Grossman, Segre e il terzo incomodo

Botta e risposta tra lo scrittore David Grossman e la senatrice Liliana Segre su quel che accade a Gaza (entrambi in separate interviste a Repubblica).
Dice Grossman: “Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: ‘genocidio’. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì”.
Replica Segre: “…mi sono sempre opposta e continuo a oppormi a un uso del termine genocidio che non ha nulla di analitico, ma ha molto di vendicativo. È uno scrollarsi di dosso la responsabilità storica dell’Europa, inventando una sorta di contrappasso senza senso, un ribaltare sulle vittime del nazismo le colpe dell’Israele di oggi dipinto come nuovo nazismo”.
Non si può non rimanere perplessi nel constatare la pseudo logica adottata dalla senatrice Segre.
Il termine genocidio ha un preciso significato descritto dalla Convenzione ONU sulla prevenzione e repressione del crimine di genocidio. Si tratta di valutare se le azioni poste in essere da Israele siano riconducibili al paradigma legale del genocidio e, quindi, se integrino il relativo crimine.
Non vedo cosa possa esserci di vendicativo in tutto ciò, posto che le azioni da valutare le ha compiute, e le sta pervicacemente commettendo, Israele e non coloro che le ritengono genocidarie. In assenza di tali azioni come si potrebbe accusare Israele di genocidio?
La senatrice Segre vuole forse dire che si esagera nella valutazione? O che si sbaglia nel concludere che è in atto un genocidio? O che si è in malafede nel qualificare genocidio l’uccisione (diretta e indiretta, anche per fame) di oltre 60.000 palestinesi, tra cui donne e bambini, per il dichiarato fine di distruggere il gruppo dei gazawi? O che, essendo gli israeliani in azione degli ebrei, è interdetto a tutti l’uso del termine genocidio, non potendo mai integrarsi il relativo crimine?
Inoltre, non vedo come qualificare genocidio, sulla base di evidenze chiarissime, lo sterminio in atto a Gaza possa significare “ribaltare sulle vittime del nazismo le colpe dell’Israele di oggi dipinto come nuovo nazismo”. Le sfugge senatrice che Israele si è “dipinto” da sé e che nessuno “ribalta” niente sulle vittime del nazismo, a meno che queste non si autoidentifichino con Israele. Cosa che chi parla di genocidio non fa.
La logica del signor Grossman pare molto più rigorosa, anche se dolente: mi arrendo all’evidenza!
Ma nel dibattito entra con forza un terzo incomodo. Si tratta dell’accademico israeliano Omer Bartov, storico dell’Olocausto ed ex ufficiale IDF. Bartov, in un’intervista a fanpage, accusa apertamente Israele di genocidio: “Colpiscono deliberatamente le nascite. Non è più guerra contro Hamas, è annientamento. Il 7 ottobre non ha dato a Israele una ‘licenza di genocidio’”. E se continua così “nemmeno lo Stato ebraico potrà sopravvivere: Israele finirà”.
Alla domanda sul perché molti istituti accademici restino in silenzio su Gaza, risponde: “Perché Israele è nato come risposta all’Olocausto. Era la garanzia che “mai più” sarebbe accaduto. Riconoscere che quello stesso Stato oggi commette un genocidio è devastante per molte persone. Viene considerato scandaloso. Anche se di scandaloso c’è solo il comportamento di Israele a Gaza. Molti preferiscono tacere. O peggio, accusano di antisemitismo chiunque sollevi dubbi.”
Ognuno è libero di informarsi, valutare ed esprimere la propria opinione.
Gli israeliani se ne facciano una ragione: il ricatto antisemita, chiunque tenti di riproporlo, non funziona più. Ci vuole altro.