Eppure oggi possiamo ben dire che è stato un vero “eroe borghese” che non scese a compromessi con Cosa Nostra e che affrontò a viso aperto il rischio che derivava dalla sua scelta intransigente.
Proveniva da una famiglia di medici da tante generazioni e anche lui continuò questa tradizione, brillando per la sua preparazione e per la sua cultura ampia ed eccellente.
Era un uomo pieno di vita con interessi poliedrici che aveva praticato lo sport della scherma e amava la pittura. Aveva anche un’indole sensibile e profonda dedicandosi alla composizione di poesie.
Soprattutto la sua grande passione fu la musica che studiò, per cinque anni, al Conservatorio Bellini di Palermo. Tra i suoi vasti interessi vi era anche la filatelia e di ornitologia.
Si laureò in medicina e chirurgia e dal terzo anno in poi frequentò l’Istituto di Medicina legale. Nel 1953, si laureò con il massimo dei voti e la lode, con una tesi in ematologia forense e subito dopo la laurea visse anche un periodo di studio e ricerca a Parigi. Divenne docente universitario e insegnò antropologia criminale alla facoltà di giurisprudenza. Dopo fu ordinario di Medicina legale alla facoltà di medicina dell’Università di Palermo.
Giaccone si occupò in egual modo sia nell’impegno all’istituto di medicina legale del Policlinico di cui era direttore che nella redazione di consulenze e perizie per il palazzo di giustizia. Ricopriva anche la carica di Presidente dell’AVIS Regionale.
Pochi mesi prima del suo omicidio, aveva trattato anche l’indagine sulle impronte digitali rinvenute dopo la strage di Bagheria, avvenuta a Natale il 25 dicembre 1981 e organizzata dai corleonesi che intendevano imporre ed affermare il controllo del territorio.
Un commando composto da tre auto impazzò per il paese e sparò per le vie cittadine lasciando sul terreno quattro vittime. Il medico forense risalì all’identità di chi aveva lasciato delle impronte sui luoghi delle stragi, individuando in tal modo Giuseppe Marchese, nipote di Filippo Marchese, boss mafioso a capo della famiglia di Corso dei Mille, quartiere di Palermo.
Cosa Nostra apprese dell’esito della perizia del medico legale e decise qualsiasi azione e mossa pur di evitare che si arrivasse alla scoperta della verità.
Il medico ricevette delle pressioni affinché aggiustasse le conclusioni della perizia dattiloscopica e che falsificasse i risultati dell’esame, evitando così che si svelasse l’identità dell’assassino.
Giaccone non cedette e rifiutò qualsiasi pressione e ogni minaccia. La mattina dell’11 agosto del 1982 tre sicari si appostarono tra i viali alberati all’ingresso del Policlinico di Palermo e attesero l’arrivo di Paolo Giaccone.
Il professore venne ucciso dal fuoco incrociato di proiettili con 5 colpi di una pistola esplosi da una Berretta 92 che lo colpirono alla testa.
In seguito il pentito Vincenzo Sinagra rivelò i dettagli del delitto, chiamando in causa Salvatore Rotolo, che venne condannato all’ergastolo nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra.
Da ricordare che all’inizio degli anni Ottanta vi era una truculenta guerra di mafia e la connivenza tra settori delle istituzioni e mafia appariva solida.
Paolo Giaccone da uomo di alta moralità, professionista, da medico fedele al giuramento di Ippocrate è stato un grande esempio per tutti coloro che invece non fanno il loro dovere.

Paolo Giaccone fu un medico che non si piegò alla mafia. La sua storia è quella di un uomo e un professionista intelligente e stimato che morì semplicemente perché fece il suo dovere.