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Sovranità tradita: trent’anni di obbedienza cieca e il prezzo che stiamo pagando

Il desiderio primario di ogni cittadino italiano è vedere la propria classe dirigente impegnata nel perseguimento del benessere collettivo, non di interessi estranei o sovranazionali. Eppure, la realtà che si è imposta negli ultimi trent’anni appare ben diversa: l’Italia è stata governata da una classe politica sempre più asservita, incapace di tutelare la dignità e la sovranità nazionale.
Da quando l’Unione Europea ha assunto la sua forma attuale – con la moneta unica e una complessa burocrazia tecnocratica che sembra rispondere più ai mercati che ai cittadini – la politica italiana ha progressivamente rinunciato a qualsiasi autonomia reale. Premier dopo premier, governo dopo governo, senza distinzione di colore politico, si sono succeduti esecutivi che più che rappresentare il popolo sembrano eseguire il mandato di Bruxelles, Berlino e Washington.
Il centrosinistra ha aperto questa stagione di “svendita della sovranità”. Con governi come quelli di Romano Prodi, che ha traghettato il paese nell’euro promettendo prosperità e stabilità, salvo infliggere all’economia italiana un durissimo colpo da cui fatichiamo a riprenderci. Massimo D’Alema e Giuliano Amato, allineandosi con le strategie della NATO e dei grandi centri finanziari internazionali, hanno contribuito allo smantellamento delle infrastrutture statali strategiche.
Il centrodestra non ha mostrato maggior fermezza. Silvio Berlusconi, dietro un eloquio spesso intriso di retorica sovranista, ha sottoscritto trattati capestro come il Fiscal Compact, piegandosi senza resistenza al dominio della finanza globale e delle istituzioni europee, rinunciando di fatto a difendere l’interesse nazionale con atti concreti. Non c’è stata alcuna mossa significativa per sottrarre l’Italia da una logica esterna che appare ormai del tutto aliena alla volontà popolare.
Il governo Monti segna il punto di non ritorno. Un esecutivo tecnico, non eletto, imposto dall’esterno. Diventa il simbolo di un Paese che ha smesso di decidere autonomamente. Sotto la bandiera dell’austerità – feticcio rigidamente venerato – sono state sacrificate intere generazioni, aziende e famiglie. Un modello che ancora oggi riceve plausi nei palazzi dell’eurocrazia, nonostante la sofferenza che ha generato.
I governi che sono seguiti – Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi e oggi ancor di più la Meloni – non hanno fatto altro che proseguire lungo un sentiero già tracciato: nessuna rottura, nessuna riscossa. Solo ordine più rigido, dipendenza più forte, allineamento più stretto. Dalla pandemia alla guerra in Ucraina, dalla gestione economica a quella migratoria, le decisioni non vengono più prese nel cuore dell’Italia, ma altrove; e qui si limitano ad essere eseguite come ordini, senza un solo atto di autonomia.
L’Incognita Migratoria e la Frattura Sociale
A inasprire ulteriormente questa situazione già drammatica, si aggiunge un elemento potenzialmente esplosivo: l’immigrazione di massa incontrollata. L’Italia è diventata, suo malgrado, il terminale passivo di flussi provenienti dall’Africa e dall’Asia, senza un progetto serio di integrazione e regolamentazione. L’impatto è sotto gli occhi di tutti – persino di chi preferisce voltarsi dall’altra parte: tensioni etniche, quartieri trasformati in enclave parallele, radicalizzazioni ideologiche in crescita e un diffuso senso di smarrimento culturale.
Ignorare le profonde differenze culturali, valoriali e religiose che separano molti paesi di origine dall’Europa è un atto di grande irresponsabilità storica. L’Europa e l’Italia stanno importando interi modelli antropologici senza filtri, in palese contrapposizione con i principi su cui si fondano democrazie liberali, laiche e costituzionali.
Come analizzava il sociologo Christopher Caldwell, “Non stiamo assistendo a un processo di integrazione, ma a una doppia disintegrazione: quella degli immigrati rispetto all’Europa e quella dell’Europa rispetto a sé stessa.” E Michel Onfray ammonisce: “Una civiltà che non difende i propri valori è una civiltà già condannata alla morte.”
Questa sfida non è solo economica o istituzionale: è una questione di sopravvivenza autentica. È in gioco l’identità stessa del continente, la coesione sociale, il senso profondo di cittadinanza.
Epilogo
È giunto il momento di liberarsi da questa spirale di sottomissione e declino. L’Italia deve tornare a essere una nazione sovrana, ristabilendo il primato della volontà popolare su ogni trattato, protocollo o vincolo imposto da poteri esterni. Urge un radicale superamento dell’attuale sistema di asservimento, affinché le nuove generazioni e la nostra democrazia possano ambire a un avvenire degno.
O l’Italia riprende in mano il proprio destino, o sarà soltanto una pedina sacrificabile su una scacchiera manovrata da altri. Come ricordava George Orwell, “Il modo più efficace per distruggere un popolo è negargli la comprensione della propria storia.” E l’Italia, troppo a lungo, ha fatto proprio questo: dimenticare e cedere.
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A soli sedici anni ha iniziato il suo percorso nel giornalismo, scrivendo come corrispondente e raccontando la cronaca di Camastra e Naro sul giornale La Sicilia. Spinto dalla passione per l’informazione, qualche anno dopo ha iniziato a collaborare con testate di rilievo come il Giornale di Sicilia, Corriere dello Sport e L’Amico del Popolo di Agrigento, storico settimanale cattolico. Il suo viaggio lo ha poi portato a Milano, dove ha scritto per il Giornale di Milano Sud, dando voce alle storie e ai cambiamenti della zona meridionale della città. Ma le radici lo hanno richiamato in Sicilia, dove per un decennio ha diretto Tribeart, la prima guida dedicata alle arti visive dell’isola, punto di riferimento per artisti e appassionati. Da sempre convinto dell’importanza dell’etica professionale, afferma con decisione: “Il compito di chi fa giornalismo è uno solo: informare il lettore in modo corretto, senza compromessi”.
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