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La festa di S.Agata nel corso dei secoli assorbì celebrazioni di culti pagani

La festa di S.Agata nel corso dei secoli  assorbì  celebrazioni  di culti pagani per motivi di divulgazione religiosa . Un  parallelismo lo si può fare ad es. con  i  devoti che portano i ceri  e che potrebbero essere  associati ai δαδούχος ( dadoukos) che significa appunto portatore di torce , termine usato per i sacerdoti e le sacerdotesse di Demetra ,la dea bionda e bella come S.Agata, sancendo così un legame preciso con i Misteri Eleusini ,  Agata e le sue fattezze .  Il  famoso storico Emanuele Ciaceri   aveva accennato ad un legame generico fra la festa di S.Agata e il culto di Demetra oltre   a quello di Iside in  “La festa di S. Agata e l’antico culto di Iside ,edito da Giannota nel 1905.” ….”Arrivati al santuario di Eleusi, i fedeli si separavano dagli altri partecipanti e, alla luce delle torce, entravano nel cortile davanti al santuario, dove si purificavano nelle vasche e dove le donne danzavano intorno alla fonte di Callicoro. La veglia durava tutta la notte, forse per commemorare la ricerca di Demetra della figlia. Entrati quindi nel santuario, interrompevano il digiuno bevendo il ciceone.”…
«Allora Metanira, riempita una coppa di vino dolce come il miele,
a lei la porgeva; ma la dea la respinse: disse che in verità le era vietato
bere il rosso vino, e comandò che le offrisse come bevanda
acqua, con farina d’orzo, mescolandovi la menta delicata.
La donna preparò il ciceone, e lo porse alla dea come ella aveva ordinato:
Demetra, la molto venerata, accettandolo inaugurò il rito.»
(A Demetra, Inni omerici, II, 206 e segg. Traduzione di Filippo Càssola. Milano, Mondadori-Fondazione Lorenzo Valla, 2006, p. 55)

Sant’Agata fu commemorata già nel IV sec. forse inizialmente come protesta alle atrocità subite dalla giovane fanciulla  e nel  corso  dei secoli  la  commistione della sua commemorazione  con quella di vari culti pagani alcuni dei quali sopravvissuti sino quasi alla metà  del XIII sec.  ,ne hanno creato un unicum fra tutte le feste cristiane .    Un legame  con la dea Iside  lo  si interpreta anche con il ritorno della Santa , cioè delle sue reliquie dal mare nei pressi di Aci -Castello, avvenuto il 17 agosto del1126. Il viaggio per mare di Iside per ricomporre il corpo del marito  che era stato smembrato  da Seth  sembra  quindi  ricordare il ritorno delle sacre reliquie  della Santa per mare .   Francesco Ferrara in Storia di Catania fino alla fine del sec. XVIII  così  riporta  l’accadimento: “ … Portate … a Costantinopoli da Maniace, un certo Giliberto   francese, e Golisano  calabrese, in qualità di militari a quella corte formarono il pio e ardito progetto di renderle alla Patria.Riuscì loro di trarle dal luogo , e con esse salirono su una nave ; ma la più disastrosa tempesta  piombò su di essi come per attraversarne il disegno. Spinti a Smirne , a Corinto , a Taranto , alla fine giunsero a Messina , donde Giliberto accorse ad avvertirne  Maurizio che si trovava ad Aci. Due monaci Oldomano e Luca furono subito spediti per compiere la magnanima impresa . Le reliquie di S. Agata rientrarono a Catania il 17 agosto del 1126 giorno in cui viene ricordata  tutt’oggi con grande festa ed esposizione pubblica delle reliquie in Cattedrale . Giovanni Verga in “ Coda del Diavolo “       descrive così la festa ed un particolare costume   : A Catania   la quaresima  vien senza    carnevale ma in compenso c’è la Fresta di S. Agata , – gran veglione di cui tutta la città è il teatro – nel quale le signore, ed anche le pedine, hanno il diritto di mascherarsi, sotto il pretesto di intrigare amici, i conoscenti, e andar attorno, dove vogliono, come vogliono, con chi vogliono, senza che il marito abbia diritto di metterci la punta del naso. Questo si chiama il diritto di ‘ntuppatedda” . Il Verga ricorda  che    questo diritto “ dovette esserci lasciato dai Saraceni a giudicarne dal gran valore che ha per la donna nell’harem” . Il costume dell’ntuppattedda è così descritto   : “ … elegante e severo, possibilmente nero, chiuso quasi per intero nel manto, il quale poi copre tuttala personae lascia scoperto soltanto un occhio per vederci e fare perdere la tramontana, o per fare dare al diavolo. La sola civetteria che il costume permette è una punta di guanto, una punta di stivalino, una punta di sottana o di fazzoletto ricamato, una punta di qualche cosa da far vedere insomma , tanto da lasciare indovinare il rimanente”.   Il Verga icasticamente illustra il  diritto dell’ntuppatedda “    padrona di staccarvi dal braccio del vostro amico, di farvi piantare in asso la moglie o l’amante, di farvi scendere di carrozza, di farvi interrompere  gli affari , di prendervi il caffè, di chiamarvi se siete alla finestra, di menarvi per il naso da un capo all’altro della città, …di farvi pestare i piedi dalla folla , di   farvi comperare per amore di quel solo occhio che potete sorgere….di rendervi geloso, di rendervi innamorato, di rendervi imbecille, … di piantarvi lì sul marciapiede della via…Per dir la verità, c’è sempre qualcuno che non è lasciato… Il segreto dell’ntuppattedda è sacro.” . Il Verga conclude   “ Singolare usanza in un paese che ha la reputazione i mariti più suscettibili di cristianità!   Nel 2013 è reintrodotto l’usanza dell’ntupatedda ma in una rivisitazione coerente col culto della Santa.

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Giornalista pubblicista , documentarista ,esperto d’araldica , storia e arte. Accademico d’onore dell’Accademia Universitaria Internazionale fondata da S.A.I.R Il principe don Hugo José Thomasi Tomassini Paternò Leopardi di Costantinopoli.
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