi, rivendicandolo come un diritto. Quando no, non è un diritto, è una forma di vigliaccheria e codardia. Non avere il coraggio di essere schietti, diretti, sinceri. Non curarsi dei sentimenti altrui, facendo sentire l’altro dimenticato mentre annega in una serie infinita di pensieri e ipotesi. Lo si lascia confuso… quando basterebbero semplicemente delle risposte.
Si lasciano a marcire domande, confidenze, affetti.
Si abbandonano i rapporti senza una chiusura effettiva, e ciò fa male.
E quando ad attuarlo è chi più ti sta a cuore, è come una coltellata.
Tutti effetti collaterali di una o più generazioni che hanno dimenticato (o non hanno mai saputo) come ci si relaziona autenticamente. La bellezza del contatto fisico, le chiacchierate guardandosi negli occhi, tal volta lucidi per l’imbarazzo, la vera presenza… e di una o più generazioni che non vivono i rapporti con la tranquillità e spensieratezza che c’era un tempo.
Bisognerebbe avere coraggio, il coraggio di metterci la faccia anche laddove, tra le facce, c’è uno schermo.
Per l’appunto, dovrebbe essere più semplice. No?