È il momento

Recentemente il primo ministro di Israele, ricercato dalla Corte Penale Internazionale, ha reso pubblica l’intenzione di occupare militarmente tutta la striscia di Gaza e di evacuare la popolazione civile. Sembra ci siano resistenze da parte dei vertici dell’esercito, per ragioni militari. Numerosi Stati, anche occidentali, hanno condannato questo piano e si sono detti intenzionati a riconoscere lo Stato Palestinese.
È arrivato il momento di dire che tutto questo non è più sufficiente. Come non sono sufficienti sanzioni economiche, dal momento che Israele può contare sull’appoggio degli USA.
Penso sia arrivato il momento di cominciare a parlare di intervento militare, auspicabilmente sotto l’egida dell’ONU, possibile con una risoluzione dell’Assemblea Generale, vista la paralisi del Consiglio di Sicurezza dovuta al veto statunitense (la materia è affrontata dalla Risoluzione dell’AG adottata il 3 novembre del 1950 e nota come “Uniting for Peace”). In alternativa, non sarebbe da escludere neppure un intervento di una coalizione di Stati ad hoc.
Un delirio? Forse, ma spero qualcuno ricordi che qualche anno fa la Serbia di Milošević fu bombardata dalla NATO (operazione “Allied Force”) per oltre 70 giorni (dal 24 marzo al 10 giugno 1999) e per molto, molto, molto, molto meno di quanto la democratica Israele stia compiendo da quasi due anni. L’intervento “umanitario” di allora fu realizzato, partendo da basi italiane, senza alcuna “copertura” ONU, anche se poi si cercò di rimediare con la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza. Non mi illudo che qualcosa di simile possa accadere contro Israele ma mi sembra importante parlarne, perché quando si tireranno le somme e si stabiliranno le responsabilità, almeno davanti alla Storia, dovrà essere chiaro quel che si poteva fare e non si è fatto.
Bisogna dare atto che in tutto il mondo molti ebrei, israeliani e non, condannano ormai senza giri di parole e con coraggio il genocidio in atto a Gaza. E bisogna riconoscere che in Israele si moltiplicano coraggiose proteste contro il governo Netanyahu e la strage di Palestinesi inermi che questo sta compiendo.
Osservo che, anche all’interno di Israele, a mio avviso, è venuto il momento di “rilanciare” e di cominciare a parlare di una vera e propria Resistenza contro un regime che ha portato il paese, di fatto anche se non ancora de iure, fuori dalla comunità internazionale.
Piaccia o no, attualmente Israele è lo Stato più odiato al mondo. Per far sì che questo cessi, temo che gli israeliani abbiano una sola via: dimostrare che il futuro Stato di Israele, che succederà a questo responsabile di genocidio, è un’altra cosa. Avrà forse lo stesso nome ma sarà cosa diversa.
E se un dissidente ebreo israeliano, in un momento di follia, facesse fare a Netanyahu, o a qualcuno dei suoi coindagati, la stessa fine di Rabin, i governanti occidentali si precipiterebbero a mandare telegrammi di cordoglio? Intendiamoci bene, non intendo suggerire nulla, né mi auguro affatto uno scenario simile. Al contrario, mi auguro che Netanyahu e i suoi finiscano davanti alla Corte Penale Internazionale come Milošević finì davanti al Tribunale Internazionale per la ex Jugoslavia. Sarebbe molto interessante ascoltare le tesi difensive di Netanyahu & company.
Un delirio? Forse!