Se la “Pace” potesse parlare che cosa direbbe?

Intrappolati nella fitta rete dell’imperante bombardamento mediatico, veniamo costantemente incitati a difendere i nostri valori democratici di libertà e a osannare la Pace.
Ma quale Pace?
Oggi si parla e straparla di pace, ma, nella realtà dei fatti, è solo un nome svuotato di ogni significato intrinseco, privato del suo intimo legame con il sentimento di giustizia. Non è più un valore assoluto, ma solo una possibilità che si può e si deve raggiungere solamente dopo aver seminato morte e distruzione.
Ma la guerra ci disumanizza, ci rende “peggiori delle bestie” così come scritto da Erasmo da Rotterdam nel suo saggio “La Querela Pacis”, Il Lamento della Pace.
Un lamento che non ha mai smesso di piangere il triste destino degli uomini che soggiacciono solo alle logiche guerresche e che è giunto fino a noi intatto nella sua drammaticità.
Se la Pace potesse acquisire un volto concreto e potesse parlare che cosa direbbe?
In passato, così come oggi, a ognuno di noi?
Per sentirla e sentire tutto il suo dolore, basterebbe rileggere, La Querela Pacis, questo breve opuscolo politico, in cui la Pace, retoricamente personificata, già secoli fa, si chiedeva angosciata, senza però trovare risposta, il perché gli uomini “sono più bravi a procacciarsi rovina piuttosto che a proteggere la propria felicità?”
E soprattutto si chiedeva con sgomento il perché “sono più avveduti nel fare male che il bene?”
Parole di disarmante attualità che tutti, cittadini e governi, dovremmo leggere e rileggere per comprendere che ci siamo spinti oltre il limite al di là del quale non esiste più alcuna forma di umanità ma solo brutale ferinità.
Una follia che la Pace denuncia dinanzi al Tribunale dell’Umanità in cui si chiede desolata che cosa spingesse gli uomini “a un tal punto di follia da adoperarsi con tanto zelo, con tante spese, con tanti sforzi, alla reciproca rovina generale della guerra”.
Parole profetiche che sembrano essere state pronunciate per le politiche bieche e rabbiose che oggi perseguono gli Stati che, in un gioco di misticismi politici, sono soggiogati dal luccichio economico delle fabbriche delle armi.
Un bagliore che acceca e che ha finito con il soffocare la vita stessa degli uomini, sviliti a pedine sacrificabili.
Preponderanti sono solo gli interessi economici e politici.
“La guerra è un gioco concertato dai potenti per mantenere la loro tirannia” scrive Erasmo nel suo Panegirico a Filippo il Bello.
Parole sconcertanti nella loro attuale verità.
Siamo catapultati in una realtà di guerra che viene osannata in modo ossessivo da chi stabilisce ogni azione a tavolino, indifferente alle perdite umane.
“Dulce Bellum inexpertis”
“Dolce è la guerra per coloro che non l’hanno sperimentata”
Questa affermazione di Erasmo nei suoi Adagia, rivela nei secoli una impietosa verità.
Da sempre, coloro che detengono il potere, pianificano piani di guerra nella comoda e vigliacca sicurezza delle stanze di palazzo, muovono eserciti come se fossero parti di un innocuo gioco da tavolo.
Il lamento della Pace, soprattutto oggi, urla la sua sofferenza e risuona forte in ogni bombardamento, in ogni città devastata e in ogni vita spezzata brutalmente e ci ricorda che tutti, indistintamente facciamo parte di una sola consorteria umana e che nessuno ha il diritto di privare l’altro della propria libertà e soprattutto della vita.
La Pace, così come sottolineato da Erasmo, dovrebbe essere una virtù morale, insita nell’animo di ogni uomo, un dovere da perseguire sempre e comunque.
Ma non si raggiunge mai attraverso la guerra e la distruzione.
Non esiste in nessun caso una cosiddetta “guerra giusta”.
Qualunque sia il motivo scatenante, sarà sempre un conflitto che distruggerà ogni dignità umana e che porterà a una sconfitta generale, senza vinti né vincitori.
La Pace è l’unica condizione in grado di assicurare la Vita, mentre la guerra conduce verso il baratro della Morte non solo del singolo, ma dell’intero genere umano.
Questa verità sembra essere stata dimenticata, sepolta sotto il brillio accecante del Potere e svuotata fino a divenire solo un’illusione, una chimera che si dissolve nelle macerie polverose delle città distrutte.
E il lamento della Pace è divenuto sempre più flebile, sempre più labile e nessuno sembra sentirlo più.
Ci si è dimenticati che la Pace, e non la guerra, è l’unica possibilità che ci è concessa.
Una possibilità che però dobbiamo nutrire, con costanza, con il nostro impegno collettivo e tenendo bene a mente queste parole pronunciate dalla Pace stessa nel suo sconsolato lamento:
“Comincia col valutare attentamente che genere di cosa sia la PACE, e che genere sia la GUERRA. Quali beni quella porta con sé e quali malanni questa, e così potrai concludere se convenga permutare la PACE con la GUERRA.”