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L’armonia rara dell’Ottetto: Mendelssohn e Bruch al Chiostro di Santa Maria di Gesù

La Camerata Polifonica Siciliana, sapientemente guidata dal maestro Giovanni Ferrauto,  fa ancora centro. Ultimo, inatteso appuntamento estivo della Rassegna Chiostri e Cortili, Il concerto di domenica 7 settembre, nel suggestivo chiostro della chiesa di Santa Maria di Gesù a Catania, ha messo in luce l’eleganza e la forza espressiva dell’Ottetto d’Archi Siciliano, nuova e brillante formazione composta da professori d’orchestra del Teatro Massimo Vincenzo Bellini e della Fondazione Orchestra Sinfonica Siciliana. In programma due rari capisaldi del repertorio cameristico per otto archi: l’Ottetto in mi bemolle maggiore op. 20 di Felix Mendelssohn e l’Ottetto in si bemolle maggiore op. post. di Max Bruch.

Rispetto al quartetto, o persino al quintetto, l’organico dell’ottetto costituisce sicuramente un terreno meno battuto: la ricchezza timbrica del doppio quartetto ha aperto così prospettive nuove e affascinanti, in grado di unire la trasparenza cameristica all’impatto orchestrale. Mendelssohn, con il suo capolavoro giovanile del 1825,  ha definito un modello insuperato dell’Ottocento: non a caso né Brahms, né Dvořák, né Čajkovskij si sono mai avventurati oltre il sestetto. Bruch, quasi un secolo dopo, vi ha fatto ritorno con una scrittura post-romantica che, nel 1920, già guardava indietro con nostalgia e avanti con consapevolezza.

Il Mendelssohn, nato da un compositore appena sedicenne, è una pagina sorprendente per freschezza inventiva e maturità tecnica. L’Allegro moderato iniziale, eseguito con brillantezza e slancio dall’ensemble, ha mostrato l’invenzione melodica inesauribile del giovane Felix e la sua capacità di trattare gli otto strumenti con la leggerezza di una sinfonia in miniatura. Nello Scherzo, reso con trasparenza quasi eterea, si è percepita quella dimensione “elfica” che tanto colpì Schumann, mentre l’Andante ha trovato negli archi siciliani un tono intimo e raccolto, culminando infine nel vorticoso Presto, affrontato con precisione e vitalità contagiosa.

Il secondo brano in programma, l’Ottetto di Max Bruch, composto nel 1920, ha offerto un contrasto suggestivo: meno scintillante, ma più introspettivo e lirico. L’Ottetto d’Archi Siciliano ha restituito con calore la tessitura più corposa e romantica del brano, mettendo in risalto i colori morbidi del primo movimento e l’intensità appassionata dell’Adagio. L’Allegro finale, di carattere più disteso, ha rivelato lo spirito tardo-romantico di un autore che, pur nel pieno Novecento, rimaneva legato ai modelli ottocenteschi.

Accattivante la coesione dell’ensemble, che ha saputo rendere vivo il dialogo tra gli strumenti, mantenendo sempre un perfetto equilibrio tra impeto collettivo e attenzione al dettaglio. L’organico del doppio quartetto, raro e affascinante per gli ascoltatori, ha così sprigionato tutte le sue potenzialità timbriche, in un concerto che ha unito rigore e passione.

Vera chicca finale il bis di carattere totalmente diverso dal concerto: grande emozione per la colonna sonora di Nuovo cinema paradiso di Ennio Morricone, che il pubblico ha seguito con partecipazione e applausi calorosi, riconoscendo nell’Ottetto d’Archi Siciliano una formazione già matura e proiettata verso un percorso che arricchirà la scena musicale dell’isola con nuove prospettive e con la bellezza di un repertorio ancora poco frequentato.

Speriamo di risentire le loro note molto presto con nuovi, inusitati spazi artistici e sonori…

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Docente liceale, collabora con la pagina culturale del quotidiano La Sicilia e la rivista di informazione scolastica La tecnica della scuola. Recensisce spettacoli di teatro di prosa, musica e lirica per il quotidiano on line Sicilymag.
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