Ricordare, andando oltre

Esiste una parola, una piccolissima parola, che quasi passa inosservata. Non è accerchiata da nient’altro, o per meglio dire lo era, ma da molti anni a questa parte se ne sta lì da sola a trasmettere un significato dal potere unico.
ἰοίην
Lasciata così in solitaria sembra non avere alcun senso, ma la bellezza che si cela dietro è riflesso di una grande forza semantica.
È l’unico termine rimasto del Frammento 182 di Saffo, nota poetessa greca antica.
Che bizzarro se si riflette che ad arrivare fino a qui sia stata, tra tutte, proprio una parola così immensa. La traduzione italiana correlata è la seguente: che io possa andare oltre. Un’intera frase racchiusa in poche lettere; si pronuncia tutta d’un soffio ed esprime l’augurio più bello che si possa mai desiderare per se stessi. E in qualche modo, anche per gli altri.
Non si conosce cosa Saffo scrisse né prima né dopo, del perché volesse andare oltre e, soprattutto, da cosa scappasse. Se scappare era quello che le premeva davvero fare.
Gli studiosi della lingua greca apporterebbero delle specifiche: termine ottativo, il modo del desiderio, parola enantiosemica volta ad indicare tutte quelle parole che contestualmente fanno riferimento a due concetti opposti tra loro.
A tal proposito, infatti, si è analizzato come ἰοίην non voglia indicare solo il desiderio di andare oltre ma, allo stesso tempo, venire verso qualcuno o qualcosa.
Aggiungendo questa seconda prospettiva, la parola greca si veste di una meraviglia in più.
Andare oltre tutti i limiti e avvicinarsi al nostro io interiore.
Ci ritroviamo in una società in cui questo dovrebbe essere un messaggio da trasmettere, un’ideologia da far propria, un obiettivo da seguire. Le nuove generazioni (non molto diverse da quelle passate, sotto questo punto di vista) crescono nella paura di ciò che è stato, in particolar modo se ciò che è stato causa dolore nel presente. Insomma, si teme il dolore, la sofferenza, sempre di più.
Non molto lontano, i giovani d’oggi sono stati etichettati come cherofobici, da cherofobia, paura della felicità. Beh, non è tanto aver paura di essere felici quanto della trasformazione repentina da felicità a tristezza. Dal piangere di gioia al piangere di dolore. E tal volta il salto è breve. Ci si sente catapultati in un altro spazio e tempo dove tutto quello che è stato prima è come se non fosse mai accaduto.
Ma il dolore che si sente all’altezza dell’anima e in tutto il corpo ci conferma quanto ogni cosa sia stata reale. Si ha timore di ritrovarsi senza quel fuoco che un attimo prima ardeva vivo e forte dentro.
E quindi che fare? Dimenticare è la prima soluzione che salta in mente. Cercare di cancellare tutto per alleviare quel peso; non per sentirsi felici di nuovo, altrimenti si rischierebbe di inciampare, quanto, per lo meno, per non sentire più nulla.
O nel peggior dei casi, per sentire di meno.
A un certo punto però, ci si rende conto che dimenticare (togliere dalla mente) e scordare (togliere dal cuore) sono due azioni abbastanza complesse, anzi, si potrebbe dire impossibili. E infatti, la giusta chiave non sta in nessuna delle due.
Sta, per l’appunto, nell’andare oltre.
Oltre gli ostacoli, oltre i ricordi brutti, oltre i ricordi belli trasformati in mostri dalla sofferenza. Oltre i rimorsi, oltre le malinconie, oltre le mancanze.
Senza perdere niente di tutto questo. Altrimenti, quale sarebbe il senso?
Tutto quello vissuto ieri modella quello che si è oggi. Ne parlava pure il caro Dickens in una delle sue opere più toccanti “Il patto col fantasma”, in cui spiega come il voler cancellare il passato solo per i brutti ricordi che contiene ha conseguenze disastrose per l’animo umano. Confinare la memoria dolorosa nell’oblio porta con sé la perdita della sensibilità emotiva, del sapere amare, del riuscire a sentire con tutte le fibre del nostro cuore, finendo per vivere una vita piatta senza emozioni.
Anche perché, seppur razionalmente risulti complicato accettarlo, non riceviamo insegnamenti solo dalle esperienze belle; quelle toste ci arricchiscono pure.
Forse di poco, forse piano piano. Ma lo fanno.
Ricordarle ci permette di saper scegliere nel nostro presente e nel nostro futuro. Di evitare di ripercorrere le stesse strade, far sì che l’altro non lo provi.
Ricordarle senza dare loro il potere di farci del male. Ricordarle senza stringerle.Perché nel frattempo si va oltre, stringendo se stessi.